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Il gusto di camminare

Sul cammino della pace

of Simonini E.


Sin dal principio, in questa rubrica, ho parlato della meravigliosa semplicità e della naturalezza del camminare, della bellezza di ascoltare il rumore dei propri passi che si muovono nel mondo, e dell’importanza, anche simbolica, di poter raggiungere luoghi distanti e impervi sulla sola forza delle proprie gambe. Ma ancora non c’è stata occasione di rappresentare quanto camminare sia anche una sorta di particolare attività intellettuale, o comunque un’attività che favorisce il dipanarsi dei pensieri, i quali, infatti, proprio camminando, sembra possano semplicemente infilarsi ordinatamente, uno dopo l’altro, in una qualche specifica direzione, proprio come fanno i passi che, uno dopo l’altro anch’essi, scandiscono lo spazio dinanzi a noi. Nondimeno, e non a caso, molti illustri pensatori sono stati anche infaticabili camminatori: Rousseau, Kant, Nietzsche, Kierkegaard e Wittgenstein, per citarne alcuni. Senza dimenticare gli antichi e, soprattutto, Aristotele, il quale, dando avvio alla scuola peripatetica, iniziò a svolgere le sue lezioni filosofiche passeggiando insieme agli allievi nel Perípatos (in greco antico passeggiata), che era una specifica parte del giardino del Liceo di Atene, deputata proprio al conversare camminando.
Allora se i tempi, come questi che viviamo, sono difficilissimi, se le questioni da affrontare sono intricate, malamente annodate nonché insormontabili, se il pensiero si blocca continuamente e si arrovella su se stesso nell’angoscia del futuro imminente e prossimo, ecco, in questa situazione, a me viene in mente, ancora una volta, solo di infilare le consunte ma fedeli scarpe da trekking e di mettersi semplicemente, naturalmente e instancabilmente a camminare, e camminare, e camminare.
Come forse, magari, dovremmo fare tutti, nella speranza di mettere in fila, contemporaneamente ai passi, anche i pensieri affinché possano di nuovo radicarsi a terra, nel mondo, nel meraviglioso mondo che abitiamo e che abbiamo la ineguagliabile fortuna di poter percorrere, se semplicemente lo vogliamo, con la sola forza delle nostre gambe.
In un contesto così faticoso come quello che ho provato a tratteggiare, quindi, non posso che pensare di suggerirvi di partire per un percorso impegnativo, importante, e, in questo momento storico, anche fortemente simbolico, per via delle diverse realtà territoriali e delle culture locali che vi si incontrano che, grazie ad un solo e unico itinerario, è comunque possibile coniugare e unire fattivamente.
Vi propongo dunque di andare a muovere passi e pensieri sul Cammino della pace, un lungo sentiero, attraverso Abruzzo, Molise e Puglia, dal nome così altamente evocativo che pare subito necessario avviarsi.
Si tratta di un tragitto di recente costituzione, e ancora in fase di sviluppo e di definizione, ma con la grande vocazione di candidarsi a “primo cammino interculturale e interreligioso”, il quale si sviluppa su 3 regioni, 29 comuni, per oltre 500 km totali da percorrere in 29 o più tappe.
Si parte dal meraviglioso scrigno della Basilica di Collemaggio, poco fuori dalle cinta murarie de L’Aquila, città bellissima (e allo stesso tempo dolorosissima, a causa delle tuttora visibili ferite inferte dal terremoto del 2009), e si procede nell’entroterra, attraversando lo stupefacente Parco Nazionale della Majella, che costituisce una vera e propria immensa oasi naturale, con diverse specie vegetali, rare specie di animali, alte vette, altipiani tondeggianti e indimenticabili panorami mozzafiato.
Si giunge poi, piano piano, passo dopo passo, verso un mare sempre luccicante, affacciandosi così alla meravigliosa e romantica Costa dei trabocchi. Si continua quindi, in direzione Sud, calpestando gli incantevoli tratturi, antichissime vie d’erba battuta, caratteristiche della zona tra l’Abruzzo, Molise e Puglia, lungo le quali, sin dall’epoca pre-romana e fino ad un paio di secoli fa, i pastori spostavano stagionalmente le proprie greggi.
Infatti, la transumanza del bestiame, principale risorsa del meridione contadino, seguiva tradizionalmente percorsi netti e rigorosi: in estate ci si trasferiva dalle aride zone del Tavoliere delle Puglie ai freschi pascoli montani dell’Abruzzo, mentre in autunno si percorreva il cammino inverso.
E così voi, sulla traiettoria di questi lunghi e sconfinati tratturi, proseguirete verso Sud-Est, scorgendo in lontananza il profilo di antiche abbazie, di eremi, di borghi disabitati e di luoghi sconfinati in cui regna assoluto solo il silenzio, trovandovi ad un certo punto, quasi improvvisamente, sul promontorio del Gargano, il quale vi accoglierà come in un immenso abbraccio luminoso e appoggiato sul mare.
Ed è proprio seguendo il luccichio del mare, che mai tradisce i viandanti che lo scorgono all’orizzonte, che arriverete alla fine di questo lungo e impegnativo Cammino della pace che si conclude a Monte Sant’Angelo, e precisamente in un luogo simbolico quale la chiesa di San Michele Arcangelo, primitivo tempio pagano, successivamente assunto a santuario cristiano e unanimemente considerato il primo di tutta la cristianità, meta di pellegrini a partire almeno dal VI secolo, e oggi anche patrimonio UNESCO.
A conclusione, occorre ribadire che non sarà un cammino facile. La strada è lunga, i sentieri sono spesso anche impervi e non sempre riconoscibili, e inoltre il grado di difficoltà a tratti è anche alto. Tuttavia, si può fare, anzi, si può e si deve fare. E comunque, come sempre, come su tutti gli itinerari, si comincia solo con il primo passo, e con il coraggio e la voglia di camminare.
E poi, infine, mi viene da dire che è proprio avviandoci sul Cammino della pace che dovremmo avere sempre presente, come faceva Aristotele, che i passi e i pensieri si muovono meglio se si muovono assieme.


Elena Simonini




Mangiarsi la Majella: un concentrato di biodiversità anche a tavola

Concentrato di spiritualità, luogo di eremi, conventi e abbazie, ma anche e soprattutto area di incredibile bellezza naturalistica, entrato a far parte della lista dei geoparchi Unesco, il Parco Nazionale della Majella è un unicum sul territorio abruzzese. Il Parco, nei suoi 75 000 ettari, ospita il secondo massiccio più alto del gruppo montuoso — la “Maiella Madre” — 6 aree faunistiche dedicate alle specie di maggiore importanza e 2 giardini botanici, a Sant’Eufemia a Maiella e Lama dei Peligni. Nel suo territorio, che si estende su 39 comuni, trovano sede oltre 2300 specie floristiche e il 45% dei mammiferi italiani. Un concentrato di biodiversità che si esprime anche a tavola, nei prodotti che nascono dentro il Parco Nazionale della Majella e nelle zone limitrofe. Aglio rosso di Sulmona, Broccolo riccio, Salsicciotto Frentano e Ventricina del Vastese e miele… Produrre miele alle pendici della Majella è un’arte. Occorre conoscere alla perfezione le essenze e seguire il ritmo delle stagioni. Da questi loghi vengono alcuni tra i migliori mieli d’Italia, come quelli prodotti dall’Apicoltura Bianco di Guardiagrele (CH). L’azienda conduce il nomadismo apistico, seguendo l’andamento stagionale e territoriale delle fioriture. «Quando in quelle località stanno per sbocciare i fiori, portiamo le nostre api in villeggiatura» racconta Alfonso Bianco (in foto). «Questa moderna transumanza viene effettuata di notte quando le api sono negli alveari. Carichiamo l’apiario sul camion dopo il tramonto, lo spostiamo di notte e il mattino seguente le api sono già libere e operative. Le bottinatrici escono dalle loro casette e trovano un ambiente nuovo, dove si orientano in fretta e trovano nuova fioritura. È grazie a questa alleanza con l’apicoltore che le api possono produrre più miele di quanto occorre loro per superare l’inverno e lasciare l’eccedenza all’uomo». Un motivo di riuscita per l’azienda è il progetto di monitoraggio dei mieli e dei pollini all’interno del Parco Nazionale della Majella, realizzato dall’Ente Parco nel 2010-2011. L’obiettivo è quello di avere risonanza nella marcatura del territorio, attraverso lo studio del carico mellifico esistente, in grado di valorizzare maggiormente i mieli di Millefiori di montagna e Lupinella, recuperando l’antica foraggera leguminosa ed incentivando il rinnovo dei prati da sfalcio. Nel marzo 2016 la rivista Gambero Rosso ha inserito il Millefiori dell’Apicoltura Bianco tra i 14 migliori d’Italia: “Raccolto nel Parco Nazionale della Majella, in un areale di bottinaggio tra i 700 e i 1400 metri d’altezza, ricco di prati stabili, bosco e pascolo arido. Commercializzato nel circuito Eataly, è un miele che si avvicina molto a un uniflorale di agrumi. È chiaro, giallo pallido, cristallizzato ma morbido, con cristalli medio-grandi scioglievoli e tutt’altro che ruvidi. Le note al naso e al palato sono quelle tipiche e centrate della zagara e dei fiori bianchi, fresche, inebrianti e pervasive, accompagnate da ricordi di frutta estiva e da una dolcezza importante, stemperata da una lieve vena sapida. Molto buono, esuberante, piacevole e persistente, e che non stanca il palato” (fonti: www.gamberorosso.it, www.apicolturabianco.it).


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