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Filiera carne, scenari e prospettive

of Redazione


La crescita dei costi di produzione, a partire da quelli della fase zootecnica, che nei primi due mesi del 2022 registrano un +12,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando per quelli di energia e gas, quadruplicati nel 1° bimestre dell’anno in corso rispetto allo stesso periodo 2021, e per tutti i cosiddetti costi accessori di produzione (plastica, pallet, cartoni, trasporti, ecc…), mette a dura prova il settore avicolo e quello suinicolo, che fanno i conti anche con le conseguenze della crisi ucraina e l’impegno verso una transizione ecologica in linea con le richieste dell’UE e del Green Deal. Ass.i.ca. e Unaitalia hanno analizzato le criticità del momento alla luce dei risultati del Rapporto Censis. “Per il buon uso del recovery fund nel rilancio delle filiere della carne”. Il documento, presentato lo scorso 13 aprile nella Sala stampa estera a Roma, certifica le reali aspettative dei consumatori alla luce degli effetti economici e sociali delle emergenze e della crescente centralità della sostenibilità ambientale.
Il rapporto evidenzia come la maggioranza degli Italiani consideri la carne parte integrante della propria alimentazione, sia attento alla sostenibilità, purché senza maggiori costi, e tema di perdere capacità di acquisto. Per questo, secondo Ass.i.ca. e Unaitalia, la transizione ecologica deve essere ben programmata, per evitare di mettere a rischio due comparti strategici dell’agroalimentare da 13,9 miliardi di euro e 93.900 addetti, che assicurano ogni giorno beni di prima necessità ai cittadini. Ma anche per evitare che l’inflazione (a marzo +6,7% su base annua, stime Istat) e i costi della transizione si ripercuotano sui consumatori che — come emerge dal Rapporto — sentono già minacciato dalle emergenze il proprio potere di acquisto (78%).
Il 94,5% ritiene necessario dare molta più attenzione alla sostenibilità sociale ampiamente intesa, come benessere delle persone e condizioni dei lavoratori. Per il 63,6% degli Italiani, infatti, prima di passare alle energie verdi e rinnovabili occorre valutarne il costo per imprese e famiglie. E per il 54,9% oggi la priorità è contenere il prezzo dell’energia.
«Le filiere della carne vogliono e devono essere parte integrante della transizione ecologica e le associazioni che rappresentiamo lavorano sempre più in collaborazione per favorire tutte le sinergie utili in questa delicata fase storica» sostengono i presidenti di Ass.i.ca. e Unaitalia Ruggero Lenti e Antonio Forlini. «Quella della sostenibilità è una strada già intrapresa da tempo dai nostri comparti e su cui ad oggi le aziende associate hanno già effettuato ingenti investimenti con fondi privati e avviato progetti come Made Green in Italy per certificare in etichetta le aziende che producono carne suina in modo sostenibile.
Occorre ora stringere i tempi e attuare interventi di emergenza per sostenere i consumi e alleggerire i costi di produzione, salvaguardando la marginalità delle imprese. È ora più che mai necessario dare garanzie al settore agroalimentare, lungo tutta la filiera, che sta pagando i rincari dei prezzi delle materie prime e dell’energia e rischia di dover ridimensionare attività e occupati se dovesse innescarsi una brusca riduzione dei consumi. Abbiamo bisogno che le istituzioni ci aiutino a garantire cibo per tutti, a prezzi sostenibili, con minore impatto ambientale. Per farlo il pilastro è la sostenibilità economica e sociale delle nostre imprese. Altrimenti non c’è partita».
Per Unaitalia e Ass.i.ca. occorre una seria e approfondita valutazione dell’impatto della strategia From Farm to Fork, che secondo alcuni studi internazionali provocherebbe un crollo della produzione alimentare UE fino al 25% e un’ulteriore esplosione dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità. «Appoggiamo il ministro Patuanelli sulla proposta di posticipare di un anno la data di entrata in vigore della nuova Pac (1o gennaio 2023) — dichiarano i due presidenti — che non tiene conto di uno scenario totalmente mutato».
«La ricerca — dice Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis — mette in evidenza come gli Italiani apprezzino le produzioni sostenibili ma che la priorità per loro è il benessere: bloccare il caro energia e preservare la capacità di acquisto. Se sostenibile vuol dire meno benessere allora gli Italiani non ci stanno. Il 67,9% ritiene prioritaria la tutela del benessere economico e sociale rispetto alla sostenibilità ambientale. Ed è diffuso il pragmatismo tra i giovani, dove la percentuale sale al 75,3%. Certamente — conclude Valerii — sono idee condizionate dagli avvenimenti in corso, considerato che per il 75,3% degli Italiani bisognerà abituarsi a nuove emergenze nel futuro».
E si conferma anche la già per­cepita contrarietà degli Italiani all’inflazione dei prezzi dell’energia, quale che ne sia la ragione, perché colpirebbe la sostenibilità economica e sociale. Dai dati dell’indagine, emerge che gli Italiani sono pronti a cambiare abitudini solo se i benefici saranno superiori ai costi: ci si adatterà a uno stile alimentare più sostenibile purché non incida negativamente sul proprio benessere e sulla capacità di spesa.
«È fondamentale che l’Unione Europea non imponga misure miopi — dichiara Antonio Forlini — che mettano a rischio produzioni come quella delle carni avicole che oggi risultano le più consumate dagli Italiani e in UE. Riducendo la produzione metteremmo a rischio un settore oggi totalmente made in Italy e autosufficiente al 107,5%, in un momento in cui occorre invece rafforzare la sovranità alimentare europea e salvaguardarsi dal rischio di import da Paesi Terzi che non hanno i nostri standard in tema di benessere animale e sicurezza alimentare».
«La guerra ha fatto peggiorare una condizione per le imprese già emergenziale: l’aumento dei costi di produzione di tutti gli anelli della filiera, aggravato dalle difficoltà di approvvigionamento, rischia di far lievitare una pericolosa spirale inflattiva» dichiara Ruggero Lenti. «A questo si aggiungono la minaccia della PSA, malattia veterinaria che espone a rischio gli allevamenti suinicoli e compromette l’export verso Paesi Terzi, e la scarsa chiarezza sull’applicazione del nuovo DLgs in materia di pratiche sleali, che rischia di reintrodurre dalla finestra le cattive abitudini di pagamento che tanto faticosamente erano state allontanate con l’articolo 62, rischiando così di aggiungere ulteriori oneri finanziari alla già difficile situazione economica delle aziende. Mai come oggi appare dunque prioritaria la convocazione del tavolo di filiera suinicolo che coinvolga rappresentanti del mondo mangimistico e della GDO già richiesto l’11 marzo scorso e sul quale attendiamo rassicurazioni dal ministro Patuanelli».

Censis: gli Italiani amano la carne perché fa bene alla salute ed è chiaro e forte il loro no a fake news e carne sintetica (85,6%). Sì invece alla chiarezza in etichetta e ai materiali riciclati
Secondo i dati del Censis, le reiterate campagne denigratorie sulla carne non scalfiscono il buonsenso degli Italiani: l’82,5% dichiara esplicitamente che la giusta quantità di carne bianca e rossa è componente fondamentale di una buona alimentazione e perché parte della Dieta Mediterranea. E il 64,9% non si fa condizionare da eventuali informazioni negative o fake news sul tema. «La reiterazione incessante di semplificazioni e infondatezze su produzione e consumo di carne — afferma il dg Censis Valerii — non fa breccia nel corpo sociale, e ne sono più impermeabili i giovani (67,9%) ed i laureati (67,3%). Di fatto, la maggioranza degli Italiani si è formata una propria idea sulla produzione e sul consumo di carne, che resiste ai condizionamenti esterni ed alla proliferazione di informazioni negative. E infatti il 61,3% è contrario all’idea che si debba smettere di produrre carne e chiudere gli allevamenti perché si salverebbe il pianeta dal riscaldamento globale: il 30,6% la considera una delle tante fake news che circolano sul settore e per un ulteriore 30,7% è una minaccia perché si colpisce un intero settore e un alimento importante. Solo il 25% ritiene veritiero il nesso tra allevamenti e produzione di carne e riscaldamento globale, mentre il 13,7% non ha una opinione precisa in merito».
Oggi il 96,5% dei cittadini dichiara di mangiare carne: il 45,9% regolarmente e il 50,6% di tanto in tanto. Gli Italiani sono inoltre consapevoli che la filiera della carne si è evoluta e modernizzata: nessuno è convinto di mangiar carne con le stesse caratteristiche di quella di 30 anni fa. A sorpresa, a mangiare con regolarità carne sono soprattutto i giovani (62,8%), con quota più alta di quella di anziani (30%) e adulti tra i 35 e il 64 anni (47,7%).


Fonti: Unaitalia, Ass.i.ca.



No alle presunte alternative

Per il 79,9% degli Italiani la carne fatta con prodotti vegetali non può essere considerata carne: per questo vogliono che siano proposti chiaramente come prodotti distinti e diversi da quelli della carne. Lo sforzo promozionale per la carne prodotta in laboratorio — secondo Censis — non conquista quindi gli Italiani: l’85,6% dichiara di non volere cibi fatti in laboratorio, ma da agricoltura e allevamenti tradizionali. Altra alternativa che non convince sono gli insetti, con l’83,9% che non è disposto a mangiarli. Gli Italiani non vogliono ambiguità lessicali e informative: per il 93,4% occorre sempre distinguere in modo inequivocabile nelle etichette i prodotti di carne da animali allevati in modo tradizionale e quelli di carne sintetica creata in laboratorio. Importante l’economia circolare: il 90,5% valuta positivamente le imprese e i prodotti che utilizzano materiali che possono essere recuperati e riciclati. Un fattore comune a tutti i livelli d’istruzione è infine conoscere la provenienza della carne che si consuma e il benessere animale: indipendentemente dal titolo di studio, il 94,1% per i prodotti della carne vuole indicazioni su provenienza e trattamento degli animali.


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