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Bilanci e prospettive delle carni suine e dei salumi in Italia

of Redazione


La preoccupazione per il futuro del settore dei salumi, colpito dagli aumenti dei costi delle materie prime e utilities è stato al centro del convegno di ASS.I.CA. (Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi), che si è tenuto il 5 maggio durante il salone di Parma Cibus, e ha chiesto ad esperti del mondo dell’economia di fare il punto della situazione, per capire quali possano essere le strategie per reggere l’ennesimo tsunami che colpisce gli imprenditori.
Il presidente di ASS.I.CA., Ruggero Lenti, ha aperto il dibattito ponendo l’attenzione sulle aziende del settore carni suine e salumi che stanno affrontando un aumento dei costi importantissimo e senza precedenti in questo periodo a partire dai prezzi dell’energia, quadruplicati rispetto a quelli dello scorso anno, fino ad arrivare ai costi dei materiali accessori e di confezionamento come plastica e cartoni, e per giungere fino ai trasporti.
A questi costi si è aggiunto anche l’aumento della carne suina e delle altre materie prime carnee che costituiscono la base per la produzione dei salumi. «L’aumento dei costi dei fattori di produzione è indubbiamente un problema che incide su tutto l’agroalimentare nazionale, ma la filiera suinicola, in particolare le aziende di macellazione e i salumifici, risulta particolarmente colpita da questa dinamica e vede i propri margini assottigliarsi in maniera preoccupante.
La filiera inoltre deve fronteggiare un altro importante fattore di perdita della redditività: la presenza della Peste Suina Africana (PSA) sul territorio continentale italiano. Un fatto, questo, che da gennaio 2022 ha portato alla perdita di circa 20 milioni di euro al mese di export che espone le aziende al rischio di ulteriori danni se la malattia veterinaria, che non colpisce l’uomo, dovesse diffondersi nei territori a maggior intensità di allevamenti suinicoli e aziende di trasformazione: un’eventualità che metterebbe a rischio la stessa possibilità di produrre, tra le altre, le pregiate DOP di Parma e San Daniele, simbolo della salumeria made in Italy nel mondo. Senza un riconoscimento di adeguati aumenti del listino sarà difficile che le aziende continuino ad operare. È dunque necessario far sedere attorno ad un tavolo tutti gli attori della filiera suinicola, dai mangimisti alla GDO, per trovare insieme una soluzione che permetta di superare questa difficile fase, salvaguardando i margini delle aziende e al contempo i consumi che sono gravemente minacciati dall’erosione del potere d’acquisto delle famiglie».
Fabio Del Bravo di Ismea – Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare – ha tracciato il mercato mondiale e nazionale negli ultimi due anni, quando a partire dalla fine del 2020, la repentina ripresa della domanda mondiale dopo la prima ondata pandemica ha determinato una serie di problemi organizzativi e logistici nei principali scali mondiali con conseguenti gravi rallentamenti delle catene di fornitura globali e aumenti vertiginosi dei costi dei trasporti.
«Lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina si è inserito improvvisamente in un uno scenario globale caratterizzato, già da fine 2021, da rincari record per le materie prime riconducibili a un insieme complesso di fattori di natura congiunturale, strutturale, geopolitica, nonché speculativa. In dettaglio, le tensioni innescatesi sui mercati dei cereali e dei semi oleosi rendono l’Italia particolarmente vulnerabile, in considerazione dell’elevato grado di dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti di mais e soia, che rappresentano la base della razione alimentare negli allevamenti nazionali.
Per la filiera suinicola, lo scenario appare ulteriormente complicato da tensioni sul mercato comunitario innescatesi come conseguenza di una minore disponibilità di prodotto, a sua volta derivante dalla lunga crisi che ha costretto alla chiusura molti allevamenti e ha indotto quelli rimasti a contenere le perdite riducendo la produzione. Sul mercato interno diverse criticità si segnalano già come conseguenza dell’inflazione e della conseguente perdita di potere di acquisto dei consumatori, che potrebbe modificare le abitudini di acquisto e penalizzare soprattutto i prodotti di fascia premium».
Ciro Rapacciuolo di CSC – Centro Studi Confindustria ha concentrato il suo intervento analizzando l’impatto che hanno i rincari sull’industria. «I prezzi internazionali delle commodity sono saliti in misura enorme, fin dalla fine del 2020 e per tutto il 2021, con un pesante impatto addizionale della crisi tra Ucraina e Russia nei primi mesi del 2022. La Russia e l’Ucraina, infatti, sono grandi esportatori di numerose commodity, tra le energetiche, le alimentari e anche tra i metalli. Perciò, il conflitto peggiora anche la scarsità di materiali in Europa. Importante per le imprese italiane è capire se i rialzi sono temporanei o persistenti: a seguito del conflitto, le quotazioni sembrano ormai destinate a restare elevate anche nel 2022.
L’impatto dei rincari sull’industria italiana è pesante: sono stati assorbiti a fatica lungo le filiere, attraverso una forte compressione dei margini. Il rincaro di gas ed elettricità, in particolare, è insostenibile per le imprese italiane. Inoltre, l’inflazione al consumo è balzata proprio a causa dei prezzi energetici e non è più previsto un ribasso nel 2022. Le risposte di politica monetaria sono più prudenti rispetto agli USA, ma anche nell’Eurozona si avvicina un primo rialzo dei tassi».
Marco Limonta, di IRI Worldwide, ha invece analizzato con dati e numeri alla mano la questione dal punto di vista delle vendite, interpretando i comportamenti dei consumatori alla luce della situazione internazionale. «Il mercato del Largo Consumo si è caratterizzato per una forte crescita: nel biennio 2020-2021 il fatturato dei prodotti di Largo Consumo Confezionato è cresciuto di un 5% medio annuo, pari a quasi 9 miliardi di euro aggiuntivi. A questa crescita si deve aggiungere quella, seppur più contenuta, di tutti i prodotti a peso variabile (+1,4% medio annuo in Iper+Super).
I salumi, nel loro complesso, hanno seguito questa crescita: nella sola GDO tradizionale, la crescita è stata in due anni del 6,8%. Questa media sintetizza un andamento differenziato tra prodotti a peso variabile e quelli a peso imposto: i primi in sofferenza nel 2020 e in recupero nel 2021, i secondi in forte crescita nel 2020 e con un trend appiattito nel 2021.
Le vicende internazionali e, soprattutto, gli aumenti dei prezzi, stanno producendo difficoltà nei primi mesi dell’anno: a fronte di forti aumenti di materie prime e di altri fattori produttivi, non tutta l’inflazione — e non subito — è stata scaricata sui prezzi al consumo. Inoltre, gli aumenti dei prezzi sono molto disomogenei, con forte variabilità da categoria a categoria. Secondo le rilevazioni dell’Osservatori prezzi IRI, solo nelle ultime settimane abbiamo visto un aumento dei prezzi importante. Inoltre, a fronte di aumenti pronunciati registrati da alcune categorie, altri sono risultati addirittura in deflazione (ad esempio, il prosciutto, cotto e crudo, a peso variabile).
A partire da questi aumenti, o meglio, dalla percezione che lo shopper ha dell’aumento dei prezzi, il consumatore sta mettendo in atto strategie di “messa in sicurezza” del suo portafoglio: maggiore scelta di alcuni canali di vendita, piuttosto che ricomposizione del carrello della spesa. Di fronte a questa situazione, il mercato dei salumi deve reagire con forza, sfruttando le sue eccellenze, senza rinunciare alla qualità, per cercare di vincere la sfida dei consumi nei prossimi mesi».



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