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Razze

Il suino Nero di Lomellina ai blocchi di (ri-)partenza

of Villa R.


Storia e legame con il territorio
I testi post-unitari e novecenteschi che trattano di allevamento descrivono nell’areale compreso tra le province di Pavia, Novara, Vercelli, Alessandria ed Asti l’esistenza di due razze simili tra loro: il suino Nero di Garlasco o di Lomellina, in provincia di Pavia, nel Novarese e nel Vercellese, e il suino Nero di Cavour, diffuso nelle province di Asti e Alessandria e in piccola parte nelle province di Cuneo e Torino.
In particolare, Ettore Mascheroni, nel suo volume di Zootecnia speciale dell’Enciclopedia Agraria Italiana dedicato ai suini (UTET, Torino 1927) riporta la descrizione accurata delle razze di Garlasco e Cavour ripresa da Stanga (Hoepli, Milano 1922) e Cassella (Battiato, Catania 1909), date dai due autori ormai come irrimediabilmente perdute; tuttavia, precisa che alcuni allevamenti in purezza ancora sopravvivono al meticciamento con le razze inglesi più precoci e produttive. Nel 1951, una ricerca di Raimondo Raimondi sulla razza di Garlasco evidenzia gli effetti dei numerosi incroci sulle caratteristiche morfologiche degli animali allevati nel decennio 1940-1950.

La nuova razza: vent’anni di incroci e selezioni, fino alla registrazione ANAS 
Ildefonso Stanga, nel suo volume “Suinicoltura pratica” (Hoepli, Milano 1922), ebbe a lamentarsi della progressiva e onnipresente ibridazione con le razze inglesi, incominciata nel 1872 ad opera del Ministero dell’Agricoltura, scrivendo che “si sarebbe potuto uno fare e l’altro non omettere, ossia introdurre le razze inglesi per l’incrocio e il meticciamento e d’altra parte non lasciar perire le razze indigene, anzi migliorarle con la selezione e con più appropriati metodi di produzione e di allevamento, ma sfortunatamente ciò non avvenne”. Ma, come si sa, in genetica nulla è perduto se si è in grado di ritrovare il bandolo della matassa, espressione quanto mai appropriata se riferita ai geni contenuti in quel gomitolo di origine della vita che è il DNA. Partendo dai suini del territorio che ancora manifestavano i caratteri tipici dell’antica razza pavese e risalenti ad un nucleo degli anni ‘60-‘70, nel 2000 Domenico Ubezio, con le figlie Alessandra, Paola ed Elisabetta, intraprende un razionale recupero genetico a partire da pochi soggetti nati nell’inverno dell’anno successivo in un allevamento della Lomellina, con caratteristiche fenotipiche e produttive interessanti riconducibili al Nero di Lomellina. Inizia così, nei primi anni del nuovo millennio, una rigorosa azione di moltiplicazione e selezione assistita da un gruppo di ricerca coordinato dal professor Giulio Pagnacco dell’Università di Milano con la partecipazione del CNR, volta a dare un contributo innovativo alla conservazione e alla produzione di biodiversità. Nel 2008 nell’allevamento della famiglia Ubezio ci sono già una trentina di scrofe e qualche verro; tuttavia, non ancora sufficienti per essere iscritti al registro ANAS (servono infatti un minimo di 150 scrofe e 8 verri). Negli ultimi anni il subentro nel progetto da parte di Graziano Iacconi, che ha rilevato l’allevamento delle sorelle Ubezio, ha permesso a questa operazione di continuare a evolversi grazie alle attività del suo gruppo di lavoro. Iacconi è un imprenditore, attraverso la sua società Brioo Srl1 dal 2007 si occupa di recuperare strutture produttive in ambito suinicolo attraverso formazione manageriale e rilancio, puntando su efficienza e qualità. Successivamente, in Piemonte alcuni allevatori, col supporto di Riccardo Fortina, docente dell’Università di Torino, hanno introdotto animali di questa popolazione e li hanno riprodotti in purezza e/o in incrocio con qualche verro delle razze Cinta senese, Mora romagnola e Apulo-Calabrese. Infine, al termine dell’iter nell’aprile del 2020, il suino Nero di Lomellina è stato riconosciuto come nuova razza iscritta al Libro Genealogico dell’ANAS con Decreto del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; in conformità alle norme europee (Regolamento UE 2016/1012) e nazionali (DLgs 52/2018), la denominazione di razza può essere attribuita infatti solo ai suini che sono iscritti nel Libro Genealogico e rispondenti alle relative descrizioni. È così che, cent’anni dopo i rimpianti del marchese Stanga, il Nero di Lomellina è stato riportato alla luce. Lo stesso percorso è stato seguito per il Nero di Parma, anch’esso riconosciuto tra le nuove razze iscritte al Libro Genealogico, e si potrebbe seguire per altre razze scomparse i cui geni ancora circolano sottotraccia nel Belpaese.

Descrizione della razza e patrimonio 
La razza si contraddistingue per le caratteristiche elencate in Tabella 1. Sono incompatibili con i criteri identificativi della razza:
• assenza della lista frontale;
• presenza di evidenti zone con cute o setole depigmentate al di fuori della testa e delle balzane;
• estensione delle balzane posteriori oltre il garretto o anteriori oltre il pastorale;
• presenza di numerose (più di venti) setole rosse o rossogiallastre;
• mantello striato o agouti;
• orecchie completamente erette;
• presenza di alleli o aplotipi responsabili di mantelli e pigmentazioni incompatibili con lo standard di razza.
La razza deriva da progenitori che erano storicamente allevati all’aperto ma è ugualmente idonea per la stabulazione. Attualmente la consistenza del patrimonio è inferiore ai 2.000 capi, dei quali circa metà nell’allevamento della Brioo che dispone approssimativamente di 1.000 capi da ingrasso e 120 riproduttori. In Piemonte ci sono allevamenti nelle province orientali ed anche nelle Langhe cuneesi, come quello di Robert o Costa a Castellinaldo (CN)3, che conta circa 80 capi tra animali da ingrasso e riproduttori, allevati in stato semi-brado. Costa, che è principalmente un viticoltore, vede il potenziale di questa razza autoctona come elemento di interesse verso i clienti e i turisti sul territorio e allo stesso tempo un’occasione per recuperare terreni abbandonati nell’alta Langa e dare occupazione a livello locale.

Carne e trasformazione

La consistenza di capi da ingrasso è attualmente ancora molto ridotta e piuttosto frammentata, se si esclude l’allevamento della Brioo. La carne del Nero di Lomellina si caratterizza per la marezzatura molto fine, quasi impercettibile alla vista, che dona un sapore intenso e una caratteristica tenerezza, apprezzabile sia nei salumi stagionati sia in quelli cotti. La Confraternita del pursè negär, nata nel 2012 per valorizzare le tradizioni culinarie legate all’allevamento del maiale Nero di Garlasco, organizza una sagra annuale nell’omonima cittadina pavese. Oltre a piccoli salumifici locali siti nel territorio lombardo-piemontese l’interesse sta crescendo anche nelle imprese di medie dimensioni, come la Fumagalli Industria Alimentari Spa di Tavernerio (CO), che ha lanciato una linea di salumi di Nero di Lomellina4, proposti anche in formato pre-confezionato (sottovuoto, affettato) e con una buona visibilità anche sulle piattaforme del commercio elettronico.


Roberto Villa


Note
1.
www.brioosrl.com 
2. Disponibile su:
www.anas.it/ Normative/Norme001.pdf 
3.
www.teocosta.it/index.aspx 
4.
www.fumagallisalumi.it/maialenero- della-lomellina



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