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Vino

Uve di Andalusia e Estremadura

of Lagorio R.


Negli ultimi anni l’evoluzione della vitivinicoltura mondiale ha prodotto una perdita dell’originalità che lega le uve alla zona di produzione. La superficie coltivata con varietà internazionali è in costante crescita e questa tendenza conduce, con l’eccezione di pochi grandi vini, verso prodotti tecnicamente ineccepibili e apprezzati dal grande pubblico, ma dal gusto standardizzato. La conseguenza è che il mercato è zeppo di certe tipologie di vini e varietà dal carattere omogeneo e carenti di una reale tipicità. Così, presto, la tendenza dovrà essere invertita da parte di coloro che si prefiggono caratteri differenziati e peculiari per valore aggiunto a prezzi competitivi. Uno dei metodi per salvare la viticoltura da questa omologazione è di produrre vini con profili di alta qualità, peculiari, legati al territorio e differenziando quanto più possibile i prodotti. Per emergere sui mercati, nel prossimo futuro diventerà sempre più importante puntare sulla coltivazione di varietà minoritarie e locali per la preparazione di vini di alta qualità che mostrano un profilo organolettico differenziato.
In particolare la viticoltura spagnola, millenaria al pari di quella italiana, disponeva di un notevole patrimonio genetico per molti aspetti al limite della sparizione, dopo quasi un secolo di abbandono in conseguenza della ricostruzione varietale post-filossera.
In tutte le regioni vinicole spagnole si stanno studiando casi di recupero varietale, volti a studiare, selezionare e recuperare il patrimonio genetico più adeguato per ciascun areale. Particolarmente attiva sotto questo profilo è l’Andalusia.

Simón de Roxas Clemente, botanico e considerato padre dell’ampelografia spagnola grazie alla raccolta delle varietà di viti Plano de Flor (1807), citava in particolare l’uva Vijiriega, diffusa in provincia di Cadice e sui monti dell’Alpujarra, definendola dal colore bianco-verde, dolce e dagli acini rotondi.
L’enologo José Manuel Concustell, che lavora per la cantina Señorío de Nevada (senoriodenevada.es), a Villamena nella provincia di Granada, spiega che «da 6 anni abbiamo in sperimentazione l’uva Vijiriega e un vino, Atalayar, è ottenuto solo con questi acini».
Gli appezzamenti si trovano a 750 metri di altitudine e godono di un microclima del tutto speciale condizionato dalla Sierra Nevada e dal Mediterraneo che permette la maturazione tardiva, prima delle piogge autunnali. «Se ne producono al momento 2.500 bottiglie, ma il mercato ne richiederebbe molte di più». Il bicchiere è giallo chiaro con arricciature verdoline, spiccano profumi d’ananas, albicocca e pesca bianca e la vena amaricante limita la percezione alcolica.
Nella tenuta, composta anche di un raffinato ristorante e di hotel a 4 stelle con vista sui vigneti e sulla Sierra Nevada, si sta recuperando anche l’uva Romé, «a bacca nera e ideale per ottenere vini rosati. In questo caso la sperimentazione è ancora in fase iniziale, ma i vini ottenuti si prospettano di grande interesse, dai profumi di frutti rossi e fiori e buona alcolicità» svela Concustell.
I pregi dell’uva, originaria dell’Axarquía (in provincia di Malaga), risiedono nell’omogenea invaiatura e nel perfetto adattamento al clima secco della provincia di Granada.
Coltiva Vijiriega anche Antonio López de la Casa (Bodega Xolayr), in piccole porzioni di terra aggrappate alla montagna ai 1.200 metri di Cozvíjar. Il suo Elvira esprime una forte personalità varietale, dal profilo aromatico apparentemente discreto che nasconde una sottile filigrana floreale e salina con ricordi lontani di lievito. Infinito il retrogusto citrino.
Ha puntato sul Garrido Fino la Bodega Salado, fondata nel 1810 a Umbrete, poco più di 20 km da Siviglia (bodegassalado.com). La sesta generazione, incarnata da Francisco, ha ripreso su 14 ettari questa antica varietà dagli acini verdi che virano al giallo, pelle sottile e corpo succoso. «Sebbene al momento la provincia di Siviglia non possegga una DOP, l’Aljarafe ha una storia antica nella produzione di vini, che un tempo venivano utilizzati a Jerez» spiega Francisco.
È anche sua l’idea di Umbretum Brut Nature, uno spumante Metodo Classico che in bocca esprime un ampio bouquet di spezie. Lieviti indigeni sui quali il vino riposa per almeno 14 mesi dando vita a questo che, al momento, è l’unico spumante di Garrido fino al mondo.
La Cantina Dimobe (dimobe.es) di Moclinejo (Malaga) scommette invece sul Moscatello d’Alessandria, «perché si tratta di un vitigno versatile, che utilizziamo per vini secchi, dolci e anche spumanti» chiarisce Ignacio Garijo, tecnico della cantina. Proprio il Metodo Classico Tartratos è la nuova frontiera nell’utilizzo di questo vitigno, coltivato nell’Axarquía, con forti pendenze e terreni ricchi d’ardesia che guardano il Mediterraneo. Il Brut Nature trascorre 52 mesi sui lieviti, le bollicine sono sottili e costanti, al naso esprime sentori di cardamomo e di pane mentre in bocca si apprezza la sua asperità, che lo rende ideale a tutto pasto.
A dimostrazione che le tecniche attuali permettono di sfruttare al meglio le antiche varietà, a tutto favore della biodiversità.


Riccardo Lagorio



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