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Dai riconoscimenti all’Italia alle ricette per il carovita

of Sorrentino C.


Italia Paese dell’anno: è la definizione data dal settimanale britannico Economist, che ha anche voluto stilare una classifica dove il nostro Paese risulta primo “per la sua politica” e che lo ha visto migliorato nel corso del 2021. Detto settimanale non è mai stato tenero col nostro Paese, a volte oggetto persino di scherno, ma stavolta si è verificato… il miracolo! Va però precisato che il merito che si è guadagnato l’Italia viene ascritto in modo significativo al nostro presidente del Consiglio, definito “un premier competente e rispettato a livello internazionale”, che ha sostenuto un piano di riforme importanti e ha portato il tasso di vaccinazione contro il Covid in Italia tra i più alti d’Europa. Inoltre, dopo un 2020 difficile, l’economia italiana si sta riprendendo più rapidamente di quelle di Francia e Germania. Ad onor di verità, l’autorevole settimanale non manca di sottolineare che avanza “un pericolo che questo inusuale buon governo possa essere reversibile”, adombrando difficoltà che possono essere collegate alle vicende parlamentari attualmente dibattute.

Pur tra opinioni diverse, l’entusiasmo dell’Economist viene condiviso dal connazionale Financial Times, che aveva però messo in guardia, poco tempo fa, sul rischio di instabilità che potrebbe compiersi nel nostro Paese, con alcune modifiche istituzionali che si stanno facendo largo negli ultimi tempi.
I complimenti delle due citate importanti fonti giornalistiche hanno trovato condivisione nel Fondo Monetario Internazionale, la cui direttrice, Kristalina Georgieva, in occasione dell’ufficializzazione della manovra di bilancio, approvata, peraltro, nei termini del 31 dicembre scorso, ha dichiarato: “congratulazioni all’Italia per questo livello di forte crescita”, riconoscendo così gli indubbi meriti che si è conquistato il nostro Paese.

La ripresa dell’economia, dopo la lunga depressione causata dal Covid, è infatti ovunque sostanziosa, e, almeno per ora, è assai più forte in Italia che negli altri Paesi, ma, come abbiamo avuto modo di sottolineare anche nei precedenti numeri di questa Rivista, altrettanto forte è, quasi in tutto il mondo, il processo inflazionistico, che, per ora, fa una temporanea eccezione in Cina e in Giappone. E infatti l’inflazione, secondo quanto viene riferito dalla Banca d’Italia, salirà dell’1,9% alla fine del 2021, mentre si attesterà, nel 2022, sul 2,8%, spinta ancora dal rincaro dei beni energetici (che si dovrebbe esaurire solo verso la fine del 2022). La stessa istituzione conferma una crescita del PIL al 6,2% per il 2021 ma ridimensiona al 4% quella per il 2022; migliora lo scenario per il 2023, con il PIL visto al rialzo del 2,5% e dell’1,7% nel 2024; visto al ribasso il tasso di disoccupazione: al 9,5% nel 2021, al 9% quest’anno, all’8,9% nel 2023 e all’8,7% nel 2024. Anche gli Stati Uniti vedono in salita l’inflazione al 6,8% a fine novembre scorso, una soglia che non era stata sfiorata negli ultimi quarant’anni.

Da parte sua il direttore della Federal Reserve americana ha sostenuto che l’inflazione, nel corso di quest’anno, dovrebbe scendere e restare, a fine anno, non molto al di sopra della quota del 2%, ritenuta ideale nei calcoli del suo istituto, mentre l’altro obiettivo, perseguito dalla FED — la piena occupazione — è già un fatto acquisito al momento. Nell’immediato, però, l’obiettivo da centrare è la difesa del potere d’acquisto dei salari, poiché l’inflazione ha raggiunto livelli che incidono sui prezzi più disparati ed un rincaro dei tassi, pur evocato, produrrà una contrazione della domanda.
L’analisi presentata, a dicembre scorso, dal direttore Powell, prevede che, nel corso del corrente anno, la disoccupazione scenderà al 3,5% e l’inflazione misurata in chiusura del 2021 sarà del 4,4%, ma declinerà per tutti i 12 mesi di quest’anno, per attestarsi al 2,7% a fine 2022. Si prevedono, altresì, tre scatti dei tassi per il corrente anno ed altrettanti per il 2023 e due per l’anno successivo, facendo così pensare a proiezioni ottimistiche che disegnano un quadro di crescita robusta dell’economia, salvo però vedere l’imprevedibilità della crisi epidemica.
L’ottimismo americano si scontra con le vedute di molti osservatori ed economisti europei, i quali ritengono che l’inflazione non sia un evento di breve durata e sia difficile combatterla, oltretutto, applicando i rimedi tradizionali poiché la politica monetaria non sarebbe lo strumento idoneo a frenare l’inflazione quando a provocarla è soprattutto una crisi dell’offerta.
Si tratta di una crisi che ha origine nel settore dell’energia che si accompagna alla scarsità di molte componenti essenziali per il funzionamento dell’intero sistema economico. Non è aumentato infatti solo il prezzo del gas e del petrolio ma le imprese si trovano di fronte ad aumenti senza precedenti del costo dell’acciaio, dell’alluminio, del rame e dei semiconduttori, dei trasporti e di tanti altri componenti fondamentali per la produzione.

Intanto, gli aumenti si fanno sentire soprattutto sulle bollette del gas e dell’elettricità ma cominciano a toccare tutti i prodotti di uso quotidiano, dagli alimentari alle automobili, il che pone problemi non soltanto alle Banche Centrali ma anche i governi si trovano in grandi difficoltà e speriamo che essi tengano conto che l’inflazione è un male difficile da combattere ed ingiusto nei confronti dei più deboli.


Cosimo Sorrentino



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