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Sostenibilità 

Allarme per i pesci d’acqua dolce

of Manicardi N.


È uscito di recente il rapporto “The World’s Forgotten Fishes”, firmato da WWF e altre 15 Ong, tra cui London Zoological Society (Zsl), Global Wildlife Conservation e The Nature Conservancy. Secondo lo studio, di tutte le specie presenti sul pianeta 80 si sono già estinte — 16 delle quali soltanto lo scorso anno — e questo numero, con molta probabilità sottostimato, è destinato a aumentare. L’ultima scomparsa è quella del pesce spatola cinese (Psephurus gladius), dichiarata dallo Sturgeon Specialist Group (SSG) dello IUCN fra fine 2019 e inizio 2020. Il rischio è che nel giro di 15 anni scompaia ben un terzo delle specie.
Si legge nel rapporto che negli ultimi 50 anni la popolazione di pesci migratori è diminuita del 76%, mentre quella dei grandi pesci, con peso superiore ai 30 kg, è calata del 94%. Nelle acque del Regno Unito, per esempio, è scomparso lo storione, mentre nel resto d’Europa sono a rischio salmoni e anguille. Lo studio cita tra le principali cause di questa drastica diminuzione il cambiamento climatico, ma aggiunge anche altri problemi come inquinamento, pesca eccessiva e poco sostenibile e l’introduzione artificiale di specie non native.
Bisogna anche considerare, come sottolineano gli esperti, che milioni di persone fanno affidamento sui pesci d’acqua dolce, sia come fonte di sostentamento che di reddito, attraverso la pesca e il commercio di pesci per gli acquari. Particolarmente dannoso è il fatto che la maggior parte dei fiumi del pianeta sia parzialmente sbarrato da dighe o interessato da impianti di captazione dell’acqua per uso irriguo. Il declino è catastrofico e, se si continuerà così, non potrà che peggiorare. Per questo, l’appello del WWF è di ripristinare gli habitat, di rafforzare le leggi di tutela delle acque interne e di sostenere obiettivi globali per il recupero delle aree naturali degradate.
Già nel 2008 WWF Italia aveva pubblicato il dossier “Acque in Italia. L’emergenza continua: a rischio molte specie di pesci” con dati allarmanti sulla situazione nel nostro Paese. Delle circa 50 specie autoctone di pesci che vivono nei nostri fiumi, laghi e lagune, a quella data 3 specie si erano già estinte e 22 erano, a diverso grado, in pericolo di estinzione. Da quella ricerca era emerso che i nostri pesci d’acqua dolce più a rischio sono:
l’Anguilla, una delle specie più importanti per la pesca e per l’acquacoltura, in grado di vivere in una straordinaria varietà di ambienti, dalle acque oceaniche e marine costiere fino ai laghi e corsi d’acqua;
il Ghiozzo di ruscello, capace di vivere solo in acque limpide e ben ossigenate, ancora presente in pochi fiumi dell’Italia centrale;
il Panzarolo, tipico delle risorgive e endemico della regione padana;
il Carpione del Garda, anch’esso presente solo in acque pulitissime, ad alto rischio sia per la pesca eccessiva che per l’inquinamento delle acque del lago;
la Trota marmorata, presente in alcuni corsi d’acqua dell’Italia settentrionale, tra le prede più ambite dei pescatori sportivi ma minacciata, in particolare nei periodi di riproduzione, soprattutto da tutti gli interventi sui corsi d’acqua come la costruzione di argini artificiali, sbancamenti, prelievi di ghiaia, ma pure prelievi eccessivi di ghiaia e variazioni di portata dei fiumi per sfruttamento di energia elettrica.
Tra le altre specie che stanno scomparendo il WWF segnalava anche:
il Carpione di Fibreno, che vive unicamente nell’omonimo laghetto dell’Italia centrale;
la Trota macrostigma delle regioni peninsulari tirreniche, Corsica, Sardegna e Sicilia, colpita da numerose estinzioni locali;
lo Storione cobice, nel bacino del Po e in alcuni fiumi del Veneto, una specie che migra tra gli estuari dei fiumi per poi risalire nel periodo di riproduzione i grandi fiumi, oggetto soprattutto della pesca professionale;
la Lampreda di ruscello, tipica delle aree peninsulari tirreniche in forte riduzione per il degrado degli habitat;
la Lampreda padana, anch’essa in forte riduzione per l’impoverimento dell’habitat.
L’unica specie fuori pericolo era, e tuttora è, il Cavedano, perché molto resistente agli inquinamenti e capace di nuotare persino in acque cosiddette eutrofiche a causa di scarichi industriali. La salvaguardia dei pesci d’acqua dolce rappresenta una sostanziale priorità di conservazione, in quanto i pesci non solo sono importanti indicatori di qualità ambientale, ma costituiscono soprattutto gli elementi fondamentali di quella ricchezza di specie, cioè di biodiversità, che rischia di ridursi sempre più velocemente. Solo grazie ad un adeguato e attivo coinvolgimento delle autorità preposte sarà possibile salvaguardare la biodiversità della fauna ittica ed evitare l’estinzione di migliaia di specie ormai a rischio.


Nunzia Manicardi



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