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Il mercato del packaging per le carni non conosce sosta

of Villa R.


Gli alimenti freschi porzionati e preconfezionati rappresentano un’esperienza quotidiana per tutti i consumatori, che si tratti di insalata in busta, frutta pronta al consumo o carne. La componente di servizio è elemento fondamentale per raggiungere determinate fasce di mercato e differenziarsi dalla concorrenza.
L’imballaggio è altresì insostituibile per veicolare sulle lunghe distanze i prodotti, sia nei formati di piccolo taglio sia per quelli destinati alla rilavorazione prima della vendita al dettaglio. Il packaging assume in questo contesto un ruolo fondamentale, che si estrinseca in varie funzioni: trasporto, protezione, presentazione, comunicazione, conservazione.
Lo studio applicato dei materiali più idonei è avanzato molto negli ultimi decenni e sta avendo uno sviluppo eccezionale a seguito delle inevitabili esigenze di preservare l’ambiente nella gestione di quello che, appena dopo il consumo, da importante strumento diviene oggetto da smaltire.

Nel mondo c’è fame di imballaggi

Il commercio globale di carne, così come quello di molti altri beni alimentari, è in costante aumento anno dopo anno, se si fa eccezione per gli scossoni assestati per un breve lasso di tempo dalla pandemia di Covid-19. Va da sé che gli imballaggi seguano questa tendenza, infatti nel solo settore delle carni il loro valore è stato calcolato in 12 miliardi di dollari USA nel 2020 e le stime lo proiettano appena sotto i 14 miliardi di dollari nel 2026, con un tasso di crescita aggregato nel periodo 2021-2026 ben superiore al 4%.
Le variabili che orientano verso questi numeri sono diverse, dalla distanza e dall’ampiezza dei mercati che vengono serviti sino alle preferenze locali dei consumatori: si pensi che secondo l’American
Institute for Packaging and the Environment
(1) — un’associazione di filiera tra imprese produttrici di imballaggi e di prodotti finiti che ha lo scopo di promuovere studi ed orientare le politiche sulle pertinenti tematiche — negli Stati Uniti approssimativamente il 70% delle carni è venduto confezionato. Giusto per avere un’idea dei numeri in gioco, l’industria USA del packaging, intesa nel suo complesso, vale circa il 2,5% del PIL statunitense, per un fatturato di circa 538 miliardi di dollari.
Secondo Flexible Packaging Europe (2), associazione che raggruppa oltre ottanta imprese del continente europeo e della vicina Turchia e rappresenta oltre l’80% del mercato, entro il 2022 il fatturato degli imballaggi flessibili destinati a tutti i settori merceologici in Europa raggiungerà i 16 miliardi di euro, dei quali circa il 10% destinato all’esportazione al di fuori dell’area economica di pertinenza, con un aumento del 14% messo a segno a partire dal 2017.
Va peraltro considerato che le continue difficoltà nella fornitura di materie prime stanno creando un potenziale rischio alla stabilità delle forniture per alimenti, farmaci e prodotti medicali.
Le materie prime utilizzate per gli imballaggi flessibili hanno mostrato nei primi sei mesi del 2021 un incremento nei prezzi mai verificatosi, secondo i dati forniti dal resoconto trimestrale Wood Mackenzieper gli imballaggi flessibili. Esempi di questi drastici incrementi sono: oltre il 130% per le resine PE, quasi il 70% per la pellicola BOPP o circa il 18% per il foglio di alluminio.
Inoltre, il costo dei trasporti sia via mare da e verso l’Europa, sia via terra entro i confini dell’Europa sono saliti alle stelle, sempre che ci fosse disponibilità.
Un occhio all’ambientee le nuove frontiere Poliaccoppiati, monomateriale, monostrato, pluristrato, ad effetto barriera, termoretraibili, estensibili, rigidi, aderenti, sottili, spessi, assorbenti, colorati, trasparenti: ognuno ha la sua funzione. Non sempre è però agevole determinarne il corretto fine vita, né per il trasformatore indicare in etichetta le più corrette modalità di smaltimento per il consumatore finale e ciò può generare una mancanza di potenziale riciclo tanto come materia prima rigenerata nel settore degli imballaggi (alimentari e non) quanto come base per la produzione di manufatti dall’utilizzo più vario, dai capi di vestiario agli oggetti di arredamento.
Flexible Packaging Europe è molto attiva in progetti di sostenibilità nel
contesto della strategia per l’economia circolare dell’Unione Europea.
L’industria degli imballaggi flessibili sostiene la raccolta differenziata di tutti gli imballaggi, al fine di garantire che questi materiali siano sottoposti a trattamenti efficienti per il loro recupero.
Flexible Packaging Europe è inoltre un membro fondatore e coordinatore dell’iniziativa CEFLEX (3), che mira a coinvolgere tutti i tipi di
imballaggio flessibile in un’economia circolare, a sostegno di una migliore raccolta differenziata e di migliori soluzioni di riciclaggio in tutta Europa.
La gestione eco-sostenibile del rifiuto costituito dall’imballaggio esausto, prevalentemente fatto di materie prime plastiche vergini e quindi derivato da combustibili fossili, è importante ma di per sé non sufficiente. Negli ultimi anni si stanno sempre più diffondendo le soluzioni che prevedono l’impiego di parte del materiale riciclato proveniente da appositi impianti autorizzati a tale scopo, in maniera da generare un positivo circolo virtuoso che limiti il ricorso a nuova materia prima di origine fossile.
Molto più sconfinata e avvincente è la ricerca dei materiali che possano sostituire in parte o in tutto le plastiche, mantenendone le innumerevoli caratteristiche che ne hanno sinora garantito l’utilizzo pressoché incontrastato. Ciò da un punto di vista non solo dell’idoneità, che è il primo vero baluardo di prova dei nuovi concorrenti, ma anche della reperibilità e della economicità.
Una situazione turbolenta di mercato delle materie prime come quella attuale potrebbe fare da trampolino di lancio a molte iniziative, occorre però la sostenibilità economica e produttiva nel lungo e anzi lunghissimo termine. Si spazia dalle bioplastiche prodotte a partire dai vegetali coltivati — con l’obiezione, come per i biocarburanti, che sottraggono suolo ad altre colture necessarie per sfamare una popolazione mondiale che entro qualche decennio toccherà i dieci miliardi — a quelle ottenute dalle alghe marine, fino a quelle realizzate in bioreattori grazie a microrganismi (batteri, lieviti) che si alimentano di prodotti residui non altrimenti valorizzabili.


Roberto Villa


Note
1.
www.ameripen.org
2.
www.flexpack-europe.org
3.
ceflex.eu



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