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Sono 180 grammi, lascio?

The Black Sheep e i Nirvana

of Papalato G.


Il Grunge, capace di identificare milioni di giovani negli anni ‘90, è paradossalmente un genere musicale estremamente legato al passato, ad una forma canzone “rock” classica e quindi specialmente agli anni Settanta, a cui sono state apportate alcune modifiche in chiave depressiva e antagonista: così il rumore, la distorsione accanto al pessimismo e alla trascuratezza anche a livello estetico come simbolo della svalutazione di tutti i valori hanno codificato una serie eterogenea di band concentrate nell’area di Seattle (Stato di Washington) per poi rivolgersi al resto del mondo. In “MTV Unplugged in New York” primo live dei Nirvana, è presente “On A Plain”, un brano che ritengo rappresenti accuratamente questo movimento musicale, ma soprattutto socio-culturale:
“I love myself
Better than you
I know it’s wrong
So what should I do
The black sheep got
Blackmailed again
Forgot to put
On the zip code
I love myself
Better than you
I know it’s wrong
So what should I do?
I’m on a plain
I can’t complain
I’m on a plain”.

La figura della pecora nera, presente in più lingue con lo stesso significato ad indicare un elemento che si distingue in maniera negativa dal resto dei membri di un gruppo, assume all’interno di questa meta-canzone (quindi un brano scritto sullo scrivere una canzone) i contorni di un manifesto culturale. Anche la natura del disco, composizioni arrangiate in chiave acustica che ridotte all’essenza rivelano un legame fortissimo alla forma canzone folk-blues americana, chiude non solo cronologicamente il movimento nato nella seconda metà degli anni Ottanta. Mi preme però ricordare come esista una pecora nera che si distingue certamente dal resto, ma senza connotazioni negative.
La pecora nera di Arbus in Sardegna, oltre alla produzione di lana — utilizzata per i costumi tradizionali (su sacu, una pesante coperta impermeabile usata anche come mantello, o le caratteristiche ghette cartzas o burtzighinos, mentre con le pelli, su cui è lasciata attaccata la lana, si confeziona sa mastruca, il soprabito indossato dai pastori) — affianca la produzione di latte e carne di estrema qualità. Insieme alla bianca, la nera di Arbus è l’unica razza autoctona sarda: oggi se ne contano circa 2.000 capi, concentrati nella zona di denominazione oltre che nella parte sud-occidentale dell’isola. Sempre parlando di differenze, questa volta virtuose, serve considerare le sue qualità organolettiche: la carne ha un colore tendente al bianco, l’odore e il sapore sono più intensi e decisi, selvatici.
Ha ottime proprietà nutritive e poche calorie, che variano anche a seconda del tipo di cottura cui vengono sottoposte le sue carni. Ricca di proteine è indicata per sportivi e persone con carenze di ferro, mentre il potassio è fondamentale per il regolare funzionamento della muscolatura, quindi anche la contrazione del cuore. Il sodio, altresì presente in buone percentuali, contribuisce alla regolazione del movimento degli impulsi nervosi, mentre il fosforo oltre ad ossatura e denti trasforma i nutrienti in energia per l’organismo. Sono tutte caratteristiche dovute al fatto che l’animale viene allevato al pascolo ed è nutrito solo con latte materno o alimenti naturali. C’è una totale identificazione col territorio.
Accanto alla tradizionale cottura arrosto allo spiedo, ci sono le ricette da fare in pentola, o come si direbbe in sardo a cassola, come l’agnello con uovo e limone (angioni cun s’ou), quello coi piselli (cun prisucci) e quello coi cardi (cun gureu).

Pecore nere in un gregge ben ordinato, animali e figure retoriche, differenze percepite e identificazione: elementi che si sono esaltati al momento della pubblicazione di un live che ha assunto l’identità di una liturgia funebre. Registrato nel novembre del 1993, uscì esattamente un anno dopo, a distanza di pochi mesi dalla morte per suicidio della sua icona più celebrata.
Esaminando la fotografia in copertina e le immagini interne si può cogliere un aspetto per nulla marginale, quello visivo, che anche in ragione della trasmissione ininterrotta operata dall’emittente televisiva sull’onda delle richieste dei fan orfani del loro riferimento, è entrato di diritto nella struttura dell’esibizione poi incisa sui solchi del vinile. Lo stesso Cobain aveva richiesto come elementi necessari a costituire la scenografia gigli orientali proiettati sul palco, candele accese, fiori, un tendaggio rosso come sfondo e un lampadario di cristallo ad illuminare con poche luci sul palco. Dettagli che avrebbero immerso la band in uno scenario disposto in modo simile a quello di un funerale, una condizione che avrebbe tristemente preso forma nei mesi successivi, ma che nell’immediato avrebbe condizionato i musicisti, ponendoli con lui in un mood dedicato e intenso.
A questo punto si arriva dopo una situazione al limite, che contestualizza maggiormente il documento sonoro in questione. Prove fallimentari causate dalla combinazione di fattori interni come l’assoluta impreparazione all’acustico ed esterni, come le pressioni invadenti dei produttori che spingevano per l’inserimento in scaletta di brani più famosi sommati alla contestata scelta di ospitare un gruppo non celebrato al posto di nomi più eclatanti (guai a dimenticare che si tratta di uno show televisivo, con ampi margini di guadagno per gli spazi pubblicitari oltre ad un successivo disco da vendere), avevano alimentato un clima di tensione che rischiava seriamente di compromettere il progetto. Una esasperazione che portò prima Cobain a minacciare di non presentarsi, per poi arrivare all’ultimo momento, inquieto e in preda all’ansia. Cosa successe tra questo complicato prologo e quando i microfoni e le telecamere iniziarono a registrare è qualcosa che si trova nell’immediatezza di un live, nel suonare senza paracadute alcuno, nella catarsi di quel momento, di quelle parole e di quelle note in un attimo che dura 54 minuti per poi diventare memoria collettiva e quindi eterno.

Sul palco oltre agli altri membri di Nirvana ci sono Pat Smear (già con loro nell’ultimo album in studio e relativo tour mondiale) e Lori Goldston al violoncello (anche lei nel tour di “In Utero”). Sono cinque e sono disposti a cerchio, componendo l’ennesimo simbolo, consapevole o meno, di una rappresentazione oltre che di un’esibizione musicale. Si sceglie di cominciare con About A Girl, un brano dal primo e meno addomesticato album “Bleach”, che, spogliato di elettricità ma senza rallentare, diventa inaspettatamente accattivante, quasi complice.
Se è sarcasticamente presentato come sconosciuto in quanto non appartenente all’acclamato “Nevermind”, il boato suscitato dalle prime note di Come As You Are conferma la dinamica di amore e odio di Cobain nei confronti del pubblico. L’interpretazione vocale è screziata, imprecisa e fragile, ma paradossalmente più intensa. Dalle sue fessure si apre una confessione appassionata per quanto bugiarda ogni volta che letteralmente giura di non avere una pistola. È comunque innegabile la forza pop del brano che in ogni arrangiamento si manifesta con disarmante semplicità.
Una combinazione, quella di un brano più ermetico seguito da uno più esplicito, che viene ripetuta con le due cover successive. Poi Novoselic imbraccia la fisarmonica, Grohl passa al basso, la viola della Goldston, e insieme aprono “Jesus Doesn’t Want Me for a Sunbeam”, degli inglesi The Vaselines, che si contrae e distende su accordi aperti a respirare.
Se cercate in rete The Man Who Sold The World, il primo risultato è associato a Nirvana e non a Bowie, questo a sottolineare come l’interpretazione di questa canzone abbia assunto una sua indipendenza, rispettando la sua forma originale senza smarrire mistero e fascino ma donandole il raro privilegio di nuova vita. C’è un momento nella canzone che rivela l’essenza di uno show che in realtà è un live: all’inizio dell’assolo c’è un’esitazione, ma nessuno si ferma, non esiste la possibilità di una seconda take perché non c’è la volontà di farla. Sarà il solo “MTV Unplugged” registrato in presa diretta, l’unico concerto in una serie di prodotti confezionati a misura di budget e obiettivi commerciali.
Quello che succede sulle note di Pennyroyal Tea è invece una dichiarata questione privata, in cui solo voce e chitarra sono a urlare un monologo dove l’insicurezza esposta è più forte della forma in cui si manifesta, un disagio non nascosto che si percepisce nel silenzio di un pubblico disorientato che amplifica ogni nota ed ogni parola.
Il centro del live ha diverse facce della stessa medaglia, prima Dumb poi Polly ritmicamente ripetitive, stilisticamente unite da un’estetica apatica e cinica, quindi perfetta espressione del Grunge più viscerale e meno sovrastrutturato, poi On a Plain. Ci si emancipa per un attimo da questa palude emotiva con un brano che fa da cartina tornasole per l’empatia di chi si mette all’ascolto, qualcosa da cui non si può sfuggire, a cui non si può mentire. Something In The Way è una progressione al contrario, letargica carica montando su se stessa, in un’armonia che taglia e cuce per poi tagliare ancora e non guarire mai.

Salgono sul palco i fratelli Kirkwood, alias Meat Puppets, che per eseguire i tre brani tratti dal loro secondo album prendono posto e chitarra di Pat Smear e Cobain, con quest’ultimo che si ritrova solo con leggio e microfono a cantare un misto lisergico di indie folk, country e psichedelia composto nel deserto dell’Arizona. I tre danno così vita ad un armonia distorta di intrecci vocali e corde di chitarra in cui si susseguono prima Plateau, poi Oh Me e infine Lake of Fire.
Torna la formazione a cinque originale per eseguire All Apologies, amara e catartica, resa amplificata dal contrasto tra la melodia, ancora più nitida in chiave acustica, e il testo.
Uscito come ultimo singolo, assume ancor di più i contorni di un commiato, ma quando tutto sembra concludersi giunge un epilogo che si fa tutt’uno con la natura di questo live e il tipo di narrazione scelta: una sottrazione che ha porta all’essenza, spogliando sovrastrutture fino ad arrivare al suono primordiale della canzone americana, al blues che l’ha generata. Accreditata come Where Did You Sleep Last Night di Leadbelly ma conosciuta anche come In The Pines, è la sesta cover sui quattordici brani eseguiti, mostrando nuovamente come tutto sia stato disegnato con l’intenzione di non seguire logiche televisivo-commerciali pur essendo parte integrante di esse.
Questa disarmonia esplicita nel percorso personale e musicale di Cobain lo ha condotto al suicidio pochi mesi dopo la registrazione di questo disco. Un disagio senza filtri ancora una volta messa a nudo in un contrasto di melodia e liriche che dilania e scuote nel crescendo inquieto di accordi ripetuti, il timbro roco e disperato che non lascia spazio ad altro, ogni volta assoluto. Definitivo. La consapevolezza che non può esserci nulla dopo questo, niente encore e nessuna richiesta, chiude un documento prezioso come solo un testamento artistico e insieme umano può essere.
Quando i Nirvana, a distanza di quattro mesi da questa registrazione e due prima del suicidio di Cobain, suonarono in un Palazzo dello Sport gremito in ogni ordine di posto, ebbi la percezione chiara di un uomo svuotato e di una folla aggrappata ad una celebrazione. Lo rivedo ogni volta che faccio girare questo disco.


Giovanni Papalato



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