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Memento

Beniamino Faccilongo e la sua visione

of Lagorio R.


Lo conobbi oltre vent’anni fa: quella alla Fiera del Levante di Bari era una delle sue prime uscite dall’agro di Lucera, nel Foggiano. Presentava insieme alla moglie Maria, in rustici vasetti, un pomodoro che aveva contribuito in maniera determinante a recuperare, il Prunill. Quel nome da allora ha coinciso nella mia memoria con l’Agricola Paglione. Mi conquistò subito con la sua semplicità, il suo eloquio diretto, l’avversione alle futili seduzioni che il mondo alimentare si accingeva ad allestire, tra cuochi sciamani e una serqua di modaiole perversioni. Era uomo legato alla terra, Beniamino Faccilongo, di sostanza e di lavoro. Onesto e rigoroso. Negli anni aveva costruito un’azienda agricola modello che si era guadagnata immensa credibilità tra gli addetti del settore. Ovunque Beniamino era accolto per quello che era: una persona equilibrata e avveduta. Rifuggiva ogni tipo di spettacolarizzazione intorno a sé: ogni scelta, ciascuna iniziativa, era guidata da estrema schiettezza, complici quel suo sguardo vivace e quei curati baffi da signore d’altri tempi. Ben presto Beniamino si autoimpose scelte difficili: alle blande maglie del biologico, cui aderisce tra i primi in Italia, sposta in alto l’asticella precorrendo i sentimenti odierni sulla integrale sostenibilità ambientale. Pomodori in salsa, gialli o rossi che fossero, sughi pronti all’uso insaporiti talvolta dagli aromi intensi dei suoi campi conquistavano assaggio dopo assaggio i più prestigiosi negozi gourmand.
Dopo l’approdo nelle migliori pizzerie d’Italia e d’Europa grazie al suo pomodoro profumato di vento e dal sapore di sole, fu la volta di far decollare l’idea di un olio… superverde, per dirla con Columella. Frantoio e vasche di mantenimento che mantenevano ed esaltavano le varietà e il puntiglioso lavoro di raccolta.
Applicando la regola secondo la quale la conoscenza del passato le cose, il mondo e l’avvenire appaiono nella loro essenza più vera, qualche anno più tardi a completare l’idea di paniere genuino arrivò il vino. Non era un vino qualunque. Anche qui sotto la guida di Beniamino si diede nuova vita ad un vino avvolto nell’oblio, la DOC Cacc’e Mmitte di Lucera. Andava fiero di questo straordinario esempio di vino dalle origini contadine, ottenuto applicando le ferree regole del vino naturale. Alla sua uscita gli occhi luccicavano dall’emozione dietro quelle lenti sottili che li incorniciavano. La sua azione aveva peraltro permesso il reclamo della denominazione che correva il rischio di essere depennata dagli elenchi delle DOC per mancanza di produttori.
Caporale, Componimento e, soprattutto, Santa Justa, dedicato al Robin Hood lucerino, Nero di Troia in purezza, sono bottiglie ormai iconiche per chi ama i vini secondo natura.
Ai collaboratori ispirava e si dichiarava con semplicità, composta energia e pacatezza. A Nicola, il figlio al quale è affidato il compito di preservare la sua visione del mondo prima ancora che il futuro dell’azienda, impartiva col semplice sguardo esempi di rispetto nei confronti degli uomini e della natura.
Beniamino ha avuto nei suoi 66 anni di vita la capacità di interpretare con visionaria follia un’agricoltura troppo spesso compressa tra gli interessi dell’industria e dai vacui luccichii della pubblicità. Ha trasformato la campagna, l’idea di campagna, in rurale e fiero orgoglio contadino, conferendo adeguato valore a questa essenziale attività. Anche per questo a certi uomini non dovrebbe mai essere permesso di morire.


Riccardo Lagorio



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