C’è un silenzio che solo chi lavora con gli animali conosce. Il silenzio delle quattro e mezza del mattino, quando il buio è ancora fitto e l’unica luce è quella del casolare in fondo alla strada bianca. È l’ora in cui Vittorio Carpegna, allevatore di terza generazione di Montà d’Alba, infila gli stivali e si avvia verso i recinti. Lo ha fatto suo nonno, lo ha fatto suo padre. È il battito cardiaco della filiera.
Ma questa storia non comincia lì. Comincia in un ristorante per camionisti alle porte di Piacenza. Fine febbraio 2026. Fuori, i tir parcheggiati sulla via Emilia, con le luci di posizione che punteggiano la nebbia. Dentro, una ventina di persone attorno ad un tavolo che neanche nei giorni di festa aveva visto tanta gente tutta insieme. La tovaglia di carta, i piatti fondi, la Bonarda dell’Oltrepò Pavese che si svuota con il ritmo lento delle occasioni serie. Sono arrivati da tutta Italia: allevatori del Piemonte e della Lombardia, macellatori del Veneto e dell’Emilia, commercianti della Puglia e della Sicilia, un imprenditore che da oltre un decennio esporta prodotti italiani nel mondo, un avvocato esperto di diritto alimentare. Uomini e donne che non si erano mai visti prima — o forse sì, di sfuggita, ad una fiera, ad un’asta — e che quella sera si sono guardati negli occhi e hanno capito di parlare la stessa lingua.
Le proposte di legge per vietare la macellazione degli equidi — A.C. 48, A.C. 2187, A.C. 2270 e, di lì a poco A.C. 2585 — sono appena state depositate alla Camera. Il dibattito pubblico è già avvelenato. La filiera è nel panico.
A tenere le redini della serata, con l’istinto di chi gli uomini e gli animali li sa leggere da tre generazioni, c’è Vittorio Carpegna. Fa quello che fanno gli allenatori fuoriclasse quando entrano in uno spogliatoio nuovo: guarda in faccia ciascuno dei presenti — non per contarli, ma per capirli — e in poche ore accoppia ogni persona alla propria specialità. L’allevatore veneto alla comunicazione. La donna bergamasca, abituata a far quadrare i conti di un’azienda di macellazione, alla tesoreria. L’avvocato esperto di diritto alimentare alla strategia giuridica. L’imprenditore che esporta in tutto il mondo ai contatti industriali e commerciali. Come un mosaico che si compone da solo: i pezzi erano già tutti lì, mancava solo qualcuno che li mettesse nell’ordine giusto. Da quella sera, da quel tavolo, nasce Filiera Equina Italiana. Non da un convegno, non da un’assemblea di palazzo. Da un ristorante di camionisti. Perché i cavallari non sono gente da salotti. Sono gente che quando deve salvare il proprio mondo si siede, si guarda negli occhi e decide — in una sera sola — di smettere di subire.
Da Piacenza a Bruxelles: la politica si accorge della FEI
In poche settimane la macchina organizzativa produce tutto ciò che serve: un Manifesto programmatico e strategico in sette punti, un Parere pro veritate di otto pagine sui profili di illegittimità costituzionale ed europea delle proposte, una Lettera ai cavallari d’Italia. L’atto costitutivo, firmato come scrittura privata dai 16 soci fondatori, dà veste giuridica al movimento. E i cavallari rispondono, con fiducia, con entusiasmo, con la voglia di fare che è il carburante di chi lavora con le mani.
Poi la politica comincia ad accorgersi che qualcosa si sta muovendo. La FEI apre un secondo fronte e vola a Bruxelles: l’on. Silvia Sardone, europarlamentare, riceve una delegazione dell’associazione. Un passaggio strategico, perché un divieto nazionale di macellazione e commercializzazione delle carni equine costituirebbe una restrizione quantitativa in violazione degli artt. 34-36 del TFUE. Portare il dossier nel Palazzo che conta significa segnalare ai proponenti che la partita non si gioca solo a Montecitorio. E in quelle stesse settimane, nei corridoi di Camera e Senato, comincia a circolare un rumore di fondo. Deputati e senatori — appartenenti a gruppi della maggioranza ma anche ad altre forze politiche — confidano, in incontri informali e colloqui riservati, le loro perplessità sulle proposte di legge. Perplessità che raramente diventano dichiarazioni pubbliche — la pressione del fronte animalista è forte — ma che nei fatti raffreddano l’entusiasmo iniziale dei proponenti. La FEI, con il suo approccio tecnico-giuridico e la sua estraneità a logiche di schieramento, diventa il punto di riferimento per chi in Parlamento vuole affrontare la questione con razionalità.
Il 20 maggio: la filiera entra in commissione
La Commissione Agricoltura, presieduta dall’on. Carloni, organizza un calendario di audizioni fittissimo. Passano le associazioni animaliste — LAV, Animal Equality, ENPA, LEIDAA — e le organizzazioni ippico-sportive. Poi, il 20 maggio 2026, dalle 14:55 alle 15:50, tocca al fronte unitario della filiera: FEI, UNICEB, Assica, Assocarni, Confcommercio-Federcarni, Confesercenti-Fiesa. Una coalizione che, in poche settimane, ha trovato linguaggio comune e linea condivisa. La memoria tecnica della FEI è un colpo da professionisti. Sul piano costituzionale: violazione dell’art. 41 Cost. — nessuna ragione imperativa di interesse pubblico giustifica il divieto, la carne equina è sicura, gli equidi non sono specie protette —, violazione del principio di ragionevolezza per discriminazione ingiustificata tra specie, violazione del principio di proporzionalità perché l’ordinamento già dispone degli artt. 544-bis e 544-ter c.p. per colpire chi sbaglia. Sul piano europeo: il divieto è misura di effetto equivalente in violazione degli artt. 34-36 TFUE, e l’art. 13 TFUE — spesso invocato dai proponenti —impone di tutelare il benessere animale “nel rispetto delle tradizioni culturali e del patrimonio regionale”. Sul piano economico: 328.401 capi equini registrati, 90.252 destinati alla produzione, 39.097 allevamenti. Sul piano culturale: il 10 dicembre 2025 l’UNESCO ha dichiarato la cucina italiana Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, e la pastissada, il caval pist, gli sfilacci, i pezzetti, le bale d’asu sono identità territoriali, non “cibi da vietare”.
La sorpresa: quando la carne diventa cura
Qualche settimana prima, dall’11 al 14 aprile, il mondo della filiera carni si è ritrovato a Parma per il Butcher Show e BBQ Expo, la nuova fiera B2B di Fiere di Parma. Macellai, buyer, ristoratori, trasformatori. Gente pratica.
Giuseppe Placenza — titolare di Placenza Srl, società che da oltre un decennio esporta prodotti italiani in tutto il mondo e membro del Consiglio direttivo FEI — prende la parola nello spazio FEI. E fa qualcosa che nessuno si aspetta: spegne simbolicamente le luci sul banco taglio e le accende sulla sala operatoria. «Quando si parla di filiera equina, il dibattito si ferma al piatto. Ma c’è una realtà molto più profonda: quella che collega questa filiera alla medicina rigenerativa. In Italia, tessuti di origine equina — ossa, tendini, pericardi — vengono trasformati in dispositivi medici impiantabili nell’uomo. Strumenti che permettono al corpo umano di rigenerarsi». I numeri zittiscono la sala: oltre due milioni di interventi chirurgici in vent’anni, in più di 70 Paesi. Persone tornate a camminare dopo una frattura complessa. Pazienti che hanno recuperato la masticazione. Uomini e donne che vivono con valvole cardiache biologiche di origine equina. Perché il tessuto equino? «Biocompatibilità superiore: assenza di reazioni da corpo estraneo. Sicurezza sanitaria: la Commissione europea ha indicato i prodotti equini come più sicuri, non sono note patologie trasmissibili dal cavallo all’uomo. Accettabilità universale: l’origine equina supera barriere religiose e culturali ovunque nel mondo». Infine, il passaggio che fa scattare l’applauso: «Tutto questo è possibile grazie alla filiera della macellazione di equidi DPA. Quel sistema di tracciabilità — microchip, passaporto, codice UELN — è lo stesso che Placenza Srl e le aziende biomedicali italiane utilizzano per garantire la sicurezza dei dispositivi medici. Nessun altro mammifero della filiera alimentare offre questo livello di sicurezza. E oggi non esistono alternative che offrano lo stesso equilibrio tra efficacia, sicurezza e integrazione biologica».
Quello che i macellai non sanno di essere
È questo il punto. Per anni i cavallari d’Italia sono stati abituati a pensarsi come l’anello debole. Quelli di cui nessuno parla se non per puntare il dito. Hanno lavorato, rispettato le regole, pagato le tasse. E quando è arrivata la minaccia di essere cancellati per legge, si sono guardati intorno e non hanno trovato nessuno. Poi è nata la FEI. Attorno a un tavolo di formica, in un ristorante per camionisti sulla via Emilia, con venti persone arrivate da tutta Italia e Vittorio Carpegna a fare l’allenatore. Oggi la FEI siede in Parlamento. Oggi la FEI ha portato la voce della filiera a Bruxelles. Oggi la FEI ha alleati che contano: UNICEB, Assocarni, Fiesa-Confesercenti. Oggi la FEI ha un arsenale giuridico che nessuno immaginava: un Parere pro veritate, una memoria tecnica agli atti della Camera, un canale aperto con le istituzioni europee. E oggi la FEI può contare su realtà imprenditoriali come Placenza Srl, che, da oltre un decennio, porta l’eccellenza italiana nei mercati di tutto il mondo e dimostra — numeri alla mano — che la filiera equina non è relitto del passato ma infrastruttura produttiva del presente. Il macellaio equino — quello che alle sei del mattino alza la saracinesca, che conosce i tagli con la precisione di un anatomista, che sa spiegare al cliente cos’è un DPA e cos’è un NON DPA — non è un mestiere del passato. È un mestiere che dialoga con la scienza, con l’industria biomedicale, con l’Europa. E oggi ha una voce.
Per chi lavora ogni giorno
Lo sappiamo. Dopo una giornata tra il banco e la cella, tra fatture e fornitori, sentite addosso la stanchezza di una battaglia che sembra non finire mai. Ogni giorno una manifestazione davanti a un macello. Ogni giorno un articolo che vi dipinge come nemici degli animali. Ogni giorno qualcuno che non ha mai messo piede in un allevamento pretende di decidere cosa potete fare. Respirate. La FEI c’è. Non dovete più combattere da soli. Non siamo un sindacato che campa di tessere né una sigla che organizza convegni e poi sparisce. Siamo persone che fanno il vostro stesso mestiere, parlano la vostra lingua, condividono le vostre paure e le vostre speranze. E in pochi mesi abbiamo portato la vostra voce dove non era mai arrivata: nell’emiciclo della Camera, nei palazzi di Bruxelles, nei corridoi dove la politica decide. La battaglia è ancora lunga. Ma da oggi sapete una cosa: la filiera equina italiana non è in ginocchio. È in piedi. E ha argomenti che nemmeno chi la vuole cancellare può ignorare.
Perché non siamo soli. Perché siamo organizzati. Perché abbiamo il diritto dalla nostra parte. E perché abbiamo scoperto di essere molto più forti di quanto avessimo mai immaginato.
Tutto è cominciato a Piacenza, in un ristorante per camionisti, attorno ad un tavolo con la tovaglia di carta, venti sconosciuti e una Bonarda dell’Oltrepò. A volte la storia — quella vera — parte da lì. E la stiamo scrivendo noi.
Erik Stefano Carlo Bodda,
Avv. Cassazionista
Foro di Torino
Responsabile legale FEI
Giuseppe Placenza,
Titolare Placenza Srl
Consigliere FEI
Riferimenti
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