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Il gusto di camminare

Paesi, Lambrusco e Castelli

of Cornia F.


Camminare è in assoluto l’attività che preferisco nella vita. Camminare per più giorni di seguito poi è per me il massimo. È un’immersione nel paesaggio e contemporaneamente un’immersione in sé stessi. È una pratica di pulizia interiore. Mentre macino chilometri macino pensieri, li trasformo, alcuni li tralascio, altri li semino, altri li perdo e alcuni li abbandono proprio, mentre sulle spalle tengo solo l’essenziale. La fatica fisica mi riporta al centro, al corpo, e, a fine giornata, mi ritrovo a vivere un senso di soddisfazione e pienezza che mi capita raramente di sentire.
Camminare per me ha l’effetto benefico di un immediato ridimensionamento di tutte le dismisure che nascono dal troppo e inutile rimuginare. Per cui, non appena ho sentito che si preparava l’inaugurazione di un cammino proprio qui, dalle mie parti, in provincia di Modena, nella zona dell’Unione Terre dei Castelli1, non ho esitato un secondo e ho subito pensato: vado.
A piedi, zaino in spalla, ho percorso 102 km e riscoperto il luogo in cui vivo come un territorio davvero ricco sotto diversi punti di vista: storico-culturale, naturalistico e gastronomico. Un cambio di prospettiva cambia lo sguardo sulle cose: l’ho proprio sperimentato, e quel che mi era noto, dato un po’ per scontato, cucito insieme nel lento impasto di cinque giorni di cammino è diventato quasi esotico. Fin da subito.
Dalla partenza ai piedi della Rocca di Vignola, con gli occhi che vagavano su Palazzo Barozzi (o Palazzo Contrari-Boncompagni) e che registravano lo stupore sui volti dei compagni di cammino alla notizia che lì c’è racchiusa una scala a chiocciola elicoidale totalmente aerea, un capolavoro architettonico e scenografico di altissimo livello, realizzata su disegno di uno tra i più noti architetti del ‘500, Jacopo Barozzi detto “Il Vignola”. Uno che, per dirne una, divenne architetto ufficiale di un papa, Giulio III, uno che si intratteneva col Vasari e Michelangelo e che, quando quest’ultimo morì, portò avanti i lavori della fabbrica di San Pietro. L’illustre concittadino a cui il pasticcere Eugenio Gollini nel 1907 dedicò quella che un tempo era la sua “Torta nera”, oggi conosciuta nel mondo come Torta Barozzi.
Oltre a tingersi d’esotico, da subito il cammino si fa anche sorprendente: lasciati i ciliegi sulla sponda del fiume Panaro, visti quei cannoni, sempre e solo uditi, che sparavano alle nuvole per scongiurare grandine e pioggia sulle colture oggi protette da apposite reti, arrivati a Spilamberto, patria dell’Aceto Balsamico Tradizionale, scopro che in paese c’è la salma di un vero pellegrino. Di quelli del Medioevo.
Conservato in una teca, affiora dalla terra e, insieme alle ossa, emerge il chiarore di una conchiglia, la capasanta, insegna di pellegrinaggio alla tomba di San Giacomo a Santiago de Compostela. La salma è ospitato nel Torrione, la torre più alta del circuito di mura dell’antico castello, costruito nel Duecento per far fronte ai Bolognesi sul Panaro, e oggi sede del Museo archeologico di Spilamberto.
È pieno di borghi, rocche, pievi e castelli il Cammino dell’Unione: lasciato Spilamberto ci si incammina verso le colline di Castelvetro e si entra nel borgo patria del Grasparossa passando l’arco a sesto acuto e salendo la scalinata che porta alla piazza con la scacchiera sulla quale in autunno, in occasione della Sagra dell’uva, si anima una dama vivente.
Volendo si può brindare qui alla chiusura della prima tappa, naturalmente con un calice di Lambrusco Grasparossa. Ma si può anche allungare un po’ il percorso, andare a visitare il piccolo oratorio di San Michele (VIII-IX secolo) e fermarsi a Levizzano, altro piccolo borgo circondato dalle vigne.
Da qui si parte per il secondo giorno di cammino intercettando un tratto del percorso occidentale della via Romea-Nonantolana e si procede in direzione Marano, paese del luppolo a cui si arriva scendendo da un monte che offre una visuale a 360 gradi e toccando il borgo di Denzano, con torre e chiesetta matildica appollaiate su un’altura.
Da queste parti il paesaggio si fa argilloso, ai filari di Grasparossa si sostituiscono gli alberi e alle colline i cosiddetti calanchi di Costa d’Esen (Costa d’Asino).
Una volta a Marano, se siete uomini, scapoli e forestieri, fate attenzione quando riempite la borraccia alla Grama2, la fontana nella piazza del paese, che una vecchia canzone popolare sosteneva: “Il forestier che, scapolo, a la grama facendo un giro attorno, l’acqua beve, residenza a Marano prender deve, da una ragazza attratto che lo ama”. E così… addio cammino.
Da qui il Panaro di nuovo accompagna per un po’ il viandante col luccichio e lo scorrere delle sue acque, prima di cominciare a salire e incontrare un sentiero disseminato di ponticelli in mezzo al bosco. Siamo nel Parco dei Sassi di Roccamalatina (in foto) e, se è vero che la salita toglie il fiato, proprio si rimane senza quando si esce dal bosco e ci si trova di fronte lo spettacolo naturale delle guglie arenacee dei Sassi.
Poco più in là, girando lo sguardo a sinistra, la Pieve di Trebbio, chiesa di epoca romanica con a fianco il battistero ottagonale. È un luogo carico di bellezza, dall’atmosfera sospesa. Uno dei luoghi magici di questo cammino. E siccome la terza tappa è la più corta, la giornata è ideale per una visita alla pieve e per salire sul Sasso della Croce.
Nel tragitto potreste anche imbattervi in varie cassette di legno. Sopra le cassette, contenitori con dentro frutta e verdura e un cartellino col prezzo, il prezzo stabilito a tigiotto, cioè a contenitore. È il negozio a cielo aperto di Guido. Lui non c’è, ci sono però i prodotti che coltiva, una vaschetta in cui lasciare i soldi e da cui prendere il resto se c’è bisogno di farlo, e un foglio che parla di fiducia negli altri, che, se non c’è, “la vita che senso ha”. Scrive più o meno così Guido. Insomma, siamo di fronte a una piccola pausa che è un ristoro per l’anima oltre che per il corpo.
Di nuovo si riprende a salire su per il bosco che si popola di castagni, per sbucare poi sulla strada poco prima del piccolissimo borgo di Castellino delle Formiche: qualche casa, una chiesetta del ‘400 e una torre medioevale che si alza da uno sperone di roccia, residuo dell’antico castello. Niente a che vedere con i piccoli insetti neri, il nome del borgo deriverebbe da un’errata traduzione popolare del medievale Castrum Formigis, che rimanda al latino formido, formidabilis, quindi “Castello che incute timore”.
Si continua a salire e, tra strade e boschi, toccando Samone, si arriva al Monte della Riva, si conquista il Monte Cisterna e finalmente siamo a Montalbano, paesino che da qualche anno, nei mesi di gennaio e febbraio, si trasforma nel “Borgo dei presepi”, con l’allestimento di tanti presepi disseminati lungo le vie. A questo punto ci si può fermare qui o raggiungere Zocca, che coi suoi 759 m di altitudine è il punto più alto del cammino. Per chi ama Vasco Rossi un salto al BiBap, il mitico bar in cui ancora si registra qualche apparizione estiva del rocker, a dispensare saluti e autografi ai fan, è d’obbligo.
Siamo al quarto giorno di cammino e da Zocca si comincia a scendere. Prima però il passo è lento e in salita ancora per un po’ perché si passa da Zocchetta, tra edifici medioevali e un’edicola seicentesca, per poi dirigersi a Montecorone. Altro borgo che custodisce schegge di un passato restituito con sorpresa sotto forma di un piccolo Cristo nero in cartapesta. Prima, a quanto pare, ad un gruppetto di donne intente a raccogliere legna nei dintorni del Sasso di Sant’Andrea che lo trovarono tra stecchi e rami secchi, poi a me, che entro nella piccola chiesa e ascolto la storia di questo insolito Cristo nero oggi nell’abside di sinistra della piccola chiesa del paese. Una leggenda diceva fosse collocato ai piedi del vicino Sasso. Pochi anni fa, il restauro di una pala d’altare posta sulla destra della navata centrale, ha mostrato la veridicità della leggenda, riportando in superficie la raffigurazione di un piccolo uomo raccolto in preghiera ai piedi del Sasso di Sant’Andrea.
Vivo in questa zona da cinquant’anni e non c’ero mai stata. La meraviglia generata dall’emergere di questo gigante di pietra dal verde fitto della vegetazione credo la ricorderò. Così come ricorderò lo stupore provato camminando sull’ampia spianata grigia della sua sommità. Da queste parti dicono che fermarsi un po’ qui, sulla spianata del Sasso, abbia un effetto rigenerante. Di certo lo è per gli occhi ammirare il panorama tutt’intorno.
Si prosegue e da qui si scende verso Guiglia. Lungo la strada si incontra l’Oratorio della Beata Vergine di San Luca che sollecita la memoria con un déjà-vu. E infatti l’Oratorio riproduce in misura ridotta il santuario della Madonna di San Luca di Bologna. Patria del borlengo e dei mastri borlengai, sede della “Scuola internazionale del Borlengo”, ogni anno, dal 1967, si tiene la sagra dedicata a questa sorta di crêpe servita con la cunza, un battuto di lardo, aglio e rosmarino e una spolverata di Parmigiano Reggiano o in altre varianti (vedi box a pagina 84).
L’ultima tappa, tra calanchi e colline, tocca i borghi di Castello di Serravalle e di Savignano sul Panaro. Se in quest’ultimo doveste capitare nel mese di settembre, lo potreste trovare pieno di gente e stand gastronomici in fermento per la “Lotta per la Spada dei Contrari”, un palio in costume che vede sfidarsi tra loro le 6 frazioni del paese.
L’arrivo è al punto di partenza, di nuovo ai piedi della Rocca di Vignola. Partenza e arrivo dallo stesso punto per scoprire che voi siete gli stessi, solo un po’ cambiati.
Ora che il cammino è finito e star leggeri non è più necessario, se c’è posto nello zaino si può cedere a qualche peccato di gola e portarsi a casa qualcuna delle prelibatezze che il territorio offre. Un promemoria della varietà gastronomica da non perdere, in sintonia con la varietà del paesaggio, lo riporta la Guida del Cammino dell’Unione alla fine di ogni tappa e al vostro arrivo di certo l’avrete già sperimentato almeno in parte: crescentine, meglio note come tigelle, accompagnate da pollo alla cacciatora, salumi, formaggi e confetture; i funghi, porcini magari, a condire un bel piatto di tagliatelle fatte a mano, se la stagione è giusta; verso la montagna, castagne e marroni la fanno da padrone.
Se raggiungerete Zocca ad ottobre vi troverete immersi tra i banchi e il profumo di brace delle caldarroste sballottate alla Sagra della Castagna e del Marrone Tipico. Da queste parti, sono da assaggiare anche i ciacci sempre realizzati con la farina di castagne e farciti con la ricotta, o le zampanelle. C’è poi il gnocco fritto, anche questo come le tigelle accompagnato da un tripudio di salumi. E ancora, i tortellini in brodo e i tortelloni con ripieno di ricotta e spinaci. Insomma, nello zaino, se c’è posto, si può infilare una vera e propria dispensa: dal zampone al cotechino al Prosciutto di Modena Dop, dal Lambrusco Grasparossa di Castelvetro alle confetture di ciliegie e — in stagione, perché no, direttamente le ciliegie di Vignola —, fino all’Aceto Balsamico Tradizionale. E poi crescentine, tortelloni e tortellini, freschi o confezionati. Amaretti di Spilamberto, mandorle e albume montate a neve, o la Torta Barozzi.
È lo strano caso del rientro da un cammino… con ciacci, cotechino e vino.


Federica Cornia



Note

Ente locale sovracomunale che aggrega gli 8 comuni di Castelnuovo Rangone, Castelvetro di Modena, Guiglia, Marano sul Panaro, Savignano sul Panaro, Spilamberto, Vignola, Zocca.
Secondo i dialetti emiliano-romagnoli per “grama” si intende l’attrezzo utilizzato per amalgamare la pasta o lavorare la canapa grezza. Il nome della fontana deriverebbe dal fatto che il movimento della leva che azionava la pompa della fontana richiamava quello della grama (fonte: www.gazzettadimodena.it).



Il Cammino dell’Unione

Cinque tappe in cinque giorni, 102 km in tutto: inaugurato lo scorso aprile, il Cammino dell’Unione è un percorso ad anello tra colline e zona pedemontana in provincia di Modena: si parte da Vignola e si ritorna a Vignola. Lo hanno pensato, tracciato e promosso due appassionati di cammini: Federica Bergonzini e Giuseppe “Leo” Leonelli.

Come mai avete scelto questo nome?
«Lo abbiamo chiamato così perché il cammino attraversa comuni che fanno parte dell’Unione Terre dei Castelli e anche perché ci piaceva il significato evocato dalla parola “unione”, per rompere la tendenza all’individualismo che pervade oggi la nostra società. Il nome “Cammino dell’Unione” ha un impatto evocativo non solo per chi vive in questi comuni, ma anche per chi viene da altre zone d’Italia. La parola “unione” poi richiama altri aspetti per noi importanti, per esempio sottolinea il senso di appartenenza al genere umano. E chi cammina ha ben chiaro quanto siano importanti gli incontri».

Anche per il Cammino dell’Unione, come per il Camino di Santiago, ho visto che c’è la credenziale. Come funziona?
«La credenziale è una specie di passaporto del viandante che, grazie ad accordi presi con ristoratori e strutture ricettive, permette di contenere la spesa giornaliera. Siccome in Italia i cammini sono tendenzialmente molto cari, noi abbiamo cercato di limitare i costi. Le strutture che hanno aderito alla convenzione che abbiamo proposto sono segnalate sulla guida. Purtroppo l’inflazione e gli aumenti delle spese di gestione hanno costretto alcuni operatori a rivedere al rialzo alcune tariffe. È possibile poi pernottare anche in tenda nei luoghi indicati dalla guida».

Dopo quasi un anno dall’inaugurazione come sta andando?
«Sta andando bene. È difficile quantificare quante persone siano passate ad oggi. Sarà possibile a fine stagione, contando le credenziali rimaste. A occhio e croce mi vien da dire che al momento possano essere passate intorno alle 500 persone, un numero che ha anche un certo impatto economico sul territorio. Siamo contenti perché è venuta gente un po’ da tutta Italia che ha apprezzato molto la zona». Prova concreta di quel particolare appeal del territorio in cui Leo e Federica credevano già molto quando ancora l’edizione zero del Cammino dell’Unione era in fase di preparazione e mi dicevano: «ci vorrà un po’ di tempo ma credo che le potenzialità per il successo di questo cammino ci siano. Grazie anche alla ricchezza dal punto di vista enogastronomico. Questo è un territorio che offre molto».

>> Link: camminodellunione.com


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