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L’export che ci salverà

of Corona S.


Il made in Italy agroalimentare italiano vola all’estero e non smette di regalare soddisfazioni. Lo fa incurante di una situazione complessiva difficile, contraddittoria, sotto certi aspetti drammatica. Lo fa in un momento storico senza precedenti e con la spada di Damocle dell’aumento dei prezzi delle materie prime.
Il comparto dovrebbe sfondare entro la fine del 2021 il tanto atteso tetto dei 50 miliardi di euro di esportazioni, pur in presenza di un calo dei consumi interni che, al contrario, è lento ed inesorabile, registrando il 10% di flessione
negli ultimi due lustri, a fronte di un incremento delle esportazioni, nello stesso periodo, del 92%. Una performance che ci pone al terzo posto della classifica europea, dove Francia e Germania ci precedono per valore aggiunto generato dalla filiera agroalimentare e pure per occupazione nel comparto. Al momento ammonta a 46,1 miliardi di euro il valore delle produzioni esportate all’estero, di cui 39,1 in prodotti alimentari, bevande e tabacco, in crescita dell’1,9% sul 2019, e 6,9 miliardi di euro di prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, in aumento dello 0,7%.
Sono dati importanti e significativi quelli forniti dall’istat, che confermano la forza dell’agroalimentare italiano, anche in un anno difficilissimo come il 2020, con un settore che si conferma anticiclico rispetto al resto dell’economia. Nel complesso, infatti, sul fronte delle esportazioni, il Belpaese ha accusato nel 2020 una flessione del 9,7% e solo il farmaceutico e l’agroalimentare sono andati in direzione contraria.
Il principale mercato di destinazione resta l’Unione Europea, a cui nel 2020 sono state indirizzate il 55% delle esportazioni agroalimentari made in Italy. In questo frangente la Germania conferma il suo ruolo come principale cliente con 7,73 miliardi sul totale, mostrando altresì una crescita del 6%. Al secondo posto c’è la Francia che, con 5,08 miliardi, mostra una situazione di sostanziale stabi- lità e, a seguire, con 3,6 miliardi, la Gran Bretagna, anch’essa con un incremento del 2,8%. Primi partner in ambito extracomunitario sono invece gli Stati Uniti d’America, che valgono da soli per l’Italia 4,9 miliardi e un aumento del 5,6%. Accanto agli USA si rileva un deciso incremento della domanda anche in Australia, Cina e Giappone.
Tra le produzioni più richieste all’estero abbiamo le conserve di pomodoro (+17%), la pasta (+16%), l’olio d’oliva (+5%), frutta e verdura (+5%). Si piazzano bene anche i prodotti da forno, mentre ha sofferto, per i noti motivi, il vino, che, anche a causa della chiusura dei ristoranti per lunghi periodi, ha registrato un calo del 3%, sebbene nel 2021 si intraveda già una forte ripresa. Si ritagliano un loro spazio anche i salumi e si conferma il ruolo dei formaggi, in particolare delle grandi DOP, dove gli operatori evidenziano altresì la possibilità di ulteriore crescita. Il lattiero-caseario, che nel 2020 ha generato 3,5 miliardi di fatturato oltreconfine, ha fatto segnare un +1% di valore 2020 sul 2019, superando le 463.000 tonnellate di prodotto vendute all’estero. Inoltre, nei primi mesi del 2021, è già evidente un’accelerazione a due cifre percentuali. Tra le migliori performance abbiamo le mozzarelle, compresa la Bufala campana e altri formaggi freschi, ma anche il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano, i grattugiati e il Gorgonzola.
Dal punto di vista regionale, le esportazioni nel settore delle conserve hanno visto protagoniste le regioni del Sud e in particolare le province di Napoli e Salerno. Per i prodotti da forno il maggior contributo è dato dalle province del Nord e del Mezzogiorno come Parma, Napoli e Avellino. Per i formaggi, l’Emilia, la Campania, la Sardegna e la Lombardia. Risultati incoraggianti che fanno ben sperare per il futuro e che sono in buona parte confermati dall’andamento dei primi mesi del 2021. Il traguardo dei 50 miliardi non sembra irraggiungibile. Tutt’altro. Rimangono in ogni caso grandi potenzialità non ancora del tutto sfruttate, problemi interni e minacce esterne che non consentono di farci adagiare sugli allori. All’indomani — o almeno così si spera — della peggiore crisi sanitaria ed economica degli ultimi 100 anni, infatti, si fa spazio la più grande ripresa di sempre, ma con tutti i problemi che situazioni anomale e impreviste si portano dietro.
Il 2021 si chiude con un esponenziale aumento dei prezzi delle materie prime, alimentari e non solo, e con evidenti speculazioni di alcuni Paesi forti nello scenario internazionale. Una situazione a forte rischio per economie come l’Italia che, essendo attive soprattutto nella trasformazione, possono facilmente diventare ostaggio di un meccanismo che strozza gli anelli intermedi della filiera.

In questo non è d’aiuto il fatto che l’Italia abbia un tessuto produttivo complessivamente frammentato e talvolta disgregato al suo interno, incapace di far fronte comune. Non a caso il 90% delle esportazioni dell’agroalimentare del Belpaese è generato dal 5% delle imprese del settore. Un problema, questo delle dimensioni aziendali che, oltre ad impedire di affrontare con maggior slancio i mercati esteri — quei mercati che richiedono competenze, massa critica e servizio — crea problemi anche sul fronte dell’offerta e indebolisce il sistema nella sua totalità. Basti pensare alla partita delle denominazioni europee, il nostro fiore all’occhiello, dove un terzo delle produzioni non solo non è mai sbarcato nei mercati stranieri, ma è completamente assente dalla Grande Distribuzione Organizzata in territorio nazionale.
Che la richiesta ci sia, ma la produzione stenti ancora a trovare un suo spazio, è evidente dal dilagante fenomeno dell’Italian sounding, che al momento mostra numeri da capogiro. Il nostro export cresce in maniera ragguardevole, ma il mondo delle imitazioni dei nostri prodotti all’estero non è da meno, anzi. Secondo coldiretti e Filiera italia il “falso” made in Italy agroalimentare vale oltre 100 miliardi, con un aumento record del 70% nel corso dell’ultimo decennio.
Più di due prodotti su tre venduti nel pianeta come italiani sono falsi. C’è dunque la necessità di coprire quelle aree di mercato adesso impegnate abusivamente da altri e rendere illegali i prodotti spacciati impropriamente per italiani.
Va portato avanti quel lavoro già intrapreso che vede, tra gli altri, accordi bilaterali tra Unione Europea e Canada a tutelare anche 160 prodotti DOP e IGP del Belpaese che possono essere venduti con un riferimento all’Italia solo se autenticamente provenienti da aziende nazionali.
Un altro problema è che le nostre aziende, grandi o piccole che siano, nell’affacciarsi ai mercati esteri non possono contare sulla Grande Distribuzione Organizzata italiana, confinata da questa parte delle Alpi. Cosa che non accade per i Francesi o i Tedeschi che, al contrario, hanno come partner le proprie catene distributive che fanno da traino.

Ma se vogliamo anche fare una sana e costruttiva autocritica, c’è da colmare un enorme gap di preparazione generale che impedisce a molte aziende di affrontare i mercatiteri. In questo scenario già di per sé difficile, è evidente che l’Italia e la Dieta Mediterranea siano oggetto da alcuni anni di continui attacchi esterni attuati con un mal celato tentativo di discredito. Dal sistema di etichettatura a semaforo all’Italian sounding, passando per una finta sostenibilità che predilige il cibo prodotto in laboratorio, sembra che per il nostro agroalimentare non ci sia pace. Oggi agricoltura e allevamento tradizionali, quelli che ci caratterizzano, complice anche la virata sulla transizione ecologica, appaiono come la causa di ogni male. L’unica strada possibile per arrivare alla sostenibilità delle produzioni alimentari sembra essere l’abbandono di tutto ciò che abbiamo sinora conosciuto, possibilmente sacrificando prodotti tipici e qualità sull’altare del rispetto dell’ambiente, come se queste cose non potessero andare tutte di pari passo verso l’obiettivo comune di mangiare bene e mangiare tutti, ma soprattutto mangiare senza sacrificare il pianeta che ci ospita.

In sintesi, fatti i dovuti festeggiamenti per i risultati sinora ottenuti, grandi sfide si presentano al cospetto dell’agroalimentare nazionale. Vietato farsi trovare impreparati.


Sebastiano Corona



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