Nel Tacco d’Italia ancora per pochi mesi è in corso un programma culturale dedicato ai primi 50 anni della Doc Salice Salentino, con mostre fotografiche e di archeologia del vino. Accanto alla valorizzazione storica, ci sono anche novità sul fronte normativo e scientifico: lo scorso aprile è infatti stata approvata una modifica al suo Disciplinare di produzione ed è in dirittura d’arrivo un progetto sull’agricoltura di precisione.
I numeri del Salice Salentino testimoniano la rilevanza di questa denominazione di origine controllata che fu riconosciuta nel 1976: 1.300 ettari vitati, 28 cantine in 7 Comuni tra le province di Brindisi (3) e Lecce (4). La produzione complessiva ammonta a 60.000 ettolitri, equivalenti a 7 milioni di bottiglie, a cui si aggiungono altri 80.000 ettolitri di sfuso. Il 45% del Salice Salentino Doc viene esportato (consorziosalicesalentino.it).
Il comparto, dicevamo, ha vissuto una svolta lo scorso aprile con il riconoscimento delle nuove tipologie Superiore (rosso), Verdeca (bianco) e Metodo Classico, sia bianco che rosato (con o senza la specifica dei vitigni ammessi: Negroamaro, Chardonnay, Verdeca, Pinot bianco). Soltanto un mese dopo, a maggio, il Consorzio ha richiesto un ulteriore aggiustamento per introdurre il Salice Salentino Superiore Negroamaro “vinificato in bianco” e l’abbassamento del grado alcolico (dello 0,50%) per tutti i bianchi della Doc. Il riconoscimento è atteso per il 2027.
Entro dicembre 2026, invece, si concluderà un progetto biennale di agricoltura di precisione finanziato dalla Regione e realizzato in collaborazione con il CNR Puglia. Nei sette Comuni di produzione sono state installate 10 capannine meteo che forniscono informazioni tempestive su temperatura e umidità, utili per interventi mirati in vigna e la lotta integrata.
«I dati ci consentono di costruire una mappatura precisa per aree pedologiche e microclimatiche e questo ci è di supporto per far fronte alle emergenze» spiega il direttore del Consorzio, Eugenio Manieri. «Siamo ancora provati dall’impatto della peronospora avvenuto nel 2024 e l’anno seguente dalla siccità. Contiamo di incrementare ulteriormente il numero di capannine meteo nei mesi a venire per avere una rete di rilevamento il più possibile capillare».
La spinta verso la sostenibilità rende il Salice Salentino un vino amato dai giovani e un volano per il territorio. L’attrattività turistica non si limita più alla sola stagione estiva, ma si estende ai mesi autunnali e primaverili grazie a un’offerta culturale, artistica ed enoturistica di rilievo.
Sul territorio operano cantine storiche come Leone de Castris (www.leonedecastris.com), che a Salice Salentino accoglie i visitatori con un museo ricco di oggetti e utensili d’epoca (si veda box dedicato).
Un’altra importante realtà è Castello Monaci (www.castellomonaci.com), dotata di un museo del vino fresco d’ampliamento e di lussuosi spazi per eventi, matrimoni e incontri B2B, in una splendida tenuta di 210 ettari, di cui oltre 160 di vigne, con una produzione che supera i due milioni di bottiglie all’anno.
Negli ultimi anni, la riqualificazione delle strutture produttive e ricettive del territorio ha trovato un pilastro fondamentale nel GAL Terra d’Arneo, un gruppo d’azione locale a composizione pubblico-privata che opera in un’area della provincia di Lecce in cui rientrano diversi comuni della Doc Salice Salentino (www.terradarneo.it). Attraverso lo stanziamento di risorse regionali ed europee, il GAL ha finanziato interventi strategici, tra cui spiccano il rinnovamento del Museo del vino di Castello Monaci e l’ammodernamento delle strutture di accoglienza della cantina Podere Don Cataldo, quest’ultima una realtà produttiva moderna, completata nel 2024, anno in cui ha celebrato la sua prima vendemmia. Il GAL Terra d’Arneo riveste un ruolo di primo piano anche nella regia del piano promozionale legato ai 50 anni della Doc, «un programma che prevede iniziative culturali sul territorio per tutto il 2026 e oltre», sottolinea il presidente Cosimo Durante.
A queste iniziative si affiancano i progetti dei piccoli Comuni. «Tra gli appuntamenti più significativi, in collaborazione con il Museo Castromediano di Lecce, abbiamo un’esposizione di foto in bianco e nero d’inizio ’900 dell’Archivio Palumbo dedicato alle campagne salentine e una mostra di archeologia del vino con vasi e anfore a tema bacchico» racconta il sindaco di Salice Salentino, Cosimo Leuzzi. «Entrambe presso il nostro Convento della Madonna della Visitazione».
Massimiliano Rella
In foto: la cantina Leone de Castris a Salice Salentino (LE).
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Leone de Castris, la storia della viticoltura pugliese
Si tratta di una delle realtà più antiche del panorama enologico pugliese, le cui origini risalgono alla metà del ’600, quando un antenato della famiglia si trasferì dalla Spagna nel Salento avviando un’attività agricola basata sulla coltivazione delle uve e la vendita di vino sfuso. La svolta arrivò nel 1925 grazie a Piero Leone de Castris, che avviò l’imbottigliamento dei vini, dando vita al marchio così come è conosciuto oggi. Tra i prodotti simbolo della cantina spicca il Five Roses, considerato il primo vino rosato imbottigliato in Italia. Nato nel ‘43, in piena seconda guerra mondiale, è prodotto con una prevalenza di Negroamaro affiancato da Malvasia nera. Sono 350.000 bottiglie l’anno, a cui si è aggiunta una versione Metodo Classico Salice Salentino DOC. Proprio il Salice Salentino rappresenta un altro capitolo fondamentale: nel 1954 Piero Leone de Castris realizzò un vino chiamato “Salice” e nel 1976, con la nascita della DOC, l’azienda arrivò a commercializzare una Riserva del 1971. Oggi la gamma comprende versioni rosse, rosate e diverse selezioni Riserva. L’azienda produce complessivamente 20 tipologie di vino, per una produzione annua di circa 1,5 milioni di bottiglie. I vigneti si estendono su circa 200 ettari, ai quali si aggiungono 100 ettari di oliveti interessati da reimpianti a causa della Xylella. Accanto al vino, l’azienda investe nell’enoturismo e da vent’anni ha un bellissimo Museo del Vino. |
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Guagnano e l’uva Cardinal
L’uva Cardinal, storico prodotto agricolo di Guagnano, Lecce, è al centro di politiche locali volte a rafforzarne l’identità e l’attrazione economica. Il sindaco François Imperiale ci illustra la storia di questa coltivazione a bacca rossa di origine americana: «fu introdotta nel territorio a partire dagli anni ‘60. Se tra gli anni ‘60 e i primi anni ‘80 ha rappresentato una risorsa economica primaria per lo sviluppo del paese sostenendo il reddito agricolo, oggi è una produzione di nicchia. La superficie è infatti ridotta a pochi ettari con soli sei coltivatori rimasti attivi, una condizione dovuta al clima instabile e alla forte vulnerabilità della varietà agli eventi atmosferici estremi». L’uva Cardinal si distingue per caratteristiche organolettiche come dolcezza e croccantezza e in Italia viene coltivata esclusivamente a Guagnano per via delle specifiche condizioni pedo-agronomiche del suolo. Per tutelare questo patrimonio, nel 2023 il Comune ha avviato la candidatura del prodotto, successivamente inserito dal Ministero nell’elenco ufficiale dei Prodotti Agricoli Tradizionali (PAT) della Regione Puglia. |
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