È un paese piccolo, Ricaldone, 600 abitanti fra le colline del Monferrato: ordinate e mai spettacolari in modo ostentato, raccontano una storia agricola fatta di vigne, boschi e di un lavoro che qui non si è mai interrotto. Siamo nell’area Unesco del Monferrato, ma senza la retorica delle cartoline: Ricaldone, nella provincia di Alessandria, resta un borgo vissuto, agricolo, dove il vino è ancora prima di tutto un mestiere. Le cantine sono solo cinque e tre di queste condividono una scelta produttiva che va in controtendenza rispetto alle aspettative del mercato: lavorano sull’Acqui Docg secco, espressione meno conosciuta del vitigno Brachetto, e sull’Albarossa, vitigno piemontese nato da un incrocio tra Nebbiolo di Dronero e Barbera. Due vini identitari, non facili, che richiedono tempo, spiegazione e una certa dose di convinzione.
Antica Cascina San Rocco
Antica Cascina San Rocco è guidata dal giovane Simone Gaglione, 31 anni, subentrato nell’azienda famigliare nel 2017 raccogliendo un percorso iniziato dal nonno oltre sessant’anni prima. Oggi conta 40 ettari e una produzione contenuta, tra le 10 e le 12.000 bottiglie, vendute in gran parte in cantina. L’Acqui Docg un secco è una delle scommesse: un rosso fermo aromatico, lontano dall’immagine del Brachetto da dessert. «È un vino che può spiazzare — spiega Gaglione — va raccontato e fatto assaggiare». Fragola matura, viola, una struttura più ampia ottenuta anche con una vendemmia leggermente posticipata; queste le caratteristiche principali. L’altro progetto è l’Albarossa, vitigno creato nel 1938 grazie agli studi del professor Giovanni Dalmasso, che lo ottenne da un incrocio tra la Barbera e il Nebbiolo di Dronero, tipico dell’alto Piemonte. Mezzo ettaro impiantato nel 2020, affinamento in botte grande da 1.000 litri, un anno minimo come da Disciplinare del Piemonte Doc. Ne nasce un rosso strutturato, con acidità e tannino evidenti, pensato per evolvere: una produzione di nicchia, il “Brachetto secco”, su cui l’azienda intende crescere gradualmente.
Tre Secoli – Viticoltori in Piemonte dal 1887
Di tutt’altra scala è Tre Secoli, la cooperativa di Ricaldone, oggi la più grande del sud Piemonte. 300 soci, 1000 ettari vitati e un milione di bottiglie prodotte dopo un passaggio decisivo: fino al 2019 il vino era quasi esclusivamente sfuso. «Investire sulla bottiglia e sul marchio è stato un passaggio obbligato», spiega il presidente Bruno Fortunato. Moscato d’Asti e Brachetto restano centrali, con 160 ettari dedicati a quest’ultimo, ma da alcuni anni la cooperativa produce anche Acqui Docg secco e rosé e una piccola quota di Albarossa. Il progetto guarda al medio periodo: rafforzamento del marchio, crescita dell’export, investimenti in sostenibilità certificata ed enoturismo. L’Acqui secco, in questo contesto, diventa un tassello identitario, più che un prodotto di volume. Anche qui, poche migliaia di bottiglie, ma con una funzione chiara: raccontare un territorio oltre i suoi vini più noti.
Convento Cappuccini Botto vini
La terza realtà è Convento Cappuccini, della famiglia Botto. Una storia che parte dal conferimento in cooperativa e arriva, dal 1994, alla produzione autonoma. Oggi la cantina moderna, costruita nel 2019 sulle colline di Ricaldone, affianca il vicino convento storico di Cassine, di proprietà dei Botto. In totale 28 ettari di vigneto e 100.000 bottiglie, con una buona produzione di Brachetto d’Acqui Docg, declinato anche nella versione secca e rosé. «Non siamo contro l’innovazione, ma crediamo nei piccoli passi», spiega Pierluigi Botto. L’Acqui Docg secco, che oggi funziona bene sul mercato, è in realtà un ritorno al passato: già anni fa i Botto producevano un Brachetto secco, quando la categoria non era ancora riconosciuta. Stesso approccio sull’Albarossa, su cui hanno investito oltre 25 anni orsono. Due ettari dedicati, verticali che arrivano oltre i 10 anni, a dimostrazione di un potenziale di longevità spesso sottovalutato.
Rinaldi VINI: Andrea Rinaldi, premiato moscatista
Andrea Rinaldi, 53 anni, subentra nella gestione della cantina al papà Oreste nel ‘94. È un’azienda di 23 ettari in diversi corpi tra Ricaldone e Mombaruzzo, associata a Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti), che ha puntato sulla qualità e il mercato estero. Questo assorbe oggi gran parte della produzione, i 4/5 del prodotto, su un totale di 130-140.000 bottiglie l’anno. Rinaldi coltiva e produce principalmente Moscato, Brachetto e, in crescita, la Barbera d’Asti (4,5 ettari). Ha 6 etichette di Barbera: 1 bollicina vinificata in bianco insieme a Cortese e Moscato, 4 Barbera d’Asti e un Nizza Docg. Produce inoltre 10.000 bottiglie l’anno di Brachetto d’Acqui, «rosso, frizzante, aromatico, come è sempre stato fatto», spiega Andrea, che non crede nella versione secca dell’Acqui Docg. «Ho provato a produrlo e l’ho assaggiato in giro. È un vino che non mi convince, quindi ho deciso di non farlo e rimanere sul Brachetto più tradizionale» afferma. «Ho tentato di fare la versione secca anche col Moscato ma è complicato, perché porta dell’amarognolo che, a mio avviso, non rende il prodotto finale piacevole». Nel 2024 ha fatto la prima vendemmia di Albarossa, appena mezzo ettaro, per ora in botte. «Per me questo vitigno è un grande rebus» spiega. «Di questo vino trovo caratteristiche diverse tra i produttori, anche in territori differenti dal nostro. Nel mio caso ritengo che stiano emergendo note speziate, un alcol non troppo alto. Per ora è in botte grande. Lo sto studiando».
Rinaldi è un premiato “moscatista”: il 55% della sua produzione e da uve moscato. Ebbe anche la fortuna e la tempestività di cogliere il trend della “Moscato mania” negli Usa, qualche anno fa. «C’era stato anche un rapper americano a far crescere la Moscato mania», aggiunge Rinaldi. Nel 2014 Robert Parker, il più importante critico enologico al mondo, lo premiò col punteggio più alto della tipologia e questo gli ha aperto ulteriormente la strada americana. Gli Usa sono il primo mercato del Moscato d’Asti: con gli Stati Uniti Rinaldi ha avuto anche picchi del 75%. Oggi la cantina è più bilanciata e vende in 27 Paesi. Tra i nuovi progetti di Andrea Rinaldi una piccola vigna di Pinot nero e l’idea di adibire ad ospitalità enoturistica un casale tra le vigne di proprietà.
Tenuta foresta: Olga Semencha, dalla Russia con amore
Dalla sua Mosca si stabilisce definitivamente in Monferrato nel 2018. Il papà Yuri, scomparso nel 2013, solo un anno prima aveva acquistato una villa e 3,5 ettari di vigne sulle colline di Isola d’Asti con l’idea di fare vino. Olga Semencha lavorava come project manager in campo tecnologico e cominciò a fare la spola con l’Italia, decidendo di coltivare il sogno del padre che, nel frattempo, era divenuto il suo. Tra il 2014 e il 2018 grandi lavori: la cantina, il reimpianto delle vigne, le prime bottiglie. «Nel 2018 ho capito che la mia vita era qui», racconta Olga, che oggi vive stabilmente a Isola d’Asti con mamma Irina e il figlio Matteo. L’anno scorso, nella sua cantina Tenuta Foresta, Semencha ha prodotto 7.000 bottiglie di vino tra Grignolino d’Asti, Dolcetto e Barbera d’Asti a marchio e nel frattempo si è fidanzata con un simpatico geometra dalla vicine Langhe, Alberto Bianco, ex sindaco di Barbaresco (e ideatore della mostra Volti di Barbaresco, progetto questo elaborato e sviluppato insieme all’autore Massimiliano Rella, NdR). La bellezza, i sapori, la qualità della vita e le frecciatine di Cupido. «All’inizio — racconta — mi sono sentita fortunata trovando tanto aiuto maschile. Ma alcuni mi giudicavano troppo giovane e inesperta e, come straniera, ho dovuto affrontare qualche difficoltà burocratica. Però sono felice di vivere in Monferrato, la mia nuova terra». Adesso Olga e il compagno stanno realizzando una piccola cantina sotto la casa di lui per cominciare a produrre il Barbaresco Docg. Nuove avventure in pista.
Massimiliano Rella
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