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Storia e cultura

Falso mito della dieta paleolitica

of Ballarini G.


Una vita sempre più urbanizzata e la recente, progressiva presa di coscienza di un cambiamento climatico in atto, portano a considerare la necessità di un nuovo equilibrio tra la nostra società e l’ambiente e a desiderare un ritorno alla “Natura” spesso solo sognata. Ecco perché, tra il turbinio delle diete più diverse che vengono variamente e da più parti proposte, vediamo spuntare anche la Dieta Paleolitica, secondo la quale dovremmo mangiare “naturale” come i nostri antenati. Un’idea a prima vista non così stravagante, che si rifà al principio di Theodosius Dobzhansky (1900–1975) “Nothing in biology makes sense except in the light of evolution” (“Niente in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”), dal quale scaturisce quindi l’idea che anche l’alimentazione umana avrebbe un senso solo se fosse quella risultante dall’evoluzione dei nostri antenati durante il Paleolitico.
A questo proposito, la moderna fisiologia e la medicina riscontrano effettivamente che vari disturbi alimentari e sanitari legati all’alimentazione delle società occidentali non si osservano nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti.
Osservazioni, queste, che hanno indotto un certo numero di ricercatori a ritenere che gli esseri umani siano mal adattati alle diete basate su alimenti prodotti dall’agricoltura e dagli animali domestici allevati.
Per questo, diversi medici e i nutrizionisti propongono un ritorno ad una cosiddetta dieta paleolitica o pre-agricola. Ma qual è l’evidenza della dieta e dell’alimentazione e della salute umana paleolitica prima dell’adozione dell’agricoltura? Purtroppo i dati sono estremamente limitati; spesso la metodologia di studio è stata grossolana e abbiamo soltanto un quadro molto parziale delle diete dei tempi passati, che restano in gran parte ignote anche nei loro rapporti con le condizioni ambientali.
Molto diverse sono anche le popolazioni di ominidi che ci hanno preceduti e i loro stili di vita, dalla prima comparsa della nostra linea genetica in Africa circa 4 milioni di anni fa, fino all’adozione dell’agricoltura iniziata circa 10.000 anni fa.

Diete paleolitiche, quanto ne sappiamo davvero
Le nostre conoscenze sulle diete pre-agricole e come sono cambiate nei quattro milioni di anni di evoluzione degli ominidi sono quasi esclusivamente indirette e riguardano i cambiamenti morfologici degli ominidi stessi, il materiale archeologico, comprendente anche gli strumenti umani, e la misurazione chimica delle ossa. I cambiamenti morfologici dei nostri predecessori riguardano la riduzione di volume della mandibola e l’aumento delle dimensioni del cervello che, in analogia coi primati ancora esistenti ma diversi dei nostri antenati, da alcuni studiosi sono interpretati come segni di un passaggio da un’alimentazione vegetariana ad un’alimentazione carnea, più facilmente masticabile, digeribile e, soprattutto, contenente un grasso ricco di energia.
I reperti archeologici sono particolarmente scarsi perché molti materiali organici, e in particolare le piante, non si conservano. Gli strumenti in pietra che potrebbero essere usati per la caccia e le ossa di animali con prove di macellazione e lavorazione umana indicano che
la caccia era abitudine diffusa, ma è impossibile giudicarne la frequenza.
Poi c’è il rischio di porre troppa enfasi su questa evidenza perché, essendo le ossa meglio conservate dei vegetali, danno l’impressione che gli animali cacciati fossero le primarie fonti alimentari. Inoltre, i resti di animali e piante sono misure indirette di diete passate e possono riguardare singoli eventi, come una festa speciale, e non possiamo sapere quanto siano rappresentativi delle diete quotidiane.
Il più recente strumento per la ricostruzione delle diete passate risiede nelle analisi chimiche delle ossa degli ominidi, con la misurazione degli isotopi stabili di carbonio e azoto che forniscono prove dirette sul tipo di dieta, ma queste ricerche sono ancora limitate perché i siti archeologici risalenti a prima di diecimila anni fa sono rari.

Ominidi, un folto intrico di generi e specie diverse

I primi ominidi (generi Kenianthropus, Australopithecus, ecc…) appaiono per la prima volta in Africa circa quattro milioni di anni fa.
In seguito, la diversificazione e i rapporti tra i generi e le specie che compaiono e si estinguono sono lacunosi, in un quadro complicato e controverso. In linea di massima oggi l’Homo habilis è da molti ritenuto come l’inizio della nostra stirpe.
Appare in Africa circa due milioni di anni fa, manifestando un primo uso intenzionale di strumenti di pietra, evolvendo poi in Homo ergaster fino a Homo erectus, che si diffonde dall’Africa e dall’Eurasia.
Circa trecentomila anni fa la linea Homo si diversifica nell’Homo neanderthalensis e, circa centomila anni fa, in Africa, nell’Homo sapiens sapiens, mentre in Asia nell’Homo denisova di recente scoperta. È quindi impossibile parlare di un unico antenato paleolitico e, soprattutto, è difficile conoscere la sua alimentazione e quindi definire una Dieta Paleolitica.


Alimentazione paleolitica onnivora e ricca di energia
In base ai cambiamenti nella morfologia del cranio, della riduzione della mandibola e l’aumento della dimensione del cervello nel corso dei millenni si può ragionevolmente ritenere che in un’alimentazione onnivora nella linea Homo vi possa essere stato un aumento del consumo di carni, soprattutto grasse. Un’evoluzione col completo passaggio ad una stazione eretta bipedale e uno sviluppo del cervello portano infatti ad avere bisogno di molta energia. Obiettivo che può essere raggiunto con una grande adattabilità e variabilità alimentare e con un significativo apporto di alimenti provenienti da ogni tipo di animali. La linea Homo negli alimenti d’origine animale si procura il ferro in forma facilmente assimilabile, la vitamina B12 e due acidi grassi, docsaesaenoico e arachidonico, essenziali per lo sviluppo del cervello. Le migliori fonti di questi due acidi grassi sono il midollo osseo e il cervello degli animali (ma anche dei suoi simili) e il loro consumo avrebbe facilitato l’espansione delle dimensioni del cervello e l’aumento della capacità cranica. Da qui il successo di linee di ominidi con comportamenti anche ereditari preferenziali per alimenti grassi e dolci (frutta e miele) ricchi di zuccheri semplici di rapida utilizzazione.
Unitamente, vi è lo sviluppo di preferenze sessuali riproduttive per femmine con depositi di grassi corporei soprattutto posteriori (emblematiche le statuette di Veneri paleolitiche), segnali di un’alimentazione energetica capace di sostenere un prolungato allattamento e un successo riproduttivo.
La ricerca di grassi, zuccheri e amidi è necessaria per ominidi che hanno un elevato dispendio energetico, una vita con elevata attività fisica (caccia e raccolta), scarsi ripari contro climi freddi e una durata della vita media non superiore ai 30/40 anni.
Variabilità e duttilità sono i più importanti caratteri dell’alimentazione paleolitica, perché ogni tendenza ad una monofagia è rischiosa, come tende a dimostrare la scomparsa dell’Homo neanderthalensis, che si sarebbe estinto quando — secondo una delle ipotesi basata sui risultati di ricerche sulle loro ossa di isotopi particolarmente stabili che indicano che fossero carnivori di alto livello — non poté più soddisfare gli elevati fabbisogni di un’alimentazione prevalentemente carnea.

Mito di una Dieta Paleolitica
L’indubbio successo riproduttivo della nostra specie che con grandi numeri ha invaso tutto il pianeta è dovuto anche ad un’alimentazione onnivora con preferenza per alimenti altamente energetici.
Quando la nostra specie riduce drasticamente l’attività fisica, si ripara dal freddo e cala il dispendio energetico e ha una quasi infinita disponibilità di cibi energetici, l’accumulo di grasso corporeo prezioso nel paleolitico diviene un rischio, che si aggrava soprattutto nel prolungamento della vita media che raddoppia e tende a triplicarsi.
Ripetendo che è impossibile scientificamente definire una Dieta Paleolitica, quella che oggi è proposta come tale vorrebbe riportarsi alle presunte abitudini alimentari dei nostri antenati usando gli alimenti che l’uomo aveva a disposizione nell’Età della Pietra, quindi non coltivati e cresciuti senza l’intervento dell’uomo.
Una proposta molto teorica e difficile da eseguire, perché la stragrande maggioranza degli alimenti di origine vegetale e animale in 10.000 anni e soprattutto negli ultimi secoli
è stata profondamente modificata dall’agricoltura e dall’allevamento.
Inoltre, molti piatti proposti dalla Dieta Paleolitica sono poveri di amidi e con alto contenuto di proteine, essendo più vicini alla dieta dell’estinto uomo di Neanderthal che non ai nostri progenitori Sapiens, usando grassi al posto dei carboidrati con la speranza che il corpo impari ad usarli come fonte energetica invece di immagazzinarli.
Non esiste quindi una Dieta Paleolitica e gli ominidi dai quali deriviamo hanno avuto successo per la loro grande duttilità alimentare, costruendo diete adeguate alla loro costituzione, fisiologia e stile di vita, corrispondente alle condizioni ambientali e alle caratteristiche degli alimenti disponibili e sfruttando la loro capacità alimentare adattativa; lo stesso deve fare ora la nostra specie, non cercando di tornare indietro.


Prof. Em. Giovanni Ballarini
Università degli Studi di Parma



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