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Sono 180 grammi, lascio?

Vino di lillà

of Papalato G.


Se James Shelton, negli anni Cinquanta, quando scrisse “Lilac Wine”, si riferiva ad una bevanda distillata dai fiori di lillà molto popolare negli Stati Uniti, a noi Europei viene più facile pensare a certi vini della Provenza, che hanno nel loro bouquet anche il profumo di questo fiore. Questa regione nel Sud-Est della Francia, estremamente interessante dal punto di vista enogastronomico, beneficia del clima mediterraneo, combinando temperature alte e secche con il mistral e la brezza marina, fornendo condizioni molto favorevoli alla coltivazione della vite. Con la fondazione di Massilia (oggi Marsiglia) da parte dei Greci ha inizio questa coltura, poi continuata dai Romani. Il risultato di questo avvicendamento e le diverse contese di cui è stato oggetto questo territorio nel corso dei secoli ne hanno influenzato viticoltura e comparto enologico. Influenza anche da parte nostra, introducendo qualità diverse di viti da coltivare soprattutto nel XIX secolo, quando la Provenza era sotto il regno di Sardegna.
Famosa per i rosati, esistono anche vini bianchi e rossi da frutti di vitigni italiani oltre che francesi, a bacca nera Braquet (il nostro Brachetto), Cabernet Sauvignon, Calitor, Folle Noir, Syrah, Carignan tra gli altri, mentre a bacca bianca Chardonnay, Sauvignon Blanc, Grenache Blanc, Ugni Blanc (Trebbiano Toscano) e il Rolle (Vermentino). Tutti vengono classificati per qualità a salire da “Vin de Table” a “Vin de Pays”, poi “Vins Délimités de Qualité Supérieure” per finire con “Appellation d’Origine Contrôlée”. A quest’ultima categoria appartengono sette zone: Coteaux d’Aix-en-Provence et Les Baux-de-Provence, Coteaux Varois, Côtes de Provence, Palette, Bandol, Bellet e Cassis.
Se ebbe modo di ritrovare il profumo di lillà nei vini assaggiati durante le tappe in Francia, quando suonò a Correggio (RE), nel luglio del 1995, Jeff Buckley, nel caldo umido dell’estate in Pianura Padana, bevve sul palco (del resto come noi sotto) il Lambrusco. Fu un concerto indimenticabile per il sottoscritto e per chiunque fosse presente, incarnazione di immaginario ed emozioni suscitate da ascolti ossessivi del suo disco di debutto “Grace”.

Celebrato da Bowie, Reed, Page e Dylan, in grado di coinvolgere generazioni differenti di ascoltatori, Jeff Buckley riesce ad essere sé stesso senza dipendere dalla ingombrante figura paterna. Artisticamente parlando, ovviamente, perché il padre, Tim Buckley, morì di overdose quando Jeff aveva solo otto anni. Un legame, nell’assenza, molto forte, che lo porterà ad esibirsi in pubblico per la prima volta in una celebrazione collettiva del genitore nel ventennale della sua scomparsa.
“Grace” è un disco che unisce la sua grande voce e la straordinaria capacità interpretativa alla scrittura del suo chitarrista Gary Lucas, oltre a quella di altri autori. Lilac Wine, insieme ad altri due brani, è una cover, mentre i restanti dieci pezzi sono inediti.
Buckley è stato un eccezionale chanteur, degno erede dei suoi idoli, tra tutti Edith Piaf, totalmente fuori dal tempo soprattutto quello a metà anni Novanta in cui si presentò al mondo. Anni dominati dal grunge e dall’hip hop, frullatori incontrollati di distorsioni e rime in mezzo a cui emerge una voce che unisce genere maschile e femminile attraverso un disco in cui si alternano canti liturgici e brani che liberano commozione. La voce di Buckley è nucleo e cometa, da lì tutto parte e tutto trascina. Un risveglio. Sembra di aprire gli occhi in un destarsi ideale, tra arpeggi e sussurri celestiali in un crescendo sempre più coinvolgente fino all’esplosione tra nervi e armonia. Mojo Pin apre così il disco e dà già il senso del dialogo emotivo in atto. Grace, da cui tutto prende nome, vive di strappi e progressioni, ritmiche e vocali. Assoluta giravolta di stupore si spinge tra rincorse e fughe oltre i limiti dello straordinario, creando una sensazione di disarmata meraviglia ad ogni ascolto, ad ogni giro sul piatto, anche a distanza di anni.
Più ordinaria nella scrittura, Last Goodbye è una ballata che beneficia in grande misura del fatto di essere cantata da Buckley. È anche così che si ha la misura del talento, perché canzoni che si potrebbero confondere nella consuetudine, brillano invece di una luce differente e possono, oltre che significare singolarmente, relazionarsi assieme ad altre nell’economia di un lavoro collettivo per definirne la cifra.
Poi cominciano le liturgie di cui sopra, a partire proprio da Lilac Wine, prima cover della track list. Già celebrata nella bellissima interpretazione di Nina Simone a metà anni Sessanta, fin dal principio era stata sempre oggetto di interpretazioni femminili e così vive intensamente di nuova identità trent’anni dopo. Buckley esaspera ancora di più il senso di smarrimento, l’ubriachezza sentimentale, il trasfigurare la realtà nel miraggio di un ricongiungimento. Lo fa lavorando su tinte tenui e malinconiche, un lamento struggente e volitivo, un aggrapparsi per salire.
Cupa, di chiaroscuri claustrofobici, è fatta invece So Real, che comincia in una apparente tranquillità ma cresce a forza di rintocchi ansiogeni e sferzate di chitarre come mosse da onde in un naufragio cacofonico, in cui la voce si disarciona con forza dal fondo di angosce sonore per emergere e illuminare a giorno. Si chiude così il primo lato, esausti e al contempo famelici di nuove epifanie. È un’altra cover ad aprire il lato B: Hallelujah entra di diritto in quella categoria in cui la nuova interpretazione è decisamente più famosa dell’originale. Mantenendo la stesso preziosa armonia tra sacralità e materialismo nell’affermazione della vita, qui pulsa concreta di sensualità e sofferenza nella ricerca di una pace interiore. Una chitarra amplificata è la struttura su cui Buckley può liberarsi senza limiti, facendo sua la canzone. Come era successo a Hendrix per l’arrangiamento elettrico della dylaniana All Along The Watchtower, qui il testo di Leonard Cohen è come al servizio di Jeff Buckley, divenendo tutt’uno con la sua voce, il suo cantarlo.
È invece uno spiritual sui generis la languida Lover, You Should’ve Come Over, dove lo sconforto di un giovane che invecchia si fa tormento. Il climax del brano sembra condurre alla presa di coscienza e coincide con una espressività vocale ancora una volta indimenticabile, su registri alti e ampi.
Si sposta ancora oltre, usando quasi esclusivamente il falsetto in un altro brano liturgico, la terza cover dell’album Corpus Christi Carol. Testo del 1500 musicato nel 1961 da Benjamin Britten, attraverso un’interpretazione celestiale si fa ninna nanna ambient, così persa nel tempo da risultare avveniristica. Ad ogni verso sembra impossibile che la voce possa arrivare oltre certi limiti, ma in un cadenzato crescendo da controtenore tutto si compie. Anomalia, essendo invece nettamente radicata nella prima metà degli anni Novanta Eternal Life distorta e violenta si dimena su una sezione ritmica potente e chiassosa, ancora una volta chiusa da una irreale interpretazione vocale per quanto intensa.
Il brano che chiude il disco, Dream Brother è psichedelia e misticismo, movimento circolare che cresce e si esaurisce su una trama mediorientale, tra percussioni e chitarre a intrecciarsi e perfetta per terminare il percorso intrapreso. Composizioni eterogenee in un album che è strumento di rivelazione: delle canzoni attraverso Jeff Buckley, dell’artista stesso attraverso di esse, significato e significante.
Jeff Buckley morirà a 31 anni in un incidente nel maggio del 1997 mentre sta nuotando in un affluente del Mississippi. Uscirà un altro disco, postumo e incompleto, con diversi live. “Grace” è quindi l’opera prima, e purtroppo unica, di un artista che ha reso attraverso la naturalezza del suo talento il senso dell’interpretazione: la capacità di rivelare la sostanza delle canzoni, spogliandole di ogni possibile malinteso che possa distrarre da ciò che sono, inconfondibili nella loro essenza.


Giovanni Papalato



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