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Speciale filiera carni bovine

ISMEA: le dinamiche recenti nel comparto delle carni

of Redazione


Il mercato nazionale delle carni bovine, dopo un 2020 anomalo in cui alla tenuta dei volumi offerti si è contrapposto un contenimento dei valori medi, prosegue nel 2021 nelle analoghe condizioni.
A fronte di un’offerta nazionale sostanzialmente stabile, per gli allevatori la partita si continua a giocare sul campo della redditività: soffrono i prezzi in allevamento, con progressivi cali, mentre le quotazioni delle materie prime utilizzate per l’alimentazione degli animali crescono gradualmente, erodendo i già ridotti margini.
Non manca la preoccupazione per la pressione delle produzioni estere, che, malgrado il diffuso incremento dei prezzi, continuano comunque ad essere inferiori a quelli italiani e, quindi, ad esercitare leva concorrenziale sui prezzi delle carni italiane.
I flussi in entrata da oltreconfine si sono comunque notevolmente ridotti nel 2020, permettendo al mercato interno di mantenere un discreto equilibrio e un totale assorbimento dell’offerta nazionale. Misure di sostegno all’ammasso hanno altresì permesso il congelamento dei tagli invenduti.
I consumi domestici hanno in buona parte compensato quelli mancati del “fuoricasa”, così anche alla distribuzione si è assistito ad una maggior presenza di prodotto italiano, venduto a prezzi in sostanziale tenuta.

L’andamento del mercato mondiale e europeo

Ad inizio giugno 2021 in quasi tutti i Paesi si stava tornando alla normalità e, con l’allentamento delle misure restrittive messe in atto nel mondo, ci si aspettava anche un’imminente ripresa dei consumi. Il quadro del comparto bovino in Europa si presentava però ancora con segnali di incertezza a rispecchiare, oltre ai lunghi periodi di chiusura dei canali Ho.Re.Ca. e alla mancanza dei flussi turistici, anche il complesso cambiamento di domanda ed offerta in atto nei Paesi principali player mondiali. Fondamentalmente è l’aumento della domanda cinese di proteine che continua ad influenzare i mercati globali.
Nel 2020 le importazioni cinesi di carni bovine congelate sono aumentate in volume del 28% su base annua e nei primi 3 mesi del 2021 ancora di un 20%. Principali fornitori della Cina sono Brasile e Argentina e gli effetti di questo incremento di domanda sono stati evidenti: in Brasile il valore della carne nel 2020 è aumentato del 70%, mentre in Argentina è stato recentemente imposto un divieto di 30 giorni sulle esportazioni di carne bovina per cercare di contrastare l’aumento dei prezzi interni guidato dall’elevata domanda asiatica. Ciò potrebbe limitare ulteriormente le forniture globali, con più prodotti potenzialmente attratti dalla Cina da altri Paesi per compensare le mancate forniture argentine.
In Australia si è registrato intanto il minimo storico del patrimonio bovino degli ultimi 30 anni, a seguito della siccità che ha comportato una riduzione della mandria, con conseguenze evidenti sui flussi esportativi, in riduzione del 22%.
L’aumento dei prezzi e il dirottamento dei flussi esportativi a livello mondiale impatta sul mercato europeo, con una netta riduzione dei volumi in entrata di carni extra-UE. Nello specifico, riguardo ai flussi in entrata di carni extraeuropee, nel primo trimestre 2021 si è registrata una riduzione del 10% in volume rispetto al 2020 e del 17% rispetto al trimestre del 2019, quando ancora non vi erano gli effetti della pandemia. In particolare, si sono ridotti gli arrivi di carni da Argentina e Stati Uniti e in misura più contenuta anche quelli dal Brasile, confermando il dirottamento dell’offerta di questi paesi verso la Cina.
Per quanto riguarda le produzioni, a livello europeo la flessione nel primo trimestre 2021 (per totale UE solo gennaio-febbraio) è stata del 9%, un calo importante dopo un 2020 in cui le produzioni si erano già ridotte dell’1,2%, con Paesi quali Spagna e Germania che avevano registrato flessioni superiori alla media (rispettivamente –2,6 e –1,4%) ed altri quali Francia e Polonia, che avevano invece mantenuto invariate le produzioni.
Nei primi mesi 2021 sono state Irlanda e Polonia a trainare la contrazione: rispettivamente –15,4% e –6,6%. In questo contesto, alla fine del primo trimestre, le quotazioni medie europee si sono attestate su livelli superiori a quelli dell’analogo periodo dello scorso anno, con i “vitelloni” che a fine maggio avevano raggiunto la quotazione media di 372 e/100 kg, pari all’8,3% in più rispetto all’analogo periodo 2020, e le “manze” una quotazione media di 386 e/100 kg, pari al 9,3% in più rispetto. Un aumento delle quotazioni è registrato anche sulle categorie di capi vivi da ristallo, pertanto è lecito immaginare ci sia una maggior fiducia nel mercato dei prossimi mesi.

Aumentano i prezzi medi europei e crescono i prezzi di tutte le carni in ambito mondiale
L’indice FAO dei prezzi della carne a maggio si attesta a 105,0 punti, registrando un aumento di 2,3 punti rispetto ad aprile, mettendo a segno così il suo ottavo aumento mensile e raggiungendo un livello superiore del 10% rispetto a quello registrato un anno fa. A maggio i prezzi di tutti i tipi di
carne rappresentati nell’indice sono aumentati, soprattutto grazie all’accelerazione del ritmo delle importazioni nei paesi dell’Asia orientale, principalmente in Cina.
La maggiore carenza di offerta mondiale ha sostenuto anche i prezzi di tutti gli altri prodotti carnei, come conseguenza di molteplici fattori che vanno dal rallentamento della macellazione, nel caso di bovini e ovini, alla crescita della domanda interna di carni avicole e suine nelle principali regioni produttrici.

Stabile l’offerta nazionale malgrado il contesto non favorevole
L’offerta nazionale di carne bovina, dopo la contrazione del 2019 (–3,6%), nel 2020 si è nel complesso mantenuta stabile, adattandosi alle esigenze di una domanda mutata, ma che, dopo il primo impatto a inizio pandemia, ha raggiunto di nuovo i livelli precedenti, malgrado lo spostamento dei consumi quasi esclusivamente tra le mura domestiche.
Secondo i dati dell’Anagrafe Nazionale Zootecnica nel 2020 sono stati macellati poco più di 2,5 milioni di capi, ossia lo 0,2% in più rispetto a quanto avvenuto nel 2019. A cambiare, in questo anno anomalo in cui è mancato lo sbocco Ho.Re.Ca., è stata la composizione dell’offerta: minore il contributo al dato finale da parte dei vitelli a carne bianca (–1,8%) e delle vacche (–1,7%) e maggiore l’apporto da parte di quelle categorie al momento privilegiat dai consumatori: manze e scottone +5,5%, leggermente in flessione i vitelloni maschi (–0,6%) che, con quasi 800.000 capi, hanno continuato comunque a mantenere la posizione predominante tra le categorie offerte.
I dati di macellazione nei primi due mesi del 2021, sempre secondo l’Anagrafe Nazionale, presentano una flessione del 3% rispetto agli analoghi dello scorso anno. La composizione dell’offerta è sempre più concentrata su vitelloni e manze, che insieme rappresentano oltre due terzi del totale; i vitelli a carne bianca rappresentano al momento solo l’11% dell’offerta totale, mentre le carni di vacca rappresentano in volume il 21% dell’offerta.

Prezzi in allevamento in ripresa, ma ancora inferiori a quelli del 2020
I prezzi dei capi da macello nella fase di origine, ossia di uscita dall’allevamento, mostrano situazioni differenziate sia in termini di dinamica congiunturale che tendenziale. I valori dei vitelloni, dopo una evidente rivalutazione nella primavera 2020, hanno intrapreso una lenta discesa che si è protratta per tutto il secondo semestre 2020 e nei primi due mesi del 2021; poi, da fine febbraio, hanno iniziato la via del recupero, raggiungendo a maggio 2021 livelli prossimi a quelli 2019, seppur ancora inferiori del 1,6% rispetto a quelli 2020.

Aspettative ottimistiche per i prezzi nei prossimi mesi
Le aspettative per i prezzi nei prossimi mesi, considerate le riaperture della ristorazione e del turismo nonché le dinamiche rialziste in ambito europeo, sono ottimistiche.
Le vacche, dopo un’annata con quotazioni depresse e inferiori a quelle dell’anno precedente, hanno iniziato il 2021 con una curva ascendente, che ha portato il risultato medio di maggio a 1,19 €/kg, superiore del 6,7% rispetto a quelli del 2020, e vicino a quello del 2019. Ancora negativo il quadro per il segmento dei vitelli a carne bianca, per i quali le quotazioni scese a partire dal mese di maggio 2020 proseguono in un lento e continuo declino che le fa attestare a maggio 2021 ad un livello inferiore del 3% rispetto a maggio 2020 e del
9% rispetto a maggio 2019. L’unico segmento con livelli di quotazione in positivo rispetto al precedente biennio resta quello delle manze/ scottone, che ha iniziato l’anno già su livelli superiori a quelli del 2020, riuscendo a mantenere stabile su buoni livelli il valore medio per tutti i primi 5 mesi del 2021.
In relazione al mercato delle carni all’ingrosso, i dati evidenziano un buon livello associato ad una discreta stabilizzazione per i prezzi delle carni di vitellone, a maggio attestatisi ad oltre 5,00 €/kg. Situazione analoga per le quotazioni
delle carni di bovino adulto, che, con una dinamica gradualmente crescente da inizio anno, si attestavano a maggio su livelli superiori agli analoghi del precedente biennio.
Resta negativo, invece, il quadro delle carni di vitello, per le quali il prezzo medio, pur attestandosi a maggio su livelli superiori al 2020, resta al di sotto della norma (6,10 €/kg contro i 6,29 €/kg del 2019).
Le carni di scottona hanno registrato, nei primi mesi del 2021, livelli medi di quotazione attorno ai 5,00 €/kg, confermando, così come nella fase origine, il buon apprezzamento che questa referenza sta avendo sul mercato: la richiesta è tale da permettere alle quotazioni di attestarsi su livelli superiori alla media dei due precedenti anni.

Una domanda domestica che dopo l’espansione del 2020 tende a tornare sui livelli della normalità
Nel 2020, a fronte di una domanda extradomestica quasi annullata, i consumi at home di carni in generale hanno registrato un incremento del 7,4% dei volumi, col contribuito quasi paritetico tra carni rosse e carni bianche. Per quanto concerne le carni bovine, che in termini di spesa rappresentano il settore più rilevante fra le carni (43% in valore e 32% in volume), si rileva un andamento meno brillante rispetto alle altre, ma, visti i risultati deludenti di fine 2019 e i toni fiacchi di inizio 2020, è da considerarsi positivo il risultato a consuntivo del +6,2% dei volumi e del +7,8% della spesa che lascia trapelare anche un aumento dei prezzi medi. Nei primi cinque mesi del 2021, però, i volumi delle carni bovine sono gli unici in regressione (–1,7%), mentre restano in terreno positivo i volumi acquistati per carni suine, avicole e ovicaprine.

Le carni bovine brillano meno delle altre sia nel 2020 che nel I Q 2021
I canali di vendita utilizzati per l’acquisto delle carni bovine sono stati soprattutto i supermercati e le macellerie, attraverso i quali sono
stati acquistati rispettivamente il 39% e il 22% dei volumi totali.

Tengono i Discount, perdono parte delle quote acquistate nel 2020 i negozi tradizionali
Un ruolo discreto, ma inferiore rispetto a quanto rappresenta per altre referenze, lo ha avuto anche il Discount, dove si sono vendute il 13% delle carni e dove le vendite sembrano confermarsi più stabilizzate, con un incremento del 10% su base annua nel 2020 e una tenuta nel primo quadrimestre 2021. Diversamente i canali tradizionali, dopo l’exploit del 2020 (+16%) hanno segnato un ripiegamento del 9% nei primi mesi del 2021, al contrario gli Iper che avevano perso quote nel 2020 (–4%) segnano un recupero che li riporta alla norma nel 2021.

Macro-aree, il Nord Est l’unica area in positivo nel 2021 I
n relazione alle macro-aree geografiche, si può evidenziare chiaramente che, dopo un 2020 con espansione degli acquisti diffuso su tutto il territorio, con maggior dinamismo nell’areale del Nord Est, il 2021 si è aperto con un ripiegamento in tutte le aree ad eccezione proprio del Nord Est, dove continua la fase espansiva dei consumi (+7,7% dopo il +10% del 2020).
La principale categoria merceologica tra quelle riconosciute al dettaglio è quella del bovino adulto, che rappresenta circa il 60% dell’offerta (in questa categoria commerciale rientra anche il vitellone); segue la carne di vitello, che nel banco al dettaglio rappresenta il 35%, alla quale si affianca la categoria della scottona, riconosciuta come categoria solo negli ultimi anni. La categoria del bovino adulto, dopo la crescita delle vendite nel 2020 del 6,9%, nel 2021 registra un ripiegamento del 4,3%, ma i volumi esitati alla Distribuzione sono comunque superiori del 5% a quelli degli analoghi mesi del 2019. La carne di vitello, dopo l’incremento del 3,2% dei volumi venduti nel 2020 rispetto al 2019, conferma, nel primo quadrimestre 2021, un incremento delle vendite dello 0,7%, con valori leggermente superiori a quelli dello scorso anno, che fanno segnare alla spesa un incremento del 1,4%. Le carni di scottona, come già anticipato, restano quelle per cui la domanda al consumo si mostra più dinamica: i volumi delle vendite infatti dopo l’incremento del 2020 del 17% nel primo quadrimestre 2021 segnano un ulteriore incremento del 12% che porta l’avanzamento rispetto al quadrimestre dell’annata pre-Covid 2019 al +33%, con una crescita della spesa ancora più evidente: nel primo quadrimestre 2021 superiore del 47% rispetto all’analogo periodo del 2019 (+14% vs 2020).

Una pressione da offerta estera più contenuta. Le carni di scottona si confermano le più richieste anche nel 2021 (+12%).
Incremento dell’import di capi da allevamento (+4,4% dopo il +16% del 2020)
A fronte di una domanda più contenuta per la mancanza dei consueti flussi turistici e al contestuale aumento dei valori delle carni estere, si è verificata una consistente riduzione dei flussi di importazione. Nel complesso nel 2020, la contrazione dell’import di carni bovine su base annua è del 9,7%, la più importante oscillazione negativa degli ultimi cinque anni, cui contribuiscono in particolare le flessioni nel secondo trimestre del 2020 (–16,2% l’import su base annua); nel 2021 i dati disponibili relativi ai primi due mesi indicano ancora una flessione molto importante (–22%) delle importazioni di carni, che riflettono sia il permanere delle condizioni di restrizione legati alla pandemia, sia il contemporaneo rallentamento dei consumi interni.
Principale fornitore di carni bovine dell’Italia nel 2020 resta la Polonia, con quasi 70.000 tonnellate nei primi tre mesi, questo è però anche il Paese che più degli altri paga la situazione di crisi con una contrazione del –13,7% dei volumi spediti. In flessione anche gli arrivi da Francia (–8,4%) e Irlanda (–9,9%), mentre, grazie all’estrema competitività di prezzo, trovano maggiore spazio sul mercato nazionale Spagna (+11,9%) e Paesi Bassi (+6,6%).
Ai segnali di crisi che si leggono nella flessione delle importazioni di carni, si contrappone un quadro completamente inverso per ciò che concerne l’import di capi vivi da ristallo. Su questo fronte, infatti, il numero di bovini “da allevamento” importati nel 2020 (il 77% del totale) cresce del 16,5% rispetto al precedente anno, con la categoria dei broutards che addirittura segna un incremento del 13,9% e quello delle manze (che rappresentano un quarto dei capi importati) del 21,7%.
Il dato indica la tenuta di fiducia degli ingrassatori, che non intendono ridurre l’offerta per il periodo estivo, in vista di un’attesa espansione della domanda per l’uscita dalla fase critica dell’emergenza sanitaria e le conseguenti “riaperture”.
I prezzi dei ristalli provenienti dalla Francia restano al momento piuttosto elevati, soprattutto per le femmine e per i capi con buona conformazione, ma questo elemento sembra non dissuadere la richiesta degli ingrassatori, che a maggio mantengono vivaci i livelli di domanda presso gli allevatori francesi.

Redditività a rischio
Se consideriamo come indice di redditività il rapporto tra indice dei prezzi di vendita e indice dei prezzi dei mezzi di produzione, si può affermare che, nel complesso, nei primi mesi del 2021 la redditività degli allevamenti nazionali è rimasta su livelli di criticità, sia dal lato dei ricavi che sul fronte dei costi di produzione, come evidenziato dall’Indice Ismea dei prezzi degli input produttivi. L’impennata dei prezzi della soia (664 e/t ad aprile, +78% rispetto allo stesso mese del 2020) e del mais (233 e/t ad aprile, +36% rispetto al 2020) che prosegue da mesi e non accenna ad arrestarsi sta gravando pesantemente sui costi per l’alimentazione animale e di conseguenza sui bilanci delle aziende.
L’Indice Ismea dei prezzi degli input produttivi ha registrato nel primo quadrimestre un rialzo di oltre il 4% su base annua ascrivibile esclusivamente ai rincari dei mangimi (+7%). Un recente aggiornamento Ismea sull’andamento dei prezzi dei cereali e della soia ha evidenziato rincari ulteriori anche nel mese di maggio. Il mais ha raggiunto la quotazione record di 266,61 e/t (+52% su maggio 2020 e +14% su aprile 2021): non solo il valore più elevato degli ultimi 15 anni, ma anche il livello mai raggiunto da quando Ismea ha iniziato a rilevare i prezzi nel 1993. Per la soia, sempre a maggio, si sono raggiunti i 695,17 e/t (+83% su maggio 2020 e +4,7% su aprile 2021); anche in questo caso si tratta del prezzo più elevato osservato da Ismea a partire dal 1993.
Tornando all’indice della ragione di scambio, si osserva, nel 2021, una graduale flessione determinata dalla lentissima ripresa dell’indice dei prezzi, che dal valore di 114 di gennaio è passato a 115 nel mese di aprile 2021, recuperando 1 punto in 4 mesi. Viceversa, l’indice dei prezzi dei mezzi di produzione ha mostrato una crescita più repentina a partire dal mese di gennaio in cui si attestava al valore di 103 passando al valore di 105 ad aprile 2021; ne consegue una lieve erosione della redditività.

Focus: i costi di produzione nelle aziende a ciclo aperto che allevano vitelloni Charolais
Nell’ambito delle attività dell’Osservatorio economico del settore zootecnico è attivo dal 2015 un servizio di monitoraggio trimestrale dei costi relativi a partite di vitelloni allevati in aziende da ingrasso, dettagliate per razza, sesso e dimensione aziendale.
La tipologia di capi oggetto dell’analisi è rappresentata da vitelloni maschi di razza francese (Charolais, Limousine e Garronese), in quanto maggiormente diffusi negli allevamenti specializzati nell’ingrasso di bovini da carne. La dimensione degli 80 allevamenti del campione
è compresa tra un minimo di 100 ed il massimo di circa 2.600 posti stalla.
Di seguito si riporta uno stralcio dei risultati dell’esercizio 2020, su partite di aziende di grandi dimensioni (oltre 550 posti stalla) che allevano
bovini maschi Charolais. I ristalli di razza Charolais acquistati dagli allevamenti
di grandi dimensioni (oltre i 550 posti stalla) sono broutards il cui
peso all’ingresso si attesta tra i 420 e i 430 kg, trattandosi di vitelloni maschi di età compresa tra nove e dieci mesi, già sottoposti dopo lo svezzamento ad un periodo di pre-accrescimento nelle aziende di origine. I capi sono stati venduti al macello ad un peso vivo incluso tra un minimo di 713 ed un massimo di circa 720 kg. Considerata la taglia raggiunta alla vendita, i vitelloni sono stabulati preferibilmente in box a pavimento pieno dotati di lettiera permanente o inclinata, nonostante la gran parte degli allevamenti disponga anche di stalle a pavimento fessurato. L’incremento ponderale dei capi risulta pari a 1,48 kg/capo/giorno con differenze relativamente contenute tra i diversi trimestri. La limitata variabilità della durata dei cicli di ingrasso — uguale in media a 195 giorni — determina le differenze altrettanto contenute delle voci di costo relative al lavoro, agli ammortamenti e all’utilizzo dei mezzi correnti di produzione, quali lettìmi e carburanti.
Una correlazione analoga si rileva anche per quanto riguarda l’alimentazione che, dopo il prezzo di acquisto del ristallo, costituisce la componente più rilevante del costo per capo. Anche nel 2020, la tendenza del mercato dei cereali e degli alimenti proteici non è stata interessata da particolare volatilità, per cui gli effetti della fluttuazione dei prezzi delle materie prime sul costo della razione alimentare sono risultati relativamente limitati. Dal massimo di 2,16 e/capo/giorno toccato nei primi tre mesi dell’anno, il costo stimato per il razionamento del bestiame si è gradualmente ridimensionato nei trimestri successivi, fino ad arrivare ad un minimo di e 2,06 nel IV trimestre. Nonostante i periodi di permanenza in stalla non abbiano registrato differenze significative, il costo dei vitelloni venduti nel primo trimestre del 2020 sono risultati più elevati a causa del maggiore costo del ristallo e delle materie prime per l’alimentazione.
Di contro però anche i prezzi di vendita del vitellone Charolais nei primi due trimestri sono risultati superiori a quelli dei 2 trimestri successivi, con effetti evidenti sui margini: nei primi due trimestri risultano infatti in positivo sia il margine sui costi correnti, sia il margine operativo lordo, nel terzo trimestre il ridimensionamento del prezzo di vendita, sceso a luglio ai livelli più bassi dell’anno (2,31 e/kg), ha portato in negativo tutte le marginalità, tanto che i ricavi non sarebbero stati sufficienti nemmeno a coprire i soli costi correnti, nel quarto trimestre la lieve ripresa dei prezzi di vendita ha permesso agli allevatori di tornare a coprire i costi correnti, ma non i costi del lavoro. Nei prossimi mesi sarà possibile consultare sul sito Ismea Mercati la serie completa delle schede di monitoraggio sui costi di produzione per partita, che riguarderà anche le aziende venete di minori dimensioni e quelle piemontesi di grandi e piccole dimensioni sempre a ciclo aperto.
Anche considerando gli aiuti accoppiati cui la maggior parte degli allevatori del ciclo chiuso in Veneto possono accedere (premio alla macellazione di capi che sono stati in azienda per più di 6 mesi), che quest’anno sono stati di circa 53,00 e/capo, si può facilmente dedurre che la redditività in questi allevamenti di eccellenza sia stata nel complesso negativa a partire dal mese di marzo con l’inizio della crisi sanitaria. A fronte di una incomprimibilità
dei costi, non resta che sperare in una ripresa dei prezzi di vendita. La ripartenza delle attività di ristorazione e dei flussi turistici potrebbero rendere di nuovo tonico il mercato dei prossimi mesi.

Le prospettive

Nel primo trimestre del 2021 l’indice di clima di fiducia delle imprese di prima lavorazione delle carni rosse è ulteriormente peggiorato (–20,4), facendo segnare una contrazione di quasi 15 punti sul quarto trimestre 2020 e tornando a valori prossimi a quelli del I trimestre 2020, quando l’avvento della pandemia aveva portato il sentiment degli imprenditori ai livelli più pessimistici del quinquennio. Gli allevatori hanno mostrato pessimismo anche nel primo trimestre 2021 perché la fiammata di ritorno dei contagi nel periodo invernale ha costretto ad un prolungamento delle misure restrittive che hanno di fatto limitato gli entusiasmi per l’auspicato ritorno alla normalità e la conseguente ripresa del mercato.
Il livello dell’indice a inizio 2021 resta tra i più bassi degli ultimi 5 anni, solo nel 2016 aveva toccato livelli simili quando l’impatto mediatico del comunicato dell’OMS sulle carni rosse ne aveva provocato un improvviso crollo dei consumi. Ma l’indice è riferito al primo trimestre, quando la situazione ancora non era chiara e l’aumento dei contagi destava preoccupazione sui tempi di ritorno alla normalità, già a partire dalla primavera la situazione migliora e l’aumento degli acquisti di ristalli è un primo segnale per un’inversione di tendenza per il prossimo trimestre. Rispetto allo scorso anno la situazione è sicuramente migliore grazie alla campagna vaccinale in corso a al rallentamento delle restrizioni in vista dell’estate che sta avvenendo con anticipo rispetto al 2020. Questo fa auspicare un aumento delle richieste da parte
della ristorazione superiore rispetto a quanto avvenuto lo scorso anno.
Va sottolineato che la filiera della carne bovina nazionale ha reagito
bene sin da subito all’emergenza, proseguendo regolarmente l’attività. senza blocchi sanitari diretti, riorganizzando i flussi nei diversi canali distributivi e garantendo la presenza di merce anche nei periodi più difficili. I livelli produttivi nazionali sono riusciti a rimanere inalterati rispetto alle normali annate, malgrado il 2020 sia stato un anno del tutto anomalo. Un problema che persiste e si acuisce è però quello della redditività. I prezzi nazionali in allevamento hanno mostrato
una discreta tenuta nella prima fase, ma hanno avuto un cedimento importante nella seconda metà dell’anno quando la pressione delle carni estere si sommata ad un lieve calo della domanda domestica. Di contro, i costi di produzione elevati e incomprimibili non permettono al prodotto nazionale di essere competitivo sul prezzo con quello estero e la dipendenza dall’estero sia per i ristalli che per il soddisfacimento della domanda interna (l’Italia produce solo il 55% di quel che consuma) non permette di gestire la volatilità degli stessi.
Tra i problemi che interesseranno il comparto e che causeranno un permanere dell’incertezza ci sono le dinamiche al rialzo dei prezzi dei mangimi e la crescente attenzione dei governi sulle proteine animali e sulla loro sostenibilità. Proprio a tal proposito ci potrebbe essere una crescita dei costi, sia per gli investimenti infrastrutturali, che per il confronto con i più stringenti regolamenti governativi. Andrà data “un’identità” ad un prodotto che sta gradualmente perdendo appeal proprio per la scarsa riconoscibilità
Il mercato nazionale della carne bovina è probabile debba dividersi in due scenari, con due tipologie di consumatori, ovvero quelli che la crisi finanziaria spingerà verso la convenienza di prezzo, e quelli che — sempre più attenti e consapevoli ai cibi che consumano e ai problemi etici ed ambientali — sceglieranno prodotti in grado di garantire la qualità, il salutismo e la territorialità.
L’evolversi della filiera italiana delle carni bovine dovrà intercettare e soddisfare proprio questa seconda tipologia di consumatore, diventando una filiera più “identitaria”, potenziando e valorizzando elementi di “valore aggiunto”, “qualità organolettica”, “modalità di frollatura”, “riconoscimenti territoriali”, “marchi di garanzia del rispetto animale e ambientale”, valori etici e sociali, persino i miglioramenti che le nuove tecnologie possono aver apportato al prodotto.
Andrà rivalutato il consumo di un prodotto che sta gradualmente perdendo appeal proprio per la scarsa riconoscibilità che ne comporta spesso un allineamento sulla scarsa qualità.
La filiera della carne bovina nazionale è una risorsa strategica per il Paese e servirà dunque a completamento delle strategie produttive anche una politica di settore a lungo termine che cerchi di migliorare e rendere forti i rapporti tra produzione e distribuzione.


Fonte: ISMEA – Direzione Servizi per lo Sviluppo Rurale
Responsabile: Michele Di Domenico
Redazione a cura di: Paola Parmigiani
www.ismeamercati.it



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