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Storia e cultura

Gli “steccati dei tori” nelle Marche

di Redazione


Nei secoli precedenti i combattimenti contro i tori hanno incontrato grande successo in varie città italiane, come descritto su Eurocarni, con articoli riferiti a Roma (n. 2/2018, pag. 122), Venezia (n. 12/2018, pag. 132), Napoli (n. 11/2019 pag. 154), Siena (n. 7/2020 pag. 126) e alle corride del ‘900 (n. 1/2021 pag. 130). Le tauromachie avevano una diffusione particolarmente capillare nello Stato Pontificio, soprattutto nelle Marche, che fecero parte dello Stato della Chiesa dalla metà del ‘500 fino al 1860.

Caratteri generali
Sergio Anselmi cita almeno una cinquantina di comuni delle Marche nei quali, soprattutto tra ‘700 e ‘800, si tenevano le cacce dei tori, chiamate steccati, dal nome delle strutture provvisorie di legno che venivano montate nelle piazze, a volte dotate di palchi per le persone di maggior riguardo (Fiorani C.), ma dette anche corse o giostre dei tori o venagioni, organizzati in occasione di feste locali o della visita in città di personaggi illustri (Anselmi S., 1966). Per Mattioli e colleghi c’era una differenza tra steccati, cacce e giostre: gli steccati, i più diffusi, erano battaglie tra bovini e cani addestrati ad “orecchiarli”, ossia ad afferrarli alla base dell’orecchio, fino ad immobilizzarli, il che determinava la fine del combattimento (Manoni C.). I cani erano manovrati dagli staccatori, pronti a lanciarli e a separarli dai tori una volta vinta la lotta, quando le autorità lo ordinavano (Mattioli O. et al.).
Le cacce o corse vedevano invece i più ardimentosi accompagnare i bovini al macello correndo per le vie del paese ed erano quindi simili al Encierro di Pamplona, mentre le giostre, comparse intorno al 1820, vedevano l’intervento di professionisti, i giostratori, che si esibivano in acrobazie e in atti di coraggio, come quello di staccare una moneta o una coccarda incollata sulla fronte del bovino. A volte le giostre seguivano direttamente gli steccati.
In una circolare del 1796, emessa a Tolentino in occasione di un’epizoozia bovina, si proibiva lo steccato, che comportava l’introduzione di bestiame dai paesi vicini, mentre si consentiva la caccia, in quanto eseguita con bestiame locale (Mattioli O. et al.).
I comuni invitavano a seguire lo steccato gli abitanti dei paesi vicini, che ricambiavano l’invito quando organizzavano un evento analogo (Vannicola M.), specie se lo spettacolo prevedeva la partecipazione di cani particolarmente bravi (Anselmi S., 1966). Si verificavano però scontri con armi da taglio e bastoni tra sostenitori di diverse fazioni, di solito provenienti da paesi diversi, anche con esiti drammatici. Spesso anche gli spettatori scendevano nell’arena per esibirsi e dimostrare il proprio coraggio.
I premi erano in denaro, per i buoi e i cani vincitori, mentre a Tolentino veniva anche assegnato un “quadro”, detto anche “pallio”, uno stendardo di stoffa dipinta montato su un’asta munita di pomelli di legno assegnato anche al vincitore della “carriera dei berberi”, la corsa dei cavalli senza fantino.
Nel periodo della restaurazione post napoleonica ad Ancona i premi erano di sei scudi per i cani, dieci-dodici per i buoi o i tori, con punte di trenta scudi per i cani che avessero fermato tori particolarmente combattivi.
I cani erano squalificati se mordevano il bovino in punti diversi dall’orecchio, ed erano previste pene pecuniarie e anche l’arresto per chi avesse aizzato i cani “per assaggio” contro i bovini prima della giostra, per chi avesse infastidito i bovini condotti al macello dopo la giostra, per chi fosse entrato nell’arena durante lo spettacolo e per chi avesse cercato di manipolare il sorteggio con cui si accoppiavano i contendenti.
Spesso i proprietari dei bovini appuntivano illecitamente le corna degli animali per renderle più letali. La responsabilità del buon esito dello steccato era affidata ad uno specialista, munito di patente dell’autorità, al cui servizio si poneva la polizia (Anselmi S., 1966, Mattioli O. et al.). Erano frequenti le liti tra i compratori degli animali destinati al mercato delle carni, costretti a prestarli per gli steccati, e i falegnami che costruivano gli steccati e riscuotevano il prezzo del biglietto (Anselmi S., 1966).

Divieti (o tentati divieti)
Le autorità napoleoniche, che ebbero il controllo delle Marche dal 1797 e il 1815, sostituendo l’autorità pontificia con la repubblica, cercarono invano di opporsi al fenomeno, non tollerabile da “una legislazione amica della naturale”, ma anche per le frequenti turbative dell’ordine pubblico.
Il 15 giugno 1811 il Prefetto del dipartimento del Metauro, con capoluogo Ancona, nel concedere malvolentieri l’autorizzazione a un maggior numero di cacce, e revocando un divieto del 1809, si lamentava in una circolare del fatto che gli venivano opposti statuti tradizionali locali, che prevedevano da tempo le cacce, con relative cariche “di Custodi e Giudici”, anche se era persuaso “che nulla ha a che fare col buon spirito del secolo la morsicatura de’ cani e de’ bovi in una specie di palestra per gli abitanti giocondissima” (Fiorani C.). Inoltre, “in due Comuni molta gioventù, e molti vecchi del bassopopolo mi hanno esposto con leale mossa di espressioni che si amerebbe piuttosto l’aumento delle tasse personali, anziché rinunciare all’allegrezza delle ripetute cacce”, e la limitazione delle giostre “duole persino a coltissime persone, a leggiadre signore ed a vivaci fanciulli” (Fiorani C.).
Il 18 febbraio 1814 che “Quantunque li steccati sieno un avanzo di quel remoto barbarismo a cui i cuori Italici poco volentieri si adattano, pure quando ella creda, che possa assolutamente recare disgusto lo vietarne il permesso, ne assecondi le istanze” e in seguito le autorizzava “per una sol volta nel corrente carnevale” (Vannicola M.). La restaurazione del governo pontificio, nel 1815, riportò alla legalità le tauromachie. Secondo Anselmi S. (1966) nelle Marche le cacce proseguirono fino al settembre 1860, dopo di che cessarono in quanto inadeguate alla nuova aria di unità nazionale, o anche soffrendo la concorrenza dello sport del pallone a bracciale. Vediamo alcune notizie relative agli steccati nei centri più importanti della regione.

Ancona e provincia
Ad Ancona, nel rendiconto del Carnevale del 1819, figurano tra l’altro gli indennizzi pagati ai rivenditori di carne per la fornitura dei tori, che si deprezzavano nel prendere parte agli steccati, e c’è la documentazione del pagamento a un falegname per la costruzione di un anfiteatro di legno a più ordini di palchi, per la giostra del carnevale del 1812 e l’organizzazione di cacce settimanali “di molti buoi”. All’epoca dei divieti napoleonici in città si tenevano steccati clandestini (Anselmi S., 1966). Nel 1812 fu diffuso ad Ancona un sonetto in lode del bove, per convincere i cittadini ad abbandonare la passione per gli steccati, visti come crudeli profanazioni dell’animale che tirava l’aratro (Anselmi S., 1966).
A Senigallia nel 1593 si riporta il riconoscimento della carica di Capocaccia; nel 1620 è raccontata l’organizzazione di una “caccia dei doi tori” nel Foro Annonario per divertire il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere, futuro duca di Urbino, in visita nel suo Ducato, e nel 1734 e 1735 si sa che si svolgevano cacce, seguite anche dalle autorità locali affacciate alle finestre.
Nella città, secondo un regolamento del 1823, le cacce si svolgevano dal 10 ottobre all’ultimo giorno di Carnevale, fatta eccezione per feste particolari. Lo steccato era chiuso alle 12:00 e la caccia iniziava alle 13:30, i tori erano numerati ed immessi nell’arena in base al numero d’ordine (Fiorani A.).
Per ordine delle autorità i macellai non potevano abbattere i propri bovini durante i periodi delle cacce ed erano obbligati a fornirli per gli steccati, cosa che secondo loro deprezzava l’animale per il calo di peso e il deterioramento della carcassa (Fiorani A.).
Nel 1821-22 una controversia oppose i macellai, il recettore dello scorticatoio (pubblico macello) che doveva applicare il divieto di macellazione, imposto dalla Delegazione Apostolica di Pesaro e il capocaccia, che doveva organizzare spettacoli, e aveva quindi bisogno di molti animali. Fu proprio il capocaccia a soccombere, perdendo il posto (Fiorani A.). Le ultime cacce a Senigallia si tennero tra il 29 aprile e il 6 maggio 1839, in occasione della visita del cardinale Riario Sforza, in un anfiteatro di legno costituito nel Foro annonario della città (Fiorani A.).
A Jesi (AN) la Festa del patrono San Settimio, il 22 settembre, era l’occasione per steccati anche imponenti. La prima festa dopo la fine della repubblica e il ritorno del potere papale vide “un grandioso steccato straordinario con un numero assicurato di più di 30 Buoi da orecchiarsi”, in un anfiteatro ottagonale costruito sulla piazza del teatro (oggi piazza della Repubblica). Al bue più forte erano pagate 25 piastre romane, al cane più valoroso 15 piastre (Cinti V.), mentre per la festa del Patrono del 1832 ci furono “Otto buoi, tre vacche da masseria e un toro” e sei scudi per quel cane “che fermerà il Toro, o vi sosterrà tre stratti come di pratica” (Cinti V.). Comunque anche durante il periodo repubblicano a Jesi si tennero una ventina di cacce tra il 1810 e il 1815 (Anselmi S., 1966).
L’anno successivo, sempre per San Settimio, nell’anfiteatro costruito per l’occasione nel cortile del grande Palazzo Ducale di Leuchtenberg “oltre un sufficiente numero di scelti buoi da orecchiarsi, si esporranno delle Vacche, giovenchi, un Maglione, e delle Bufale delle Masserie di Roma e Viterbo di sperimentata ferocia, che dovranno lottare alternativamente con i rinomati Giostratori di Terni” (Cinti V.). Che Terni fosse la patria dei migliori giostratori risulta da varie fonti, tra le quali il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli, che ne parlò in un sonetto.
La partecipazione agli steccati a Jesi non era limitata al popolo. Molinelli cita un documento anonimo intitolato “Il pellegrino in pellegrinaggio per il contado” databile alla metà del ‘700, che nel suo “Discorso quarto” racconta: “quando il Sabbato si fa la Caccia del Bove, molti Gentiluomini scordandosi del Sangue Nobile, e della Cavalleria, che non hanno mai havuta, corrono e giostrano à piedi intorno al bove, mesticati fra due cento o trè cento Birbi, co’ quali fanno a spinte, e qualche volta anche à capelli. Chi fischia Urrò, Urrò, chi lascia il Cane, chi tiene la fune del bove; Quest’ultimo si chiama il Capocaccia, e come si trattasse di qualche dignità, ben spesso vi è contrasto, se la corda si debba alle Sbirro, al Birbante ò al Gentiluomo. Se il bove è forzuto assai, allora si veggono tutti trè questi Personaggi attaccati insieme alla detta fune”.
Esisteva anche una variante notturna: “Quando poi la caccia si fa di notte a lume di ciancie, e fascine, ch’allora è un più bel vedere li nostri Cavallieri Esini vestiti col Guazzarone di Pulcinella con la sua ciancia accesa in mano, e nell’altra col Campanaccio, far baccano, e unione strettissima colli Garzoni de Macellari, e con altri Lazzari della razza più abbietta della Città; (...)”. E anche il clero era coinvolto: “ho veduto correre dietro al bove, e cascare per terra come stracci nel fangaccio, non solamente li Gentiluomini Secolari, ma anche taluni di essi col Collarino, e col Canonicato”. Contraddicendo l’opinione popolare, a Jesi le autorità sanitarie ritenevano che la carne “riscaldata” dei bovini coinvolti negli steccati fosse dannosa per la salute (Cinti V.).
A Osimo i divieti delle autorità repubblicane furono aggirati prendendo come scusa i festeggiamenti per la nascita, il 20 marzo 1811, del “Re di Roma”, il figlio di Napoleone. Nell’occasione fu persino coniata una medaglia, destinata come premio al vincitore nella giostra dell’11 giugno 1811, recante da un lato una scritta celebrativa dell’augusta nascita, e dall’altro un toro nell’arena.
A Fabriano fino al 1849 si tenevano giostre e cacce. Le giostre si svolgevano in uno steccato chiuso nella piazza alta (Piazza del Comune), e vedevano uno o più giostratori, vestiti di bianco con berretto e larga fascia rossa in vita e una banderuola rossa in mano, aiutati da mastini, contro un toro o un bue, aizzato dai cani e dalle urla e dai fischi degli spettatori.
I giostratori si esibivano in atti di destrezza, saltando oltre l’animale che caricava, con il mettergli un piede tra le corna e sfruttando la spinta verso l’alto della testa per l’incornata (Marcoaldi O.).
Le cacce invece si tenevano ogni venerdì, cominciando dal giorno di San Tommaso, il 21 dicembre, e fino al giovedì grasso, e vedevano il bovino legato con una fune tra le corna e con un morso, incitato a correre per le vie cittadine dalla folla, che terminava la corsa in piazza bassa (la piazza del mercato, oggi piazza Garibaldi) dove veniva abbattuto. Le bestie erano scelte tra quelle destinate alla macellazione, ed erano esposte accanto alle macellerie, dato che “nella plebe era opinione esser più salubre la carne di bestia strapazzata”. Comunque, per ragioni igieniche, in tutti i mesi dell’anno c’era l’abitudine di esporre gli animali da abbattere alla vista del pubblico, accanto alle macellerie, dal mattino alle prime ore pomeridiane (Marcoaldi O.).
A Cupramontana, all’epoca chiamata Massaccio, il 20 agosto 1777 si tenne una fiera a Sant’Angelo alla Badia con “uno Steccato con il Toro, ed altre 16 bestie tra buoi e vacche”. C’è anche traccia di un pagamento di 15 baiocchi fatto il 31 ottobre 1800 a una tale “per aver alloggiato i Birri in occasione, che sono venuti in questa Terra per il buon ordine dello steccato” (Ceccarelli R.).
A Ostra Vetere, all’epoca chiamata Montenovo, nel ‘700 si organizzavano le cacce in Piazza Grande, oggi Piazza della Libertà, chiusa da uno steccato, dietro il quale il popolo assisteva allo spettacolo, mentre nobili e borghesi se lo godevano dalle finestre dei palazzi circostanti. Una perizia del 1747 sullo stato dei “beni della Comunità”, a seguito di un forte terremoto, evidenzia la necessità di riparare la torre dell’orologio, rovinata dal sisma e dagli agenti atmosferici, ma soprattutto dall’uso di arrampicarvisi sopra, per poi raggiungere il tetto del palazzo comunale adiacente, per vedere lo steccato da posizione dominante. Per questo furono anche murati due dei tre finestroni più bassi, che venivano usati come aiuto per arrampicarsi (Mariani M., Fiorani A.).
A Montenovo gli steccati si svolgevano anche al Borgo Santa Croce, come il 25 ottobre 1822, con la “caccia con una vacca” in occasione delle nozze di maggiorenti locali, o come il 28 gennaio 1830 con quattordici buoi “tre dei quali sono stati fieri”, ma anche per il Carnevale. Il 28 gennaio 1833 al Teatro comunale Concordia si tenne “La caccia con il bue, e cane” che era però uno spettacolo di burattini, il che testimonia comunque la popolarità dello steccato.
A Serra San Quirico nel 1785 fu proibita la caccia dei tori nelle strade, dove accadevano gravi disgrazie, e fu permessa solo in certe piazze e con apposite norme. È poi riportata la voce che i suoi abitanti, nel ‘700 e ad inizio ‘800: “eran tenuti in rispetto da tutti i popoli vicini per la riputazione di potenza e prepotenza, che s’eran generalmente acquistata. E questo riguardoso rispetto giungeva fino al punto che, quando nei vicini paesi e città si tenevano caccie di tori, allora in gran credito, si facevano appositi palchi pe’ serrani” (Gaspari D.).
A Barbara, nel giorno di San Martino, l’11 novembre 1824, si festeggiò l’inizio dell’annata agraria con uno spettacolo teatrale, di scarso successo, e con uno steccato, molto più apprezzato dai locali e dai forestieri venuti per l’occasione, con otto bovi, un toro e una vacca di masseria (Fiorani A.).

Provincia di Pesaro e Urbino

A Fano esiste la testimonianza di una caccia ai tori descritta dal grande poeta e scrittore Vincenzo Monti (1754-1828) in una lettera del 12 gennaio 1822 alla moglie Teresa Pichler. Monti parla di una giostra con un toro tanto feroce da sventrare diversi cani che gli erano stati lanciati contro, e tale che nessuno degli spettatori, che di solito scendevano nell’arena per affrontare i tori, ebbe il coraggio di osare. Infine, entrò nell’arena un “villano” che si pose indisturbato davanti all’animale che si lasciò accarezzare, leccando la mano dell’uomo. La folla scoppiò in applausi fragorosi, che si convertirono però in grida minacciose quando qualcuno accusò l’uomo di essere “un mago”, in pratica di avere commercio con il diavolo. Il presidente della giostra ordinò che il poveretto fosse portato via da quattro gendarmi, che lo rinchiusero in carcere, nonostante avesse dato la spiegazione più logica del fatto: era il proprietario del toro, che lo aveva riconosciuto. Secondo Monti il povero contadino era ancora in carcere nonostante le spiegazioni.
A Fano alcuni steccati del 1764 e 1765 innescarono addirittura una disputa teologica sulle distinzioni tra toro e bue, con citazioni dei Padri della Chiesa, tra monsignor Airoldi, governatore della città, e il marchese Gabuccini (Anselmi S., 1966).
A Fossombrone il 27 maggio 1618, il futuro duca di Urbino Federico Ubaldo della Rovere, allora tredicenne, come già menzionato per Senigallia, era in visita nel suo Ducato, e in suo onore “innanzi al convento di S. Agostino è allestito lo steccato per la caccia del toro e del bue. Segue questa la caccia del tasso” (Vernarecci A.).
A Sant’Angelo in Vado si tennero steccati fino al settembre 1860 (Anselmi S., 1966). Un cronista, citato da Mattioli O. et al., descrive così una caccia: “quasi ogni sabato, prima di condurre la vaccina al mattatoio, la si legava per le corna a due lunghi canapi, l’estremità dei quali restavano affidate alle braccia di robusti popolani. La bestia veniva quindi spinta alla corsa, lungo le vie più larghe della città, tra i fischi della folla, ma, ad onta delle maggiori precauzioni, le disgrazie anche in questo divertimento non difettavano; vuoi per la inabilità di coloro che regolavano le funi, vuoi per lo spavento di qualche passeggiero”.
Provincia di Macerata
A Macerata il combattimento si svolgeva in una sede propria, e non in una struttura provvisoria: infatti le giostre erano organizzate nello Sferisterio, stadio nato nel 1829 per il gioco del pallone al bracciale, cantato da Giacomo Leopardi, e che oggi ospita opere liriche e teatrali, ma che fu subito utilizzato per le cacce al toro. Infatti le gradinate erano state progettate con un’elevazione sul piano dell’arena sufficiente a proteggere gli spettatori dai tori, grazie a un muro, nel quale si aprivano (e si aprono tuttora) sedici aperture, che all’epoca servivano a far entrare gli animali, comunicanti con altrettante stalle denominate “carceri del bestiame”. Il toro era aizzato con un bastone con punta di ferro, sul quale era avvolto un drappo rosso, e il giostratore schivava le cariche per rifugiarsi, se necessario, oltre lo steccato dell’arena.
Un gesto molto apprezzato dal pubblico, quando l’animale era sfinito, era quello di attaccare sulla fronte del toro una coccarda e di atterrarlo prendendolo per le corna. Come protezione per i giostratori, invece della botte che si usava nelle Giostre delle Vaccine di Roma, si impiegava una lunga cesta di vimini ricoperta da un drappo rosso, imbottita all’interno in modo che il toro potesse caricarla e farla rotolare senza danno per chi si trovava all’interno. Al termine dello spettacolo l’animale era ucciso e le sue carni erano distribuite al popolo.
Le giostre terminarono con la fine dello Stato pontificio e il passaggio al Regno d’Italia, nel 1860. Le cacce si svolgevano anche per le feste patronali, nei giorni di mercato e in varie festività. Il 7 settembre 1759 in città erano in programma nello stesso giorno uno steccato, seguito soprattutto dal popolo, e una partita di pallone al bracciale, preferito dai nobili. Il Luogotenente generale diede la priorità allo steccato, provocando il ritiro della nobiltà, che assisteva dalla loggia del Comune. Va notato che lo Sferisterio non era ancora stato costruito.
Mattioli O. et al. riporta quanto pubblicato dal Diario Maceratese del 9 settembre 1829. “Giostra come alla notificazione furono dispensati biglietti n. 1209 pari circa a scudi 130. Furono n. 13 bovi, 4 vacche, e due tori, uno da Fabriano, che fu fermato da un cane di Monte Lupone, dopo averne rimandati molti (come suol dirsi) a casa, e questo cane ebbe il premio, quello della Pergola non fu potuto fermare. Quello che levò lo Scudo alla Testa della Vacca fu un tal Zaccagnino, il quale però fu ferito dalla Vacca nella Faccia. Sedici furono i Staccatori de’ cani, tutti vestiti di rosso, quattro de’ quali avevano una bandiera rossa in mano per giostrare con i bovi, e tori, avevano una fascia torchina; i premi per i cani, e bovi furono divisi tra più cani, e bovi, riuscì lo steccato brillante ed i bovi furono di qualità quasi tutti bravi”.
Nel Novecento ci furono due “ritorni di fiamma” allo Sferisterio, nel 1913 con la giovane Alba Tiberio, figlia dell’impresario Ettore, come giostratrice, e nel 1923, nel pomeriggio del 2 settembre, festa di san Giuliano, con un pubblico assai numeroso che apprezzò molto lo spettacolo, e in particolare l’ultimo toro, più irrequieto degli altri.
A Tolentino, la documentazione prova che già nel 1575 si organizzavano steccati e il 17 ottobre 1669 un bando del Governatore comandava che nessuno ardisse “caminare, andare ò passeggiare, né fare alcun atto vicino, ò lontano dalle Bestie, delle quali si farà caccia in questa pubblica Piazza, né impedire, ò perturbare quelli, à quali tocca simile attione, per rimuovere ogni accidente, che potesse succedere sotto pena di scudi cento, e di tre tratti di corda da darseli in publico, et altre pene a nostro arbitrio”.
In una delle sale del palazzo Parisani-Bezzi, esiste una rappresentazione pittorica della metà del ‘700, su tela dipinta, a mo’ di arazzo, di una lotta tra tori e cani, con l’intervento di uomini. Il palazzo è noto perché nel 1797 vi fu firmato il trattato di pace fra la Francia di Napoleone e lo Stato Pontificio (Mattioli O. et al.).
Gli steccati si svolgevano in occasione delle festività dei due copatroni, San Nicola da Tolentino, il 10 settembre e San Catervo, il 17 ottobre, in piazza Grande (oggi piazza della Libertà), fino al terzo decennio dell’800, e si svolgevano nel pomeriggio, e per un periodo anche di notte, orario poi abolito per motivi di ordine pubblico (Mattioli O. et al.).
Anche a Tolentino si organizzarono steccati per festeggiare la nascita del Re di Roma, il 23, 24 e 25 aprile 1811 (Mattioli O. et al.). Entro la mattina i proprietari dei cani e dei buoi dovevano iscriverli presso il Comune, dove si creavano gli abbinamenti mediante sorteggio e si iscrivevano anche gli staccatori (Mattioli O. et al.). I cani erano presenti in numero doppio rispetto ai tori, per tenere conto delle possibili messe fuori combattimento (Mattioli O. et al.).
Nel luglio del 1820 il podestà di Tolentino chiese a un tal Gazzoli di Terni di inviare “un toro bufalino, 3 bufale, 4 giovenchi di natura ferocissima” in quanto aveva saputo che a Terni c’era “un bravo Giostratore, soprannominato Cinicella, col suo compagno” che, insieme ad altri due “giostratori” avrebbe potuto offrire ai tolentinati uno spettacolo diverso. L’introduzione dei bufali, più feroci e difficili da combattere, tendeva infatti ad aumentare il rischio e quindi la spettacolarità del combattimento (Mattioli O. et al.).

Provincia di Ascoli Piceno
Per Ascoli Piceno si riporta una caccia fatta nell’ottobre del 1589 in onore di Camilla Peretti, sorella di papa Sisto V, di passaggio in città per recarsi in pellegrinaggio a Loreto. In seguito il venerdì, in occasione della festa di San Tommaso, si svolgeva per le strade cittadine una corsa dei bovini avviati al macello, contenuti da funi, e circondati da ardimentosi disposti a rischiare una cornata. La carne degli animali così agitati era considerata migliore, in quanto strapazzata, ed era all’origine del proverbio: “San Tomasso al boe dà lo spasso” (Mattioli O. et al.).
A Offida le prime testimonianze scritte risalgono all’ultimo ventennio del ‘700. Gli steccati si svolgevano nella Piazza del Popolo e seguivano la cadenza delle macellazioni di una “bestia grossa” a settimana, per evitare sprechi di carne, in un’epoca in cui non esisteva la refrigerazione (Vannicola M.).
L’appaltatore del macello pubblico di Offida, o macellaio, aveva anche il compito di organizzare uno steccato a Carnevale, e di “pagare” 60 libbre di sego a beneficio del teatro del Maggi, oggi Teatro del Serpente Aureo, allora in costruzione, in occasione della prima rappresentazione.
Il sego bovino serviva per l’illuminazione, come materia prima per le candele. Al macellaio si assicurava di “venir ben trattato”, con un premio di uno scudo per il bue e di uno scudo e 50 baiocchi per il cane, e nelle autorizzazioni per gli steccati del 1821 e 1827 si parla di palchi per gli spettatori che il “delegato, direttore e capoccia” avrebbe dovuto far costruire e collaudare (Vannicola M.).
Per la Repubblica era difficile limitare un “divertimento quasi sempre in uso in questo comune”, e quindi si autorizzò “per una sol volta nel corrente carnevale” il 24 gennaio 1818, e se per lo stesso anno si rifiutò l’autorizzazione a uno steccato “ogni venerdì”, per il 1819 lo si concesse, dal 28 novembre a tutto il carnevale, esclusi i venerdì di avvento, chiarendo che “si eseguirà o nei giorni di Venerdì circa le 22 o nelle mattine dei giorni di Sabato dopo terminate le Sagre Funzioni” con l’obbligo di macellare il bue subito dopo (Vannicola M.).
Una nota del 22 gennaio 1819, indirizzata dalla Direzione di Polizia della Delegazione Apostolica di Ascoli Piceno al Gonfaloniere di Offida si concedeva una caccia al bue per un solo giorno, il 22 o 23 gennaio, a condizione che l’animale fosse macellato entro due ore dalla caccia e che i carabinieri sorvegliassero l’ordine pubblico (Fiorani C.). L’ultima caccia a Offida si tenne il 14 novembre 1849; il macellaio spiegò al Gonfaloniere: che gli era stato “ordinato di porre a pubblica vista, ed in piazza la bestia da mattarsi, ma che esso non si credeva chiamarsi responsabile, se si verificava, come l’anno scorso, che taluni pigliando la Bestia Bovina abusivamente si faceva la Caccia” (Vannicola M.). L’autorità quindi ordinò che le bestie si tenessero solo nel macello, ma questo determinò la fine degli steccati, che anni dopo furono sostituiti con la caccia al “Bove Finto” (“lu bov’ fint”), in voga già dal Carnevale del 1887 e tuttora disputata. Il bove era fatto con una scala a pioli, una coperta (bianca, che richiama il mantello della razza Marchigiana) e una testa di bue dipinta, con tanto di corna. Il bove finto nascondeva persone che lo guidavano a caricare la folla, e in particolare le donne di campagna. Una decina di persone vestite di rosso (oggi in completo bianco, con fascia rossa, detto “guazzarò”), armati di canne con fazzoletto rosso, davano la caccia al bove finto tra urla e fischi, e percuotendo la schiena dell’animale con vesciche gonfie legate a un filo, che emettevano un forte rumore (Vannicola M., Mattioli O. et al.). Oggi il bove finto viene simbolicamente ucciso all’imbrunire facendogli toccare con le corna sulla colonna del Municipio, che ancora reca l’anello a cui in passato veniva legato il bue vero. Poi viene portato in processione per il paese al suono dell’inno ufficiale del carnevale offidano.
A Ripatransone i Francesi riuscirono ad approfittare di una caccia al toro per riconquistare la città in mano ai briganti di Sciabolone e ad altri insorgenti contro il governo giacobino. I transalpini seppero che il 1o giugno 1799 in paese si organizzava uno steccato, così alle 21:00 fecero irruzione in città (Emiliani A.), e approfittando dei postumi dei festeggiamenti, uccisero venti dei ribelli, e presero undici prigionieri, subito fucilati (Crivellucci A., Anselmi S., 1967).
Ad Acquaviva Picena il 28 febbraio 1796 un tale Cipriano Spagnolini presentò un’offerta “con l’obbligo di fare lo steccato, ad arbitrio del Sig. Capocaccia e che non abbia ad avere alcun pensiere nel chiudere detto steccato”, ossia si offriva di organizzare lo steccato, senza impegnarsi a costruire la palizzata (Crivellucci A.).

Provincia di Fermo
Nel capoluogo il giorno di Ferragosto si svolgeva, e si svolge tuttora, il Palio delle contrade, con la giostra dell’anello e, in passato, il gioco dei tori.



Andrea Gaddini



Bibliografia

Anselmi S. (1966), Il gioco dello “steccato” nello Stato Pontificio, Quaderni Storici delle Marche, vol. 1, n. 3, 450-461 pp.
Anselmi S. (1967), Un vescovo agronomo: Bartolomeo Bacher. Quaderni Storici delle Marche, vol. 2, n. 5, 238-287 pp.
Ceccarelli R. (1985), Il gioco spettacolo dello steccato nella Marca pontificia, in L’esagono. Notiziario della Banca popolare delle province di Ancona, Industrie grafiche fratelli Aniballi, Ancona, anno VII, n. 28, 30-34 pp.
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Siti visitati
www.larucola.org/2013/06/17/la-corrida-nello-sferisterio
catalogo.beniculturali.it/detail/ArchaeologicalProperty/1200569811

Altre fonti
Mostra “Il volto di una città”, Tolentino tra ‘700 e ‘800, Tolentino (MC), 6 aprile – 31 dicembre 2022.



In foto: Aristide Naccari, sferisterio di Macerata in costruzione (fonte: Catalogo generale dei Beni Culturali).



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