L’ho saputo come lo sanno tutti, la mattina di martedì 18 agosto, dai messaggi che correvano tra chi quel mondo lo vive da sempre. Varenne se n’è andato nella notte tra il 17 e il 18 agosto, all’allevamento LJ di Eboli, in provincia di Salerno. 31 anni: era nato il 19 maggio 1995 a Copparo, nel Ferrarese, nell’allevamento Zenzalino. Un infarto fulminante, hanno detto i veterinari. Ha smesso di correre per sempre il cavallo che non ha mai smesso di correre, nemmeno da fermo, nemmeno in pensione, nemmeno nel cuore di chi l’ha visto una sola volta nella vita. E adesso? Adesso c’è il silenzio. Quello strano silenzio che segue la fine di un mito, quando capisci che qualcosa di irripetibile è accaduto sotto i tuoi occhi e non te ne eri accorto abbastanza. Perché Varenne non è stato un cavallo. È stato un’epoca. Un’Italia intera che si stringeva attorno a una bestia di cuoio e muscoli, capace di far battere il cuore a chi non aveva mai messo piede in un ippodromo. Il Corriere della Sera lo ha ricordato come il trottatore più forte di tutti i tempi, “il Capitano” dell’ippica: definizione che ormai appartiene alla storia, non solo a quella del trotto.
Il re senza corona
Provate a raccontarlo a chi non c’era. Un trottatore nato il 19 maggio 1995 nella campagna ferrarese, figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, acquistato dall’imprenditore napoletano Enzo Giordano — che il Signore lo abbia in gloria, NdA — per 180 milioni di lire dopo una promettente ma sfortunata prova d’esordio. Affidato all’allenatore finlandese Jori Turja e al driver romano Giampaolo Minnucci, che lo accompagnò per quasi tutta la carriera, come ricorda Repubblica.
Il debutto arriva il 4 aprile 1998, all’ippodromo di Bologna, con una squalifica per galoppo: una giornata storta che, con il senno di poi, fu il primo indizio del talento eccezionale. Da lì in poi, la storia. 62 vittorie su 73 corse, sei secondi posti e due terzi posti. Oltre 6 milioni di euro di premi — 6.035.665 per la precisione, come documenta Il Messaggero — che ne fanno il cavallo più vincente della storia del trotto mondiale.
Il Derby italiano di trotto nel 1998. Il Gran Premio delle Nazioni nel 1999. La tripletta al Gran Premio Lotteria di Agnano dal 2000 al 2002. E poi il biennio magico: il Prix d’Amérique nel 2001 e nel 2002, l’Elitloppet di Stoccolma nel 2001 e nel 2002, la Breeders Crown a New York nel 2001. Nel 2001 vinse nello stesso anno le tre grandi corse europee — Prix d’Amérique, Lotteria ed Elitloppet — e poi la Breeders Crown negli Stati Uniti: il Grande Slam che nessun altro trottatore aveva mai realizzato. L’anno dopo lo ripeté e chiuse la carriera agonistica il 28 settembre 2002 a Montréal, nella tappa conclusiva della World Cup.
Ma i numeri, da soli, non spiegano nulla. Non spiegano cosa significava vedere quel baio scuro allungarsi sul rettilineo finale, con Minnucci accucciato sulle sue spalle come un centauro, mentre il pubblico di Vincennes, di Solvalla o di qualsiasi pista d’Europa tratteneva il fiato. Non spiegano la sensazione, che chi l’ha provata non dimenticherà mai, di trovarsi di fronte a qualcosa di più grande dello sport. Ad un monumento che camminava. C’era in lui qualcosa di regale, nel senso più antico del termine. Non la regalità dei pedigree e delle dinastie — anche se di sangue blu ne aveva da vendere — ma quella dei dominatori nati, di quelli che non hanno bisogno di dimostrare nulla perché la loro presenza parla da sola. Entrava in pista e la pista diventava sua. Partiva e gli altri correvano per il secondo posto. Non per arroganza: per legge di natura. Come se lassù, da qualche parte, avessero deciso che quegli anni sarebbero stati suoi, e a tutti gli altri restava solo il compito di applaudire. Ansa ha raccolto il ricordo del governatore del Piemonte, Alberto Cirio: «Una leggenda capace di portare il nostro Paese sul tetto del mondo». E Il Fatto Quotidiano lo ha definito, semplicemente, “uno dei simboli più riconoscibili dell’ippica”.
Il difetto che lo rese immortale
C’è un dettaglio che amo raccontare, perché è la chiave di tutto. Quando Varenne fu radiografato da puledro, emerse un frammento osseo in una zampa. Un “difetto”, dissero i veterinari. Un motivo in più per non crederci fino in fondo, per aspettarsi che, prima o poi, quel ginocchio cedesse, che la favola si interrompesse. Non si interruppe mai. E quel frammento, che doveva essere la sua condanna, diventò il simbolo della sua grandezza. Perché Varenne non vinse perché era perfetto. Vinse perché era imperfetto — come noi — e a quell’imperfezione rispose con una forza che non si misura in centimetri o in secondi. Vinse per testa, per carattere, per quella feroce dignità che i cavalli veri hanno e che gli uomini, troppo spesso, hanno smarrito. È una lezione che porto dentro, da avvocato e da uomo. Le radiografie non dicono chi sei. Dicono solo dove ti è capitato di nascere con una crepa. Il resto — il coraggio, la costanza, la capacità di non fermarsi quando tutto ti suggerisce di fermarti — quello lo decidi tu. Lui lo decise, stagione dopo stagione, dal debutto di Bologna del 1998 al commiato di Montréal del 2002. E poi per altri 24 anni, fino all’ultimo respiro.
L’uomo dietro il mito
E poi c’è l’altra metà della storia, quella che i numeri non raccontano: le persone. Enzo Giordano, che lo comprò e lo amò come si amano le cose che ti cambiano la vita, e che se n’è andato nel maggio del 2025, un anno prima del suo campione. Giampaolo Minnucci, il driver romano che per quasi tutta la carriera fu il suo braccio, la sua voce, il suo scudiero (salvo il debutto, quando in sulky c’era lo svedese Roger Grundin e due corse del 2002, quando il finlandese Jorma Kontio prese il suo posto).
Jori Turja, l’allenatore finlandese che ne curò la preparazione. E poi tutti gli uomini e le donne delle scuderie, i garzoni, i veterinari, i maniscalchi, quell’esercito silenzioso che tiene in piedi il mondo del cavallo e che nessuno ringrazia mai abbastanza. Come ha ricordato Il Sole 24 Ore — e con lui La Gazzetta — la squadra di Varenne è entrata nel mito insieme a lui: Minnucci alla guida, Turja allenatore, Giordano proprietario. A loro, e a tutti quelli che nel cavallo hanno messo la vita, va il mio pensiero più affettuoso in questo giorno di lutto. Perché so che cosa significa quel rapporto.
Lo so perché io, che passo le giornate tra codici e sentenze, ho sempre avuto il cavallo come una presenza costante, quasi un contrappeso: quando il diritto diventa troppo astratto, troppo lontano dalla carne viva delle cose, basta una stalla, un muso caldo che ti cerca la mano, e tutto torna al suo posto. Varenne, per chi ama i cavalli, era tutto questo moltiplicato per mille: la prova vivente che tra uomo e cavallo può esistere un’intesa così profonda da diventare storia.
Il diritto che imparò a inchinarsi
Perdonatemi se, da avvocato, chiudo con una riflessione che tocca il mio mestiere. Ma è proprio qui, nella morte del Capitano, che il diritto mostra il suo volto migliore.
Per secoli, la legge ha considerato il cavallo una cosa. Un bene. Una voce di inventario, da valutare, assicurare, eventualmente dismettere. Poi qualcosa è cambiato. Lentamente, quasi di nascosto, l’ordinamento ha cominciato a guardare l’animale con occhi diversi. Fino a riconoscere, con il DLgs 28 febbraio 2021, n. 36, una categoria nuova e bellissima: quella del “cavallo atleta”, definita dall’art. 22 come l’equide registrato, dichiarato non destinato alla produzione alimentare, iscritto al repertorio delle federazioni sportive. Non è una definizione burocratica. È una promessa.
Il legislatore ha detto:
E, soprattutto, una volta finita la carriera, quell’animale non può essere macellato né soppresso, salvo che per abbattimento umanitario (art. 19, co. 6, DLgs 36/2021). Gli spetta una pensione dignitosa. Gli spetta il rispetto. Varenne ha vissuto esattamente così. Dichiarato non destinato alla produzione alimentare, atleta per tutta la vita, e poi — dal ritiro del 2002 fino all’ultima notte di agosto — signore in pensione nel suo allevamento di Eboli, accudito, amato, libero. Il diritto, che per secoli non aveva parole per gli animali, ne ha trovate per lui. E questo, in un mondo che cambia in fretta, è una delle poche cose che vanno nella direzione giusta.
Addio, Capitano
C’è un saluto, nel comunicato dello staff di Eboli, che mi ha stretto il cuore: “corri sempre libero e sempre nostro Capitano”. Sono parole perfette. Perché Varenne, in fondo, è stato questo: un capitano. Non solo per i trottatori che gli correvano accanto, non solo per gli appassionati che riempivano le tribune, ma per un’intera generazione di italiani che in lui hanno visto la dimostrazione che la grandezza esiste ancora, che non è tutta marketing e slogan, che certe volte — rare, preziosissime — un essere vivente ti guarda, allunga il collo e ti dice: guarda cosa posso fare, se mi lasci fare. Ora il Capitano non c’è più. Ma la febbre da cavallo, quella vera, quella che lui ha tenuto accesa negli anni più bui dell’ippica, quella non si spegne. È fatta di ricordi, di foto ingiallite, di brividi che tornano quando qualcuno pronuncia il suo nome. È fatta di questo articolo, di queste righe, del fatto che siamo qui a parlare di lui come si parla dei grandi. E i grandi, si sa, non muoiono mai del tutto. Cambiano soltanto pista.
Corri libero, Varenne. Corri sempre. E grazie, Capitano, per tutto quello che ci hai insegnato.
Avv. Erik Stefano Carlo Bodda
Cassazionista – Foro di Torino
Responsabile legale
Filiera Equina Italiana (FEI)
Per abbonarti a una nostra Rivista o acquistare la copia di un Annuario