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Sono 180 grammi, lascio?

Salsicce psichedeliche e personalità televisive

of Papalato G.


Quando nel 1981 esce “… And Don’t the Kids Just Love It” il mondo non è più interessato a Syd Barrett, ma non smette di amare le salsicce. Ok, è un incipit decisamente estremo e provo a spiegare: i Pink Floyd sono all’apice delle loro seconda fase, il tour di “The Wall” sta per finire e l’ego di Roger Waters porterà poi al suo abbandono con il successivo “The Final Cut”. Barrett, con problemi psicologici che l’uso di acidi aveva contribuito ad ampliare, era stato prima isolato e poi estromesso dalla band che avevo fondato, nell’aprile del 1968. Lo ritroviamo nel brano che apre il secondo lato dell’esordio di Television Personalities, mezzo espressivo di Dan Treacy. È dentro ad un quadro neopsichedelico in cui l’atmosfera pastorale della melodia nello stile del protagonista è arricchita da cinguettio costante e invadente di uccellini:
“There’s a little man in a little house
With a little pet dog
and a little pet mouse
I know where he lives
and I visit him”.

Non è il frutto di un desiderio o di una fantasia, tanto che anni dopo la band fu rimossa dal ruolo di supporto in apertura al tour solista di David Gilmour per aver rivelato l’indirizzo del genio dimenticato e celebrato come Diamante Pazzo dai suoi ex compagni vinti dal rimorso in Wish You Were Here del 1975. Treacy, provocatorio e irriverente, sosteneva che nessuno avrebbe creduto nemmeno per un secondo a quanto aveva condiviso (e forse nemmeno interessava ai più), rimarcando così il seccato “oh shut up!” che aveva fatto pronunciare all’ascoltatore al termine del brano: incredulo e seccato, convinto di essere stato canzonato.
“We have Sunday tea,
sausages and beans
I know where he lives
’Cause I know where
Syd Barrett lives”.

Sapendo che Barrett tornò a vivere con la madre a Cambridge, mi sono sempre perso ad immaginare la situazione, in cui dopo il tè, a pranzo o a colazione, ai due venissero serviti fagioli e salsicce in un surreale silenzio o in lunghissime chiacchierate.

“Salsiccia” deriva da “saussiche” in francese antico e prima ancora dal latino “salsus”, che intendeva qualcosa che è stato salato. Durante il secondo conflitto mondiale erano soprannominate “banger” (petardo), perché, avendo un alto contenuto d’acqua, in ragione della povertà nell’emergenza del conflitto, una volta cucinate, esplodevano con facilità.
Questi insaccati sono arrivati nel Regno Unito dai Romani intorno al 400 a.C. Da lì, nelle diverse contee inglesi si è cominciato ad insaporire questo prodotto in modo diverso, originando così ognuno una propria salsiccia locale. Nel Lincolnshire sono aromatizzate alla salvia, nel Cheshire con cumino e coriandolo, nel Cumberland la speziatura è più varia e costituita, tra le altre, da pepe nero, noce moscata, salvia e maggiorana. Questa varietà è legata alla storia e alla cultura del territorio, in cui esistevano porti molto attivi, particolarmente quello di Whitehaven. Le salsicce di questa Contea del Nord Ovest hanno la tipica forma lunga e attorcigliata che ricorda quelle tedesche, tanto che si fa risalire la loro origine all’arrivo dei migranti dalla Germania nel XVI secolo, ed erano normalmente preparate con la tipica carne del suino locale. Purtroppo questo animale, dalla seconda metà del ‘900, è stato sostituito da razze più produttive. Anche se oggi non è stata ancora riconosciuta, si sta realizzando l’importante progetto di ricrearne la razza e, nel frattempo, la salsiccia tradizionale del Cumberland è prodotta con un misto di carne da allevamenti estensivi e locali, da cui vengono utilizzati tagli privi di osso lavorati poi con l’aggiunta di grasso e insaccati in budello naturale.

Popolari, presenti nelle cucine domestiche di ogni ceto sociale, da colazione a cena passando per pranzi o spuntini, le salsicce sono nominate in tanti brani, compreso appunto l’intimo e surreale racconto presente in uno dei dischi più rappresentativi della musica indipendente inglese.

Il primo album di Television Personalities è non convenzionale, slegato da mire commerciali ed erede di un movimento non solo musicale come era stato il punk, dichiarato antagonista al decennio precedente. In sarcastica opposizione a quella Swinging London simbolo di superficialità e ipocrisia hippy che si era dimostrata fallimentare, mettono in copertina due suoi simboli: l’icona e modella Twiggy e l’attore Patrick Macnee, nei panni in cui è protagonista della acclamata serie tv “Agente Speciale”. Una sfida, un gioco agrodolce in cui vengono utilizzate anche formule sonore riconducibili a quel periodo, cosa innovativa ad inizio anni Ottanta, abbinate però a testi crudi e nichilisti, che si sommano ad altri brani legati filologicamente alle culture Punk e Mod. Le canzoni, eseguite dallo stesso Treacy con Ed Ball e Mark Sheppard, compongono un album affascinante e sovversivo, che si muove di contrasti. Reazionario e rivoluzionario quando usa i 60’s, estremamente serio e ironico, rétro e pionieristico. La produzione piena di eco e claudicante di volumi che si muovono tra strumenti e voce, fa suonare le canzoni come se la band fosse in una stanza vuota con un unico microfono a registrare dall’appartamento accanto. Un’approssimazione che sa allo stesso tempo di urgenza e consapevolezza, una libertà non scesa a compromessi. La voce di Treacy è tremula e timida sia quando vuole giocare, che quando dalla gola arriva lo stomaco.

Così, anche se This Angry Silence inizia con le battute disperate di incomunicabilità e disfunzioni all’interno dell’ambito familiare che bloccano in un silenzio di rabbia, l’ingresso violento della batteria all’inizio di ogni verso rende tangibile il senso di sfida che conduce alla determinazione di The Glittering Prizes: Presto cambierò, non mi riconoscerai. Versi che sono interscambiabili con mille canzoni punk ma che riescono ad essere altro attraverso un’attitudine diversa che unisce sonorità passate alla voce adenoidea che rende lo slancio del narratore credibile ed empatico.
In mezzo c’è The World of Pauline Lewis in cui tutto è fantasia, dove ritroviamo il desiderio di oscurare la realtà qui in un arrangiamento volutamente sbarazzino mentre si racconta il dramma di un suicidio.
A Family Affair si svolge su una linea di basso ispirata agli anni Cinquanta con falsetto in sottofondo, mentre commenti disinvolti su drammi si risolvono in una considerazione intrisa di sarcasmo. Si continua in questa direzione con Silly Girl, dove, quando il testo spinge in frenesia acustica, dallo sfondo emergono orpelli vocali che invece di dare eleganza, spiazzano beffardi. Diary of a Young Man assemblea diverse voci di diario su una melodia ossessionante e lunatica di twang-chitarra, decisamente spaventosa nella sua aura di impotenza e inerzia. Arriviamo così a constatare quanto, con elemento così basici, la semplicità possa essere ingannevole. Un caos ben disegnato che incoraggia lo sforzo di avvicinarsi a questo disco da diversi punti di osservazione nello stesso momento.

Geoffrey Ingram suona come una sorta di omaggio alla David Watts idealmente aggiornandola raccontando giocosamente una classica storia di ammirazione infantile per “il ragazzo che ce la fa sempre”. Jackanory Stories (dal nome di uno spettacolo per bambini della BBC progettato per incoraggiare la lettura) si carica come mossa da un’energia cinetica, pulsante di basso. La melodia si struttura per poi disunirsi nella coda estesa con cori cantilenanti e senza senso che non solo ricordano e celebrano, ma aggiornano la memoria dell’infanzia da una prospettiva ormai adulta.
A Picture of Dorian Gray è un altro grande brano di questa poetica, tra i più rappresentativi. Dentro c’è la storia dell’estetismo di Wilde che ha tutto tranne che un lieto fine, ma si anima di una melodia vivace e slanciata. Ancora una volta, la malinconia di Treacy è decisamente poco romantica, nonostante il fascino musicale che impiega.

…And Don’t the Kids Just Love It” è un disco che non risulta facile da amare, ombreggiato com’è da parti uguali di sfida e impotenza, nostalgia e rimpianto, che indagano il passato solo per seppellirlo ancora più sottoterra. Rimane un punto fermo da sempre sottovalutato degli anni ‘80 inglesi, che diventa ironicamente più essenziale ogni anno che passa.


Giovanni Papalato



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