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Zootecnia

Agrozootecnico italiano: piace l’innovazione tecnologica

of Mossini A.


La pandemia non ha frenato l’export agroalimentare e la tendenza degli operatori a innovare le loro imprese, soprattutto da un punto di vista tecnologico. È quanto emerso dall’indagine condotta dall’Osservatorio Smart AgriFood presentata di recente durante un convegno che, in presenza e on-line, ha registrato una massiccia partecipazione di pubblico. L’attività dell’Osservatorio Smart Agrifood, realizzata in collaborazione tra il Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Brescia, è partita nel 2018 indagando un rappresentativo campione di aziende agrozootecniche italiane e fornendo in questi anni dati molto interessanti circa l’orientamento del settore verso l’innovazione tecnologica, la meglio conosciuta Agricoltura 4.0. Un’indagine che, con l’irrompere della pandemia, ha mostrato aspetti ancor più interessanti, fornendo non pochi spunti di riflessione in una previsione ottimistica per il futuro del comparto, fermo restando che le conseguenze del conflitto in Ucraina esploso il 24 febbraio scorso, con le pesanti ricadute sui costi energetici e delle materie prime necessarie alle aziende agrozootecniche per il mantenimento delle loro imprese potrebbe, nei mesi futuri, frenare gli investimenti.

Un trend in crescita
Nel 2017 il mercato dell’Agricoltura 4.0 in Italia valeva 100 milioni di euro, che l’anno successivo sono saliti a 370, con un incremento di +270%. Ancora meglio è andata nel 2019, con un valore arrivato a 450 milioni di euro (+22%) nel 2020, anno dell’inizio pandemico, e una stima a preventivo di 540 milioni diventata poi valore a consuntivo di 1,3 miliardi di euro: +189%. E, nonostante la crisi determinata dall’emergenza sanitaria, l’incremento ha riguardato anche il 2021, col mercato che ha continuato a crescere in doppia cifra raggiungendo 1,6 miliardi di euro, quindi segnando un +23% sul 2020.
Nell’anno che ci siamo lasciati alle spalle l’export agroalimentare italiano ha toccato la cifra record di 52 miliardi di euro, incassando un +11% rispetto al 2020 e coprendo con un valore di 538 miliardi di euro il 25% del Pil italiano: solo le produzioni di qualità certificata Dop-Igp, che si confermano tra le più dinamiche nel settore agroalimentare, valgono 17 miliardi di euro, pari a oltre il 4%.
Anche il 2021 ha dovuto fare i conti con gli impatti che il Covid ha avuto sul comparto agrozootecnico italiano. Il 18% delle aziende intervistate ha dichiarato di aver dovuto registrare una forte riduzione del proprio fatturato, mentre il 23% ha certificato una riduzione più contenuta. Solo il 2% ha registrato una crescita significativa, il 21% una crescita modesta: il 36% non ha registrato nessuna variazione di rilievo.

Pandemia e conflitto ucraino
Più che gli effetti della pandemia, a impensierire gli imprenditori agroalimentari italiani è oggi il conflitto ucraino. L’indagine svolta dall’Osservatorio Smart Agrifood ha voluto approfondire anche questi aspetti, soprattutto in una prospettiva futura. Non è allora un caso se il 97% del campione abbia dichiarato che la massima preoccupazione è rappresentata dall’aumento dei costi delle materie prime, rispetto alle quali per il 67% il grande problema è rappresentato dal loro reperimento e dalle tempistiche di consegna. Più contenuta, 13%, la percentuale delle aziende che si è detta preoccupata sulla ripresa del canale Ho.Re.Ca., mentre solo l’8% ha dichiarato di temere una nuova situazione emergenziale legata alla pandemia. In un mondo interconnesso è interessante scoprire anche la distribuzione geografica delle startup smart agrifood, soprattutto a livello continentale. L’Osservatorio ha infatti stilato una classifica che vede il Nord America al primo posto seguito da Europa, Asia, Centro e Sud America: Africa e Oceania restano relegate all’ultimo posto.
Tornando alla realtà italiana, l’Osservatorio Smart Agrifood ha calcolato anche quanta superficie coltivata in Italia viene trattata con soluzioni 4.0. Nel 2016 il Mipaaf aveva stabilito che entro la fine del 2021 il 10% della Superficie Agricola Utile (Sau) avrebbe dovuto essere trattata con la cosiddetta gestione di precisione. L’obiettivo non è stato raggiunto, ma la strada è tracciata e procede, tant’è vero che alla fine del 2021 il 6% della Sau risultava coltivata con soluzioni 4.0. Una percentuale che assume maggiore importanza se si considera che solo tre anni fa era inferiore all’1% e nel 2020 non superava il 4%. In questo contesto, dai risultati del sondaggio emerge che il 64% delle aziende agricole del campione utilizza almeno una soluzione di agricoltura 4.0 con una crescita sul 2020 del 4% e più del 40% utilizza almeno 2 soluzioni con una media di 2,7 soluzioni/azienda: +15% rispetto al 2020.

Il nodo delle materie prime
Se gli effetti della pandemia sembravano potersi riassorbire con numeri che soprattutto riguardo l’export decretavano il rilancio dell’agroalimentare italiano, le conseguenze del conflitto ucraino stanno mettendo a dura prova la tenuta di numerose aziende agrozootecniche italiane, strozzate dai furiosi rialzi dei costi energetici e delle materie prime. È stato questo il focus di un incontro on-line organizzato da Clal.it, che si è concentrato sugli alimenti zootecnici, analizzandone disponibilità e costi alla luce della guerra che si sta combattendo in Ucraina. I dati e le considerazioni che riportiamo non possono per forza di cose fotografare la situazione esistente nel momento in cui questo numero della rivista verrà distribuita, ma riportano uno scenario aggiornato alla fine di marzo 2022.
Partiamo dal mais. L’analisi di Clal.it sottolinea che la maggior parte delle esportazioni dall’Ucraina sono già avvenute per l’annata che va da ottobre 2021 a settembre 2022, in risposta ad un andamento stagionale in cui le maggiori quantità vengono scambiate dopo l’inizio della raccolta. Rispetto al periodo marzo-settembre 2021, l’Ucraina ha esportato 10,6 milioni di tonnellate, di cui 3,4 milioni verso l’UE e 301.000 verso l’Italia: si tratta di quantità che potrebbero venire a mancare nel 2022 proprio in conseguenza del conflitto in atto, anche se sui consumi si ipotizza una riduzione a causa dell’epidemia aviaria che ha determinato l’abbattimento di numerosi capi avicoli. Vanno pertanto individuati fornitori alternativi che potrebbero essere intercettati in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Brasile, pur in diversi momenti dell’anno.
Esiste però un problema: l’eventuale approvvigionamento da fonti extra-europee richiederebbe il superamento di alcuni ostacoli legati alla produzione Ogm, ai livelli di aflatossine presenti e all’impiego di fitofarmaci utilizzati in fase di produzione: secondo i calcoli condotti da Clal.it, nel periodo marzo-settembre 2022 mancherebbero sul mercato mondiale 10,6 milioni di tonnellate di mais rispetto al 2021, mentre nella UE, nel medesimo periodo, l’ammanco ammonterebbe a 3,4 milioni di tonnellate.
Sul fronte produttivo, a livello europeo la stima di Clal.it parla di un aumento di 510.000 tonnellate, mentre l’Italia dovrebbe registrare una contrazione di 190.000 tonnellate. Un significativo aumento, +16,2 milioni di tonnellate, è invece previsto negli Stati Uniti, esattamente come in Brasile, dove la produzione di mais dovrebbe aumentare di 24 milioni di tonnellate.


Anna Mossini



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