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Macchiaiola Maremmana: quando il suino si prende il suo tempo

di Meroni E.


Ci sono razze che si perdono, altre che si dimenticano. E poi ce ne sono alcune che, ostinatamente, aspettano il momento giusto per tornare. Il Suino Nero Macchiaiola Maremmana appartiene a quest’ultima categoria: una razza antica, primitiva nel senso più nobile del termine, che fino a pochi anni fa si dava per estinta e che nell’Ottocento popolava buona parte della Toscana rurale. Il colpo di scena arriva alle pendici del Monte Amiata, dove viene individuato un nucleo residuo di riproduttori. Da lì parte un percorso tutt’altro che improvvisato: il recupero ufficiale della razza avviene in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze e porta alla nascita della “Associazione allevatori per la promozione e tutela del suino ‘macchiaiola maremmana’ o ‘macchiaiolo maremmano’ razza del bioterritorio toscano”. Non un’operazione nostalgica, ma un progetto strutturato, regolato da un disciplinare rigoroso che governa allevamento, riproduzione, trasformazione e miglioramento genetico. La qualità, qui, non è un effetto collaterale: è l’obiettivo.

Se si vuole capire davvero cosa sia oggi la Macchiaiola Maremmana, il confronto con l’azienda agricola Il Poggiolino (www.ilpoggiolino.net) è quasi obbligato. Qui gli animali vivono in un habitat che definire “naturale” non è un vezzo comunicativo, ma una constatazione: boschi secolari, prati, sorgenti di acqua pura. E, soprattutto, movimento, tanto movimento. Perché nonostante si perda in termini di peso alla macellazione, non si può negare che un maiale più mobile, e ancor più nel suo habitat naturale, costruisce grassi e carni diverse da uno che sta sempre fermo. L’alimentazione segue la stessa logica: ghiande, prodotti del sottobosco, frutta e verdura aziendali, cereali di alta qualità. Il risultato è un animale sano, equilibrato, con una massa grassa adeguata e funzionale, non decorativa. Le ghiande, ricche di vitamine E e D e di quercetina, contribuiscono a un profilo lipidico particolarmente interessante: alta presenza di acidi grassi monoinsaturi, Omega-3 e Omega-6 che arrivano a rappresentare circa il 60% dei lipidi totali. Tradotto: un grasso che non si limita a “stare buono”, ma lavora.

Eh sì, si tratta proprio di un grasso che è protagonista: nella Macchiaiola Maremmana il grasso non è un comprimario. È parte integrante dell’identità del prodotto. Morbido, oleoso, a basso punto di fusione, ricco di acido oleico. È lui che protegge le carni in stagionatura, che veicola gli aromi, che costruisce quella sensazione tattile in bocca che distingue un grande salume da uno corretto. Non a caso, i test condotti dall’Università di Firenze parlano chiaro: elevata capacità di trattenere i liquidi (leggasi succulenza), indici di salubrità superiori alla media delle razze suine italiane, buon equilibrio tra parte magra e grassa, presenza significativa di ferro, zinco e selenio. Dati che piacciono ai tecnici e rassicurano chi, a tavola, vuole godere senza sensi di colpa.

La trasformazione segue le antiche ricette toscane, quelle che facevano largo uso degli aromi della macchia mediterranea: aglio, nepitella, timo, finocchio, rosmarino, ginepro, salvia, alloro. Non folclore, ma una scelta funzionale, perché queste piante dialogano perfettamente con carni ricche e grasse, sostenendone il profilo aromatico senza sovrastarlo. Il tutto è garantito da una tracciabilità completa, dall’origine al confezionamento. Un dettaglio che oggi dovrebbe essere scontato, ma che vale ancora la pena sottolineare. La stagionatura è affidata all’antica Macelleria e Norcineria sanminiatese Falaschi (www.sergiofalaschi.com) e già questo dice molto sull’approccio. I maiali arrivano alla macellazione ad un peso massimo di 150 kg: una scelta che va deliberatamente contro la logica del profitto facile. Qui si privilegiano etica, benessere animale e qualità finale. Senza troppi giri di parole: meno carne, ma migliore.

L’azienda produce una sola linea di prosciutto, con una stagionatura minima di 24 mesi, senza pepe né conservanti, che può arrivare fino a un impressionante massimo di 114 mesi. In quest’ultimo caso siamo di fronte ad un prodotto fuori scala, con note che spaziano dalla nocciola al burro fino al sottobosco. Un prosciutto che non chiede di piacere a tutti, ma a chi è disposto ad ascoltarlo. Il parallelo con il grande prosciutto spagnolo viene quasi naturale. La similitudine genetica, l’alimentazione a base di ghiande, la gestione estensiva: gli elementi ci sono tutti. E come i blasonati parenti iberici, anche il prosciutto del Poggiolino esprime un’oleosità densa e profonda, che invita ad una degustazione consapevole.

Non sorprende quindi la scelta di proporlo anche tagliato “alla spagnola”, in confezioni che permettono di cogliere non solo le differenze di stagionatura, ma anche le sottili variazioni gustative tra i diversi punti di taglio dello stesso prosciutto. Un esercizio che educa il palato e ricorda, se ce ne fosse bisogno, che il salume non è mai un oggetto uniforme.

In un panorama in cui la parola “artigianale” viene spesso usata come un condimento universale — buono per insaporire qualsiasi racconto, anche il più anodino — la Macchiaiola Maremmana rappresenta qualcosa di diverso: un progetto che accetta la lentezza come valore tecnico prima ancora che culturale. Qui nulla è accelerabile senza perdere senso. Non la crescita dell’animale, non la formazione del grasso, non la stagionatura di un prosciutto che misura il tempo in anni e non in trimestri.

Il vero lusso, oggi, non è l’esclusività in sé, ma la coerenza. Coerenza tra ambiente, genetica, alimentazione, trasformazione e risultato finale. Ogni scorciatoia evitata è una scelta produttiva, ogni rinuncia a volumi più alti è un investimento sulla personalità del prodotto. E questa personalità si ritrova, integra, al momento del taglio: nella consistenza del grasso, nella profondità aromatica, in quella persistenza che non cerca l’applauso immediato ma accompagna lentamente la degustazione.

C’è anche un altro aspetto, meno raccontato ma fondamentale: la Macchiaiola Maremmana non è un’operazione di marketing ben riuscita, bensì un esempio concreto di come la ricerca scientifica possa dialogare col sapere rurale senza snaturarlo. I dati dell’UniFi non tolgono poesia al prodotto, la rafforzano. Sapere perché un salume è buono non lo rende meno buono, semmai lo rende più consapevole.

In un’epoca in cui il consumatore è spesso diviso tra nostalgia e paura — del grasso, del sale, del tempo — prodotti come questi dimostrano che la qualità non ha bisogno di giustificarsi, ma solo di essere spiegata. E che un grande salume non è mai il risultato di una moda, bensì di una somma di scelte corrette ripetute nel tempo. La Macchiaiola Maremmana, in fondo, non chiede di essere capita da tutti. Chiede solo rispetto. E il tempo necessario per dimostrarlo.

Edoardo Meroni


Azienda Agricola Il Poggiolino

Via di Cicignano 73

59013 Montemurlo (PO)

E-mail: info@ilpoggiolino.net

Web: www.ilpoggiolino.net

FB: IlPoggiolinoMontemurlo



Nota

Photo © IlPoggiolinoMontemurlo



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