I rappresentanti del comparto delle carni ripetono da anni che occorre comunicare di più, dar voce ai vari attori della filiera e rendere questo settore dell’agrozootecnia più coeso e formato. Non erano tante le occasioni per approfondire le tematiche inerenti la filiera carni al di fuori dei mondi delle associazioni che ne rappresentano una parte e che giustamente si muovono per dar voce e supporto ai propri associati. Alla luce di queste considerazioni Expo Consulting – la società bolognese con una solida esperienza nell’organizzazione di fiere, eventi congressuali e ben nove edizioni della GDS – Giornata della Suinicoltura – ha delineato un nuovo appuntamento, BoviDay – La Giornata della Carne Bovina: evento dedicato alla filiera della carne bovina italiana, pensato come spazio di incontro e approfondimento per gli operatori del settore.
Dar voce a tutta la filiera
In un contesto produttivo instabile che risente fortemente di continue fluttuazioni dei prezzi, oggi più che mai la filiera bovina è chiamata a confrontarsi su temi complessi che coinvolgono l’intero sistema: dalla produzione alla trasformazione, dalla distribuzione alle politiche di settore. BoviDay si è inserito in questo scenario come momento di dialogo e analisi, riunendo competenze, esperienze e punti di vista diversi. Non è facile aggregare l’intera filiera: chi alleva potrebbe avere apparentemente ben poco a che spartire con chi trasforma e commercializza. Chi si occupa di benessere animale può sembrare distante da chi ha la responsabilità strategica dell’approvvigionamento e della gestione dell’assortimento dei prodotti di carne in GDO. In realtà, questo appuntamento si è prefissato fin da subito l’obiettivo di dare stimoli e idee a tutti gli operatori, senza scendere troppo nel “tecnico” di ogni passaggio di filiera. Ma come l’ha fatto? Attraverso contributi di esperti e occasioni di networking, favorendo una lettura condivisa delle dinamiche del comparto e del suo ruolo strategico all’interno dell’agroalimentare italiano.
La prima edizione 2026
Il bilancio di questa prima edizione, svoltasi lo scorso 10 giugno presso l’Hotel Expo Verona di Villafranca (VR), è stato più che positivo. Un risultato non affatto scontato ma comunque preannunciato dato l’immediato riscontro di registrazioni. L’evento — a cui hanno partecipato per quasi 5 ore oltre 120 persone, tra speech, presentazioni e networking —, ha richiamato l’attenzione dell’intera filiera produttiva, GDO compresa, dando vita ad un confronto ampio e qualificato sulle principali sfide che attendono il comparto della carne bovina nel nostro Paese. Tantissimi i temi trattati: si è parlato di economia, delle prospettive della nuova PAC e delle possibili ricadute degli accordi commerciali internazionali, a partire dal Mercosur. Ampio spazio è stato dedicato all’innovazione, alla sostenibilità e ai nuovi modelli produttivi, tra cui il Beef on dairy, con l’obiettivo di individuare strumenti e strategie capaci di rafforzare la competitività delle imprese. Grande attenzione è stata riservata a benessere animale e biosicurezza, temi sempre più centrali per il settore, che obbligano gli operatori a mantenere elevata l’attenzione sulle misure preventive e sui protocolli di controllo sanitario, fondamentali per la tutela degli allevamenti. Tra gli argomenti affrontati anche il legame tra alimentazione animale, benessere e qualità delle produzioni, la valorizzazione delle razze autoctone e il ruolo della carne bovina all’interno di una dieta equilibrata. Non è mancato infine un approfondimento sul tema dell’informazione, della disinformazione e della necessità di comunicare ai consumatori contenuti corretti e basati su evidenze scientifiche.
Il ruolo strategico degli speaker
A dare ulteriore valore all’iniziativa è stata la qualità dei relatori intervenuti: Angelo Frascarelli dell’Università di Perugia, Francesco Cobalchini di Intermizoo, Gian Luca Bagnara di AIFE – Filiera Italiana Foraggi, Eliana Schiavon, dell’Azienda ULSS 2 Marca Trevigiana, Giulio Cozzi dell’Università degli studi di Padova, Carlo Sgoifo Rossi dell’Università degli Studi di Milano, Andrea Quaglia, direttore di Anabic, Andrea Rabino, presidente di Anaborapi, Anna Nudda, dell’Università degli Studi di Sassari, e il giornalista Andrea Bertaglio, che hanno offerto punti di vista diversi ma complementari sui principali temi di attualità per la filiera.
Angelo Frascarelli
Università di Perugia
Nel suo intervento di apertura, incentrato sulla nuova Pac e sul Mercosur, il docente del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università di Perugia ha sottolineato il contesto fortemente incerto nel quale gli operatori tutti del comparto si trovano ad operare. «C’è grande incertezza, non solo in agricoltura e in zootecnia, ma in tutti i settori dell’economia. E i cambiamenti avvengono ad una velocità enorme, dai prezzi dei prodotti agricoli alla politica alla questione energetica. Senza dimenticare l’instabilità climatica e il tema della manodopera, che in questo momento colpisce tutta l’economia in Italia, e in particolare la zootecnia».
Francesco Cobalchini
Intermizoo
«Una delle cose che personalmente mi lascia più stupito, sorpreso di questa giornata, è che per quarant’anni il comparto delle vacche da latte e quello degli ingrassatori, pur convivendo nello stesso “territorio”, non si fossero mai incrociati» ha detto nel suo speech sul cross breeding Francesco Cobalchini, direttore generale di Intermizoo, azienda specializzata in genetica delle vacche da latte. «Abbiamo cominciato ad approcciare questo tema da qualche anno, da quando sono cominciate a cambiare le dinamiche. È bene però precisare i termini: cross breeding, per gli allevatori delle vacche da latte, ha un altro significato rispetto a quello che intendono gli operatori del comparto carne, per la precisione l’incrocio fra razze da latte, una pratica abituale che consiste nella mungitura di capi ibridi invece che di vacche pure. Nel mondo delle vacche da latte, quello che voi presentate come cross breeding si chiama invece Beef on dairy, cioè incrocio di animali da carne e animali da latte».
Cobalchini ha inoltre sottolineato il ruolo strategico delle DOP per il comparto della zootecnia da latte, che, in Italia, «senza le DOP non esisterebbe! Metà della produzione di latte in Italia è infatti destinata a Grana Padano e Parmigiano Reggiano, il vero valore aggiunto della zootecnia da latte in Italia». Il direttore generale di Intermizoo ha poi puntualizzato che anche lo scenario della zootecnia da latte sta mutando rapidamente e che sempre più stanno entrando in allevamento anche razze di tori a forte vocazione da carne. Una tendenza che si spera possa svilupparsi al fine di rafforzare l’integrazione tra questi due comparti della zootecnia, per troppo tempo estranei l’uno all’altro.
Gian Luca Bagnara
AIFE – Filiera Italiana Foraggi
Il presidente di AIFE, nel suo intervento Sostenibilità e benessere animale: il ruolo chiave della filiera dei foraggi nella zootecnia moderna, ha ricordato l’importanza del collegamento della filiera degli allevatori con quella dei macellatori, dato il ruolo strategico che gioca l’alimentazione: «Non meno del 50% dei costi di produzione della carne sono determinati dall’alimentazione animale». Per questo è strategico il ruolo di AIFE, che raggruppa le imprese produttrici di foraggio disidratato, caratterizzate da elevati standard qualitativi e dall’ottimizzazione di una filiera integrata che garantisce il collegamento tra agricoltura sostenibile e alimentazione di precisione, il cosiddetto precision feeding.
Eliana Schiavon
Servizio veterinario di sanità animale ULSS 2 Marca Trevigiana
La sostenibilità è oramai un termine sulla bocca di tutti, ma come si promuove nel comparto della carne bovina? A questa domanda ha risposto la direttrice del Servizio veterinario di sanità animale ULSS 2 Marca Trevigiana, con un focus su due temi: la biosicurezza, che riduce i rischi sanitari, e l’innovazione, che migliora il benessere animale. Ricordando il ruolo fondamentale dei ristalli francesi, che da sempre alimentano l’ingrasso in Italia, e il considerevole calo dei capi dalla Francia di quest’ultimo anno, Schiavon ha sottolineato che «il problema più grosso che stiamo vivendo nel bovino da carne oggi dipende dalla commercializzazione e dal trasporto di animali che possono provenire da Paesi con all’attivo problematiche sanitarie che l’Italia ha già eradicato».
Giulio Cozzi
Università di Padova
«Come possiamo essere più sostenibili?» si è chiesto il professore del Dipartimento di Medicina animale, produzioni e salute dell’Università di Padova. «Mi faccio questa domanda tra voi avendo chiaro che la sostenibilità non è solo una questione economica, ma anche ambientale (emissioni), etica e di immagine sempre più rilevante. I consumatori, quando acquistano, pensano a cose che forse noi non immaginiamo, ma questi aspetti, queste informazioni relative alle modalità di allevamento che ricevono dai canali più disparati, li portano formare delle idee che a volte sono veramente strabilianti anche per chi, come me, a volte li ascolta. Certamente partiamo da un punto fermo: l’obiettivo è far stare meglio gli animali da allevamento. Questo dovrebbe essere il nostro mantra. Perché? Perché nel momento in cui andiamo ad esporre un animale come un bovino da carne a condizioni di allevamento non ottimali, la sua è sempre una risposta negativa, che riguarderà ovviamente tutta una serie di comportamenti anomali» e che avrà anche un impatto sulla redditività dell’allevatore.
Carlo Angelo Sgoifo Rossi
Università di Milano
Come si può raggiungere un elevato benessere animale attraverso la nutrizione? Quanto la nutrizione influenza il benessere e quanto questo binomio riesce ad avere un ruolo determinante sulla qualità della carne? A queste domande ha dato risposta nel suo intervento il docente del Dipartimento di Scienze veterinarie per la salute, la produzione animale e la sicurezza alimentare dell’Università di Milano. Il prof. Sgoifo Rossi ha confermato che il binomio benessere animale e nutrizione, alla luce di un’ampia documentazione scientifica, esercita una comprovata influenza qualità della carne. «Attraverso benessere animale e nutrizione riesco a condizionare l’età alla macellazione dei capi allevati, lo stato di ingrassamento e, nel caso specifico di una corretta alimentazione e di un corretto approccio nelle fasi pre-macellazione, anche il pH al macello, da cui effettivamente dipende in gran parte la qualità del prodotto finale in termini di percezione da parte del consumatore».
Ci sono pubblicazioni corpose che attestano come l’animale giovane, proveniente da un sistema confinato o intensivo, conferisca sempre e indiscutibilmente una carne più gradita da parte dei consumatori rispetto a quella proveniente da un allevamento di tipo estensivo, ha proseguito il prof. Sgoifo Rossi: «Il consumatore non è alla ricerca di un prodotto con delle peculiarità, ma di un prodotto che sia assolutamente soddisfacente per colore, conservabilità, tenerezza e quindi emozionalità sensoriale nel suo complesso. Un animale più giovane ha un contenuto minore di mioglobina, quindi presenta una carne più chiara, ha un minor contenuto di collagene che, come tutti sappiamo, è la parte della struttura, la matrice muscolare che rende più difficile masticare e separare le fibre muscolari. Cosa significa? Se ho meno collagene ho ovviamente una maggior tenerezza» ha sottolineato il professore.
«Compro sulla base di ciò che vedo e ricompro su quello che è il principale fattore che determina il mio livello di soddisfazione, che è in assoluto la tenerezza. L’altro aspetto è che, tanto più l’animale è giovane, tanto più fine sarà la fibra muscolare e anche questo è un fattore che condiziona ovviamente la tenerezza della carne. Non ultimo, un animale giovane è caratterizzato da un grasso più chiaro, bianco, brillante. Un grasso che, al momento dell’acquisto, sarà sempre visto come sinonimo di freschezza e, quindi, un elemento assolutamente positivo».
Infine, il prof. Sgoifo Rossi ha toccato un tema centrale, quello della frollatura post mortem, spesso non svolta correttamente dall’industria delle carni. «Si tratta di una criticità in Italia e riguarda l’efficienza del raffreddamento delle mezzene post mortem, che spesso non viene fatto nei tempi corretti e ha come conseguenza l’ottenimento di carni con poca consistenza, flaccide, caratterizzate da colori particolari».
Andrea Quaglia
ANABIC
Il direttore dell’Associazione Nazionale Allevatori Bovini Italiani da Carne ha fatto il punto sul miglioramento genetico delle razze autoctone e della tutela la biodiversità animale alla luce della sua esperienza in ANABIC, che raccoglie oltre 4.500 allevatori di Chianina, Marchigiana, Romagnola, Maremmana e Bruna italiana.
Andrea Rabino
ANABORAPI
La razza Piemontese conta 3.800 allevamenti iscritti e 145.000 riproduttrici, per un totale di 300.000 capi. «Le nostre aziende, per la maggior parte a conduzione famigliare — ha spiegato il presidente dell’Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Piemontese — non sono a carattere intensivo e il numero medio di capi allevati per azienda è di 38 unità. A conferma che negli ultimi anni si è registrata una tendenza all’accentramento delle aziende zootecniche, il 5% degli allevamenti che sono al di sopra delle 50 vacche detiene più o meno il 60% dei capi».
Giovanni Sorlini
Inalca
Il responsabile qualità, sicurezza e sviluppo sostenibile di Inalca-Gruppo Cremonini —, realtà leader a livello internazionale nel comparto delle proteine animali e del Food & Beverage —, ha incentrato il proprio contributo sui temi della circolarità e della sostenibilità. «Per Inalca circolarità significa un’organizzazione intelligente di siti agricoli di trasformazione e produzione primaria che, nel loro insieme, combinando tecnologie, flussi di materia prima in tutti i sensi possibili, producono un nuovo modello di business. Perché, a nostro parere, il bovino non può essere visto solo ed esclusivamente in linea verticale, come allevamento e trasformazione di carne» ha rimarcato Sorlini. «Parlando di sostenibilità e di coltura rigenerativa, siamo stati i primi nel nostro settore a lavorare per abbassare l’impronta di carbonio. Se si vuole fare sostenibilità in ambito bovino si deve, soprattutto in aziende avanzate come la nostra, lavorare sui processi upstream che rappresentano il 77% del totale dell’impatto. Ciò significa fare sostenibilità in modo serio, documentato, misurabile, cogliendo le opportunità del carbon farming e quindi lavorando a livello agricolo. Sostenibilità vuol dire scegliere insieme le migliori pratiche che coniugano elementi di efficienza e adattabilità alle nuove condizioni climatiche con le riduzioni di emissioni ambientali. Abbiamo creato delle buone condizioni di partenza per fare collaborazione intelligente fra i vari soggetti della filiera e convergere tutti insieme su pratiche condivise, perché se non si lavora insieme è importante che ognuno a casa sua faccia una “briciola” della “torta” complessiva».
Anna Nudda
Università di Sassari
La prof.ssa del Dipartimento di Agraria, sezione Scienze zootecniche, dell’Università di Sassari, ha fatto un intervento sull’alimento carne, dalla Dieta Mediterranea alla piramide rovesciata. Con riferimento a quest’ultima, dopo una prima analisi delle “Dietary Guidelines for Americans 2025–2030” (USDA/HHS), del documento Scientific Foundation e delle relative Appendices tecniche, e alla luce della letteratura scientifica di riferimento, il messaggio che emerge dalle nuove Linee Guida americane è sorprendentemente semplice: agli Americani viene consigliato di mangiare più o meno come abbiamo sempre fatto noi nel Mediterraneo. Non una dieta “nuova”, ma un ritorno ad un modello alimentare basato su cibi veri, porzioni definite, equilibrio e moderazione.
Andrea Bertaglio
Giornalista e scrittore
“La carne racconta la sua storia oltre la misinformazione” è stato il tema conclusivo di questa 1a edizione di BoviDay, assegnato ad Andrea Bertaglio, che da anni lavora nel comparto delle carni seguendone dinamiche comunicative, attacchi mediatici e temi legati alla disinformazione e, appunto, alla misinformazione. La differenza fondamentale tra le due risiede nell’intenzione di chi diffonde la notizia. Entrambi i termini descrivono informazioni false, imprecise o fuorvianti, ma si distinguono per lo scopo, l’intento, di chi le condivide.
La disinformazione è un’informazione falsa o manipolata creata e diffusa deliberatamente per ingannare, manipolare l’opinione pubblica o trarre un profitto politico/economico. In questo caso, c’è la volontà precisa di nuocere. «La misinformazione è anche peggio, perché è la diffusione di una notizia falsa, generalmente in buona fede» ha spiegato Bertaglio. Veicolata dai canali social, «la propaganda vegan e animalista sfrutta le tematiche oggi di maggior impatto in questo momento sui media, ovvero la salute, il clima, l’ambiente, gli animali e l’umanizzazione di questi ultimi. Ormai siamo distaccati non solo dalla natura, ma anche dall’agricoltura, dall’allevamento. Nel mondo più della metà delle persone vive e cresce in aree urbane».
Tra i tanti temi trattati nel suo intervento Bertaglio ha fatto centro su uno in particolare, che riguarda l’inefficace risposta comunicativa del comparto agli attacchi. «Ho notato che spesso il settore zootecnico di fatto risponde all’approccio emotivo del pubblico con dei tecnicismi. Lo vedo anche nei progetti di comunicazione con cui collaboro, soprattutto a Bruxelles. Non si può rispondere alla gente che si interessa di benessere animale menzionando dati e nozioni delle regolamentazioni europee rispettate. Le persone non ne sanno niente e, soprattutto, non gli interessa. Quindi è proprio questa è la vera sfida: trovare il modo di far passare i messaggi, le informazioni, i dati in maniera utile». Soprattutto attraverso i social, che sono i principali canali attraverso cui si informano le giovani generazioni.
Expo Consulting, partner del comparto carni bovine e suine
«La risposta ricevuta da questa prima edizione del BoviDay conferma quanto fosse sentita l’esigenza di un momento di confronto dedicato esclusivamente alla filiera bovina da carne» ha commentato Elisabetta Zagnoli, AD di Expo Consulting.
«Abbiamo voluto creare un appuntamento capace di mettere attorno allo stesso tavolo allevatori, tecnici, ricercatori e imprese per affrontare con competenza le sfide che attendono il settore. Dai temi economici alla sostenibilità, dalla biosicurezza al benessere animale, fino alla corretta informazione verso il consumatore, è emersa con forza la volontà di costruire una filiera sempre più solida, moderna e competitiva. La carne bovina italiana può contare su standard produttivi, sanitari e di benessere animale tra i più elevati al mondo. Per questo continueremo a promuovere occasioni di approfondimento e dialogo che aiutino gli operatori ad interpretare i cambiamenti in atto e a valorizzare il lavoro svolto quotidianamente negli allevamenti. Il successo di questa prima edizione del BoviDay ci incoraggia a lavorare fin da subito alla prossima e nel frattempo ci concentriamo sulla GDS – Giornata della Suinicoltura 2026, in calendario per il 14 ottobre prossimo alla Camera di Commercio di Verona».
Appuntamento al 2027
In attesa di conoscere la data dell’edizione 2027, BoviDay ha confermato come il futuro della carne bovina italiana passi attraverso qualità, innovazione, sostenibilità e trasparenza. Temi che coinvolgono direttamente gli allevatori, primo anello della catena produttiva, ma che arrivano fino al consumatore finale, sempre più attento all’o-rigine, alla sicurezza e al valore delle produzioni agroalimentari.
Elena Benedetti
>> Link: boviday.it
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