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Si parla di PSA, allevatori e veterinari riempiono la sala

of Mossini A.


La prima volta degli allevatori a Palazzo Trecchi, Cremona: è infatti in quel prestigioso palazzo, sede dell’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (Anmvi) e di EV Edizioni Veterinarie Srl, che il 20 aprile scorso si è tenuto il convegno “Emergenza PSA: un presente da gestire, un futuro da difendere”, organizzato da EV Edizioni Veterinarie, che ha potuto contare sulla partecipazione dei più autorevoli esperti a livello nazionale. «Dopo la scoperta delle prime carcasse di cinghiale risultate positive al virus della Psa — ha introdotto i lavori Giancarlo Belluzzi, medico veterinario e coordinatore dell’evento — era doveroso organizzare un incontro dedicato agli allevatori e ai veterinari per affrontare in tutte le sue pieghe un’emergenza sanitaria che in altri Paesi, a partire dalla Cina, come tutti ricorderanno, ha avuto e sta tuttora causando enormi problemi sia alla filiera suinicola che all’economia. Oggi, con la presenza dei maggiori esperti in materia, potremo quindi fare il punto nella speranza che, grazie all’adozione di tutte gli strumenti e le misure messe in campo, nel nostro Paese la malattia possa essere eradicata nel più breve tempo possibile».

Una corsa contro il tempo
E che la lotta alla Peste Suina Africana sia scandita da una vera e propria corsa contro il tempo è stato sottolineato in più occasioni dai relatori che hanno animato il convegno, posto che da inizio anno, quando nel Novarese è stata rinvenuta la prima carcassa di cinghiale positiva al virus della PSA, lenta e inesorabile la malattia, al momento di andare in stampa, ha purtroppo abbondantemente superato i 100 casi, interessando una vasta area compresa tra Piemonte e Liguria, senza però e fortunatamente mai arrivare a lambire gli allevamenti di suini presenti in zona, che soprattutto in Piemonte, e più precisamente nella zona del Cuneese, sono particolarmente numerosi: non dimentichiamo infatti che la regione si colloca al secondo posto, dopo la Lombardia, per produzione suinicola.
Come abbiamo già illustrato in un precedente articolo uscito su Eurocarni n. 3/2022 (“La PSA è arrivata in Italia, misure, task force e progetti a salvaguardia del settore”, pag. 28), all’indomani della scoperta della prima carcassa di cinghiale infetta tutte le istituzioni sanitarie competenti si sono mosse, a dimostrazione che il problema, o meglio l’emergenza, non è stata minimamente sottovalutata. Recinzioni e biosicurezza da adottare sia all’interno che all’esterno dell’allevamento sono al momento le uniche armi a disposizione.

Formare e informare
Una vera e propria task force è stata messa in campo e, alla guida, il Ministero della Salute ha collocato Angelo Ferrari, nominato infatti Commissario all’emergenza PSA. Un compito, il suo, non semplice. «In tutti i modi — ha scandito all’inizio del suo intervento — bisogna lavorare per scongiurare il passaggio della malattia dall’animale selvatico, il cinghiale, al domestico, quindi i suini presenti negli allevamenti della zona. Il Commissariato non ha i superpoteri e nemmeno una dotazione finanziaria particolarmente cospicua per poter intervenire anche a sostegno di quegli allevatori che oggi si ritrovano nella zona di restrizione e che, nonostante la malattia non sia entrata nelle loro porcilaie, sono stati costretti ad abbattere i loro animali e a rispettare un vuoto sanitario che durerà 6 mesi.
Il virus si sta spostando verso ovest e per sperare nell’eradicazione dobbiamo agire con risposte veloci e concrete in un clima di grande coordinamento. L’eradicazione deriva infatti da un’efficace azione di contenimento che stiamo portando avanti con le risorse attualmente a disposizione. Con la condivisione da parte di tutti i Comuni che rientrano nella zona di restrizione di Liguria e Piemonte del tracciato su cui verranno installate le recinzioni volte a impedire ai cinghiali di invadere altri territori, pensiamo di riuscire a ultimare l’opera in tempi ragionevolmente brevi.
In questo contesto non possiamo però non considerare l’importanza della formazione e della corretta informazione da indirizzare all’intera popolazione nazionale, perché il problema della PSA non riguarda solamente il mondo produttivo. A scanso di equivoci, va sempre ricordato che questa malattia non è contagiosa per l’uomo e quindi non esiste alcun pericolo per l’essere umano.
Diverso il discorso se guardiamo la vicenda da un punto di vista economico: la diffusione della malattia in un allevamento, infatti, vuol dire la morte e/o l’abbattimento di tutti i suini presenti, un vuoto sanitario di 6 mesi e una perdita economica incalcolabile non solo per l’azienda zootecnica ma per l’intera filiera che rappresenta per la nostra economia una delle voci più importanti. Nei giorni immediatamente successivi alle prime scoperte di carcasse positive alcuni Paesi, tra cui la Cina, verso la quale è destinata un’elevata percentuale di tagli che in Italia e in Europa non sono più richiesti, ha decretato il blocco alle importazioni dall’Italia.
E sulla sua scia si sono incolonnati il Giappone, Taiwan, Messico, Perù, Filippine, Indonesia, Cuba, Thailandia, Vietnam e Serbia. Come si vede, una rosa non indifferente di Stati che hanno deciso, legittimamente dal canto loro, di tutelarsi. Cosa che altri Paesi potrebbero malauguratamente copiare».

Una catastrofe economica

«Nel 2021, rispetto all’anno prima, il nostro export di animali vivi, carni, frattaglie e carni trasformate di origine suina — ha sottolineato nel suo intervento Davide Calderone, direttore generale di ASS.I.CA. (Associazione industriali delle carni e dei salumi) — ha registrato un +10,9% in valore, pari a un totale di 2,205 miliardi di euro. 181 milioni di euro (+1,3%) hanno interessato le carni, mentre per i salumi l’incremento rispetto al 2020 è stato del 12%, pari a un valore totale di 1,836 miliardi di euro. Nello specifico, verso i Paesi che ha elencato Angelo Ferrari l’Italia ha esportato nel 2021 carni e prodotti per un valore di circa 165 milioni di euro. Qualora la situazione epidemiologica legata alla PSA in Italia dovesse peggiorare, e la zona sottoposta a restrizioni subire un ampliamento interessando territori a maggior vocazione di prodotti di salumeria, stimiamo che il danno per l’intero comparto potrebbe arrivare a circa 60 milioni di euro per mancato export di carni e salumi per ogni mese di blocco. Una catastrofe che ovviamente auspichiamo di riuscire a scongiurare».
Secondo quanto riportato dal Manuale Operativo sulle Pesti Suine redatto dal ministero della Salute in collaborazione con Francesco Feliziani e Carmen Iscaro, del Centro di referenza per le Pesti suine di Perugia, e da Vittorio Guberti, dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), una volta introdotto il virus si diffonde «tra le popolazioni locali di cinghiale attraverso la continuità di areale della specie, diffondendosi in funzione della densità del cinghiale e della sua distribuzione spaziale: si stima che l’onda epidemica abbia una velocità variabile tra i 20 e i 40 km/anno.
Con queste modalità, 350.000-400.000 km2 dell’Unione Europea sono attualmente interessati dall’infezione, con una popolazione post-riproduttiva, certamente e largamente sottostimata, di oltre 500.000 cinghiali coinvolti».

L’endemia uccide la suinicoltura
«Un panorama — ha dichiarato Vittorio Guberti — a dir poco inquietante. Secondo le nostre stime, allo stato, la percentuale di carcasse di cinghiale infette recuperate è molto ridotta rispetto al dato reale e non supera il 15-18% del dato effettivo. Allo stesso tempo, non è possibile fare ipotesi sull’evoluzione della malattia: l’onda epidemica legata alla PSA difficilmente si arresterà spontaneamente.
Riteniamo invece che con la corretta applicazione delle recinzioni sarà possibile eradicarla. Tuttavia, il ruolo epidemiologico delle carcasse richiede una verifica più accurata che tenga conto dei tempi, della densità dei ritrovamenti e delle temperature ambientali».

Nessuna cura, nessun vaccino
È anche per questo che la Peste Suina Africana fa così tanta paura, perché, come abbiamo più volte detto, il suo ingresso in allevamento ne decreterebbe la distruzione. «Dove la PSA diventa endemica la suinicoltura muore». È stato questo l’attacco frontale di Francesco Feliziani, responsabile di Laboratorio del Cerep. «Purtroppo la lotta che stiamo portando avanti riguarda proprio una situazione endemica, dove il nemico è un virus ad alta virulenza.
In questo momento la nostra arma più potente è la sorveglianza passiva. Per questo il contenimento della malattia non può che passare dalla ricerca sul territorio di carcasse di cinghiale infette.
Sarebbe però un errore pensare che nel frattempo, a livello internazionale, non si stia lavorando alla ricerca di un vaccino. In questa direzione infatti l’impegno di tutta la comunità scientifica è molto intenso e anche presso il nostro Centro sono in corso due interessanti sperimentazioni. In ogni caso i tempi per ottenere un risultato concreto non saranno brevi e per questo dobbiamo unirci per fare squadra contro un nemico comune che dobbiamo riuscire a sconfiggere e che è presente in tutti i 5 continenti, con l’Europa, purtroppo, che può parlare senza ombra di dubbio di situazione endemica».

Le recinzioni costano
Recinzioni e biosicurezza. Ma a che punto siamo e quali sono i costi che gli allevatori dovrebbero affrontare soprattutto per recintare le loro porcilaie? «Una spesa compresa tra i 77.000 e i 120.000 euro ad azienda — ha spiegato Giovanni Guadagnini, veterinario aziendale — e in tempi resi così difficili dai rincari delle materie prime e dei costi energetici chiedere agli allevatori di sostenere anche questo tipo di investimento è davvero difficile.
Ciononostante il problema non può per questo essere derubricato. Occorre allora aumentare i livelli di biosicurezza esterna ed interna l’allevamento e appoggiarsi, oggi più che mai, alla figura del veterinario aziendale che è essenziale per il monitoraggio degli allevamenti. È lui la sentinella epidemiologica in grado di intercettare precocemente eventuali problematiche sanitarie che non siano solamente la PSA.
Lo stretto contatto che ha con l’allevatore e l’allevamento gli permette di lavorare costantemente sulla biosicurezza in collaborazione con il suinicoltore e il veterinario ufficiale, individuando precoci segnali clinici e segnalando un eventuale sospetto per bloccarne la diffusione. Anche in una situazione emergenziale come quella che stiamo vivendo, abbiamo davanti a noi un’occasione importante per potenziare questa prima linea di difesa dell’azienda. E si tratta di un’opportunità da non perdere».


Anna Mossini



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