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L’invasione dei granchi blu

of Manicardi N.


Sono passati ormai vent’anni da quando il Callinectes sapidus, il cosiddetto granchio blu, è apparso anche nei nostri mari, dapprima quasi inosservato e poi monitorato con allarme sempre crescente. Il risultato adesso appare quasi tragico poiché, dall’Oceano Atlantico dove è specie tipica, ha colonizzato l’intero Mediterraneo da cui finora era stato alieno: dalla Grecia all’Albania e alla Turchia e, dalla parte opposta, dall’Italia alla Spagna e alla Tunisia. Il nostro Paese, quindi, data la sua posizione geografica e i suoi quasi 8.000 km di coste, è quello più idoneo ad essere preso di mira da questo estraneo invasivo e pericoloso. In Italia, infatti, la sua presenza che era da tempo nota nell’Adriatico e nello Ionio si è estesa ultimamente anche al Tirreno, fra Lazio, Liguria e Sardegna. Ma perché il granchio blu è così temibile e temuto per il Mare nostrum? La risposta è semplice immediata: poiché nel nostro mare questa specie aliena — endemica delle coste americane nord-orientali, dalla Nuova Scozia (Canada) fino al nord dell’Argentina, comprese le Indie occidentali e il mar dei Caraibi e che da noi, così come nel Mare del Nord, Mar Baltico, Mar Nero e Mar Giallo, è arrivata molto probabilmente in modo accidentale nelle acque di zavorra delle navi — non ha predatori.

Essa agisce assolutamente indisturbata, del tutto libera di riprodursi e moltiplicarsi a danno delle specie autoctone. Produce di conseguenza effetti dannosi non solo sulla piccola pesca costiera artigianale, sul turismo balneare e sul lavoro di migliaia di famiglie che vivono grazie ad essi, ma anche sull’intero complesso delle risorse marine autoctone, alterando gravemente l’ecosistema con il rischio di arrivare in breve perfino a distruggerlo e creando altresì un impatto negativo sulla salute umana, come ha spiegato l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

La specie misura fino a 15 cm di lunghezza e 23 cm di larghezza mentre il granchio comune non supera i 6-7 cm! Si tratta di animali onnivori e piuttosto aggressivi, che si nutrono di tutto ciò che riescono a catturare: bivalvi, anellidi, avannotti, perfino carogne e piante.

Siccome si spingono anche lungo i corsi dei fiumi, essendo in grado di tollerare salinità inferiori al tre per mille, si stanno rapidamente diffondendo anche nelle Valli di Comacchio e nel Ravennate, dove le acque calme e poco profonde si sono rivelate un habitat ideale per riproduzione e crescita, e nelle lagune di Marceddi, nella provincia di Oristano. Ecco perché bisogna intervenire e senza perdere tempo, anche se si sarebbe dovuto farlo molto prima. Intervenire in fretta, in modo il più possibile risolutivo e anche intelligente. Sì, perché è possibile trasformare questa specie “killer” in prodotto alimentare, addirittura in prelibatezza gastronomica grazie alla sua carne gustosa, povera di grassi e perciò ideale per una dieta ipocalorica, ma ricca di proteine ad alto valore biologico (attenzione però al colesterolo) e di vitamine idrosolubili del gruppo B come tiamina, riboflavina e niacina. Può avere quindi importanti ripercussioni positive come già hanno dimostrato vari chef stellati anche italiani che l’hanno introdotto nelle loro proposte gourmet. Ed è una carne, si badi bene, tanto pregiata che sul mercato può arrivare ad avere un costo di ben 150 euro al kg! 

Ecco perché diventa fondamentale non solo ridurre il proliferare del granchio blu nei nostri mari o almeno controllarne la presenza ma anche farlo diventare un’entrata fissa e redditizia della nostra bilancia commerciale, incrementandone la richiesta e il consumo anche fuori dai contesti culinari stellati.

Bisogna prendere esempio dalle zone d’origine dove questi crostacei costituiscono un'importante risorsa a tal punto che di recente in alcuni Stati americani (Maryland e Virginia), dopo aver emanato speciali provvedimenti restrittivi della pesca per salvaguardare le popolazioni rimanenti, hanno dovuto ricorrere all’importazione da altri Stati e addirittura dal Sud-Est Asiatico, perché non va dimenticato che da un singolo esemplare si ricava una quantità di carne molto modesta rispetto alle dimensioni totali, analogamente a quanto avviene con le aragoste. Comunque anche le branchie vengono da alcuni considerate una delicatezza.

In Tunisia, dove il problema era da tempo diventato serio con oltre il 50% del pescato costituito da granchi blu, la Fao e il governo locale hanno avviato un programma di aiuti per consentire ai pescatori di accedere a nuovi mercati. Lo stesso accade in Spagna, in Turchia e in altre aree del Mediterraneo.

Anche l’Italia bisogna dunque che si attivi in maniera tempestiva, energica e a livello governativo. Non mancano infatti qui da noi, come al solito, meritevoli iniziative, ma sono sempre e soltanto individuali o di imprese private. Ricordiamo, nello specifico, Mariscadoras Srl società benefit, start-up riminese fondata da cinque giovani donne e ideatrice del progetto Blueat – La Pescheria Sostenibile, in collaborazione con la società Tagliapietra e figli Srl. Il progetto è partito a dicembre 2021: la soluzione proposta è di acquistare tutta la quantità di granchio blu pescato nell’Adriatico e Ionio (Zona FAO 37.2) ad un prezzo convenzionato presso il punto di sbarco del pescatore o presso il mercato della cooperativa che raccoglie il pescato dei propri pescatori artigiani.

Il progetto delle Mariscadoras ha già raccolto l’interesse delle Istituzioni, della comunità scientifica e della società GEA Consulenti di direzione Spa di Milano con cui si sta strutturando una filiera con l’obiettivo, una volta pescate quantità significative di granchio, di trasformare il prodotto in polpa da vendere a un mercato, tra cui anche quello statunitense, già fortemente interessato al suo acquisto. Ma il problema non può essere risolto con la sola volontà e capacità d’impresa dei singoli.

La sfida è grande e va accettata a livello istituzionale e vinta su tutti i fronti, nell’interesse dell’intera collettività.

Nunzia Manicardi



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