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Sono 180 grammi, lascio?

Natale in stile British

of Papalato G.

“Barbeque is cooking (sausages and chicken) / Patio is buzzing (and the neighbors they are looking) / John is down the fun pub (drinking lots of lager) / Girls and boys are on the game (and all the high streets look the same) / Bank holiday comes six times a year / Days of enjoyment to which everyone cheers”

Bank holiday, oltre ad essere un brano di “Parklife”, terzo disco di Blur, è la denominazione utilizzata per una festività nazionale nel Regno Unito e nella vicina Repubblica Irlandese. In quelle natalizie, ma non solo, è la carne, insieme a litri di birra, l’indiscussa protagonista del pranzo domestico così come nei pub. Quello ritratto dal quartetto di Colchester parla di salsicce e pollo sulla griglia (parleremo poi del perché), che insieme a manzo e agnello fanno da sempre parte dell’identità gastronomica e sociale dell’Isola britannica. La carne bovina inglese, in particolare, è molto apprezzata anche nel nostro Paese. Il tipico sapore, dolce e non troppo deciso, è frutto di diverse dinamiche, ma è soprattutto dovuto all’alimentazione dei bovini, che vivono per gran parte dell’anno all’aria aperta, nutrendosi di erba e foraggio. Alimentazione esclusivamente vegetale che continua d’in- verno attraverso mangimi insilati, ottenuti dalla fermentazione del foraggio raccolto in estate.

Cornish pasty, British Sunday roast, roast beef e Cottage pie sono solo alcuni dei piatti a base di manzo che riempiono da sempre le tavole dei Bank Holiday britannici, collocati perfettamente all’interno di un album, “Parklife”, che vive e racconta sarcasticamente stile di vita, vizi e virtù di ciò che possiamo mettere sotto un unico aggettivo sostanti- vato, British, e di come la cultura statunitense lo influenzi. Un tema, quello della mancata identità tra significati/intenti con la percezione/comprensione che è centrale nell’analisi di questo album.
A metà degli anni ‘90, il perenne confronto musicale tra avi e discendenti divisi dall’Atlantico era a favore di quest’ultimi grazie all’esplosione del Grunge. Ma nel 1994, le tragiche avvisaglie dell’epilogo personale di kurt coBain, che segnerà anche la fine di un genere tanto eterogeneo quanto forzatamente unitario, coincidono con la pubblicazione del primo singolo e altresì brano di apertura del terzo album a firma Blur: “Girls & Boys”.

Un giro di basso che sembra uscire dai Duran Duran, la batteria disco a tracciare e enfatizzare, la chitarra a disturbare e squarciare la monotonia del cantato in mezzo ad una drum machine in perfetto stile europop di inizio ‘90: Love in the nineties / Is paranoid. Un brano pop perfetto, che da caricatura delle abitudini sessuali nei luoghi di vacanza di massa diventa manifesto della nuova libertà post-thatcheriana per la generazione britannica degli under 30, che ironicamente comprende chi il brano lo ha scritto e chi lo balla.

Segue Tracy Jacks, che non sfigurerebbe affatto in qualche disco dei kinks, girando su accordi e variazioni melodiche comuni nel pop britannico della metà degli anni ‘60 e raccontando storie propriamente britanniche che dal contesto pecu- liare parlano al mondo.
Potere del pop, cantare il testo End of the Century commovente poema melodico di meno di tre minuti su una coppia che convive, ma fa poco di più per affermare la relazione al di là delle occasionali coccole e baci della buonanotte con labbra a stampo. Coi volti incollati alla TV giorno e notte, resistono ai ripetuti tentativi di stimolazione del tubo catodico, anche la fine del millennio “non è importante”.
Damon Albarn divide le strofe della title track con pHil daniels, protagonista di Quadrophenia e quindi simbolo British tra i più rappresentativi del secolo scorso, che con marcato accento cockney commenta la natura a volte senza senso della vita moderna.

“Parklife”, oltre ad essere inevitabilmente diventato un inno calcistico cantato in molto stadi inglesi, riesce a suonare credibile mentre omaggia i Madness, continuando a rendere il disco un caleidoscopico canzoniere che attraversa le ultime decadi del Novecento. Così cambiano marcia e attraversano il punk col Bank Holiday, fotografando stereotipi culturali mischiati e ridicolizzati nella loro frenesia prima che la vacanza finisca e si torni al lavoro.
In mezzo a tanta qualità si aggiunge la meraviglia di Badhead, una delle canzoni più belle del disco e dell’intero catalogo di Blur. Difficile raccontare così bene la letargia che spesso accompagna una rottura. Albarn lo fa giocando con un’allegoria che riesce in pieno, il mal di testa al mattino che può rimandare ai postumi di un eccesso alcolico si forma invece col senso di smarrimento e il dispiacere per se stessi: una sbornia emotiva. È tutto perfetto, anche il contrasto con l’arrangiamento seventies rilassato e dalle sfumature country, mentre si stagliano gli arpeggi di Coxon.
L’intermezzo fieristico di Debt Collector funziona associato al nome del brano e diventa esercizio brechtiano in un valzer di kurt Weill.
Far Out si inserisce nel canzoniere di cui sopra come omaggio spaziale a syd Barrett, una tastiera algida in mezzo a ritmica e melodia acustiche. Due brani che sembrano interlocutori quando comincia To the End, disincantata ballad che profuma di nouvelle vague, egoismo e rimpianto raccontati con un quar- tetto d’archi e l’accordion tra cui si muove la voce di laetitia sadier di Stereolab.
Altro brano importante in successione, London Loves, gioca con l’ambivalenza: London loves sono sia i giovani che si muovono tra mate- rialismo e promiscuità, così come la città che ama tutto questo per autoalimentarsi. Un ritmo funky ma anche disco, dove tutto svolta e gira grazie alla chitarra di Coxon, con scoppi di dissonanza bilanciati dalla distorsione. Acceleratore su accordi aperti e velocità con Trouble in the Message Center, una sorta di dialogo tra il cervello e un corpo intorpidito dal letargo contemporaneo.
Clover Over Dover si apre con gabbiani e clavicembali e si muove su un pop elegante e apparentemente sereno, anche se un velo di malin- conia lo attraversa sempre. Luogo di suicidi, le scogliere sull’Atlantico diventano il teatro di falsi allarmi e ricatti crudeli che devono far riflettere. Magic America, scritta a Milano vedendo a notte fonda uno dei canali erotici in voga in quegli anni, è un’altra pagina del manifesto “Parklife”, critica ironica e feroce al sorpasso subito dalla cultura britannica da parte di quella americana. Una derisione in rima a coloro i quali desiderano vivere in un luogo che credono sia magico e straordinario, perdendo di vista la realtà.

Musicalmente siamo di fronte all’ennesimo capolavoro pop di Blur, un incastro fluido e leggero che sostiene il peso della consapevolezza. Torna poi la scossa power pop serrata e potente in Jubilee, cantando di isolamento e anticonformismo adolescenziale.
Se vi chiedono perché i Blur sono una band geniale, fategli ascoltare This Is A Low. Quella che probabilmente è la canzone più bella di Parklife”, è basata su un bollettino delle spedizioni quotidianamente trasmesso su BBC Radio. Sail on by with the tide: si fa riferimento al brano Sailing By, che suona all’inizio della previsione 0048 su BBC Radio 4. Una crociera virtuale intorno alle isole britanniche, immagini e nomi di luoghi familiari, integrati con una delle emozioni più potenti conosciute dall’umanità: il desiderio di casa.

Il gioco di parole che collega la condizione meteorologica “sistema di bassa pressione” ai minimi della depressione funge da momento culminante del viaggio intorno alle Isole. La musica è suggestiva, maestosa senza risultare eccessiva, sembra davvero di volarci sopra e le grandi onde nel ritornello sono mitigare dall’unione di chitarra elettrica e acustica.
Quando ci si sposta in primo piano per l’assolo, intrecciando insieme tre diverse parti di chitarra, esplode la perfezione, allarghi le braccia ad accoglierla.

“Parklife” dovrebbe finire così, ma in realtà se ci fermiamo a pensare al suo carattere esuberante ed ironico, è giusto che non lo faccia: Lot 105 è un divertissement scanzonato e irriverente, canzonatorio e divertito, come un fine trasmissioni lisergico. Fu l’inizio della rivelazione del Brit Pop al mondo. Arriveranno gli oasis, si parlerà di musica quanto di costume, mille band diverse tra loro saranno raggruppate sotto un unico cappello. Molti rimarranno eroi di culto, altri saranno icone. A distanza di un anno arriverà “The Great Escape”, un capolavoro diverso che li consacrerà definitivamente.
“Parklife” rimane un disco imprescindibile per intelligenza e scrittura compositiva, un’espressione eterogenea di pubblico e privato che, nonostante le differenze, suonano all’unisono. All the people so many people And they all go hand-in-hand Hand-in-hand through their parklife...

Giovanni Papalato




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