Il Cerasuolo di Vittoria, l’unica Docg siciliana (denominazione di origine controllata e garantita), ha compiuto i suoi primi 20 anni nel 2025. È un vino rosso speziato e di personalità fortemente identitario e di territorio: la Sicilia orientale. L’areale si estende per 383 ettari (251 in area Classica) e interessa 40 cantine, tra cui tutti i nomi di punta dell’enologia regionale. Nasce tra le province di Ragusa, Caltanissetta e Catania, in un paesaggio che alterna coste sabbiose, colline calcaree e suoli rossi e dove, tra brezze di Scirocco e venti di Maestrale, in cui si coltivano da secoli due vitigni autoctoni, il Frappato e il Nero d’Avola, protagonisti dell’uvaggio del Cerasuolo. Il Frappato di Vittoria è un vitigno unico descritto già nel XVII secolo: grappolo a “spalla” larga, buccia spessa, bassa fertilità (0,8 grappoli per tralcio), una varietà che germoglia presto e si raccoglie tardi. I vini ottenuti da questa varietà hanno colore rosso tenue, sono floreali, fruttati e speziati, di corpo medio, con tannini morbidi e grande eleganza. La varietà matura a fine settembre. Il Nero d’Avola invece è vigoroso, più espanso, ma più vulnerabile alla peronospora (una malattia della vite), e apporta struttura e colore. Con la Doc del 1973 il Cerasuolo si poteva produrre con una percentuale più alta di Frappato (non meno del 40%), ma con la Docg del 2005 è stata aumentata la percentuale di Nero d’Avola, sono state ridotte le rese (max 52 ettolitri/ha, 80 quintali ha), previsti l’imbottigliamento in zona e un uvaggio tra i due vitigni dal 50% al 70% di Nero d’Avola, dal 30% al 50% di Frappato. È stata inoltre riconosciuta la sottozona “Classica” per i soli comuni storici di Vittoria, Comiso e Acate, nel Ragusano.
Feudi del Pisciotto, Niscemi (CL)
L’area del Cerasuolo di Vittoria ha anche un forte potenziale enoturistico. L’esempio più eclatante di come si possa trasformare un sito di archeologia industriale in un forte attrattore ci arriva dalla cantina Feudi del Pisciotto che sulle isolate colline di Niscemi, Caltanissetta, ha valorizzato uno spettacolare palmento di fine ‘700 — e gli spazi contigui — realizzando un wine relais di 15 camere con bistrot panoramico, piscina all’aperto e un ristorante di cucina siciliana rivisitata: una ricca proposta che va dalla vinoterapia al wine&bike. C’è inoltre un baglio — come vengono chiamate le tipiche strutture rurali — che verrà presto trasformato in dimora storica; altre 15 camere. Il wine relais si trova poi sulla rotta di un ideale viaggio culturale, artistico e gastronomico tra Catania — l’aeroporto più vicino — e le terre del Barocco (Noto, Scicli, Modica), tra i paesi di Piazza Armerina e di Caltagirone, la città delle ceramiche. L’antico feudo di contrada Pisciotto (dall’arabo “piccolo fiume”) nel 2000 fu acquistato dal giornalista imprenditore Paolo Panerai, editore di Class, Milano Finanza, Gambero Rosso, già produttore di vino in Toscana nei domini di Castellare di Castellina.
Nel ‘700 il palmento apparteneva alla famiglia siciliana dei Branciforti, poi passò di mano ad altre famiglie — i Nocera e i Cartìa — fino alla seconda guerra mondiale. Occupato dai nazisti e liberato dagli alleati, il baglio dopo il conflitto cadde in abbandono. Nel 2000 la sua rinascita avvenne grazie all’intervento di Panerai, con un importante restauro conservativo del palmento settecentesco, tra i più antichi e grandi di Sicilia, che vanta 4 vasche di pigiatura e raccolta per ciascun lato. L’imprenditore acquisì un po’ alla volta le piccole e frazionate proprietà terriere fino a comporre un unico “mosaico” di 150 ettari, 49 dei quali vitati di nuovo impianto. La prima vendemmia risale al 2007. Lo scorso anno Feudi del Pisciotto è diventato “Luogo della Memoria”, in ricordo della battaglia del 10-11 luglio 1943, quando gli alleati sbarcati sulle coste di Gela liberarono la struttura… e la Sicilia intera.
Tra vini autoctoni e da uve internazionali Feudi del Pisciotto produce, sotto la supervisione degli enologi Alessandro Cellai e Marco Parisi, circa 350.000 bottiglie l’anno in una struttura funzionale alle pendici della collina. La linea premium “Putti del Serpotta” comprende tre vini Doc Sicilia Superiore (dalle migliori uve Frappato, Chardonnay e Grillo) e un Cerasuolo di Vittoria Docg. Le etichette raffigurano gli iconici angioletti dello scultore siciliano del ‘600, Giacomo Serpotta, che decorano le più belle chiese barocche di Palermo.
Il Cerasuolo di Vittoria (uve Frappato e Nero d’Avola) è un rosso di struttura e buona longevità, al naso intenso e persistente con note di frutti rossi (melograno, gelso) e sentori speziati. Al palato è morbido e persistente. Ideale con carni bianche e rosse e formaggi di media stagionatura. Il Grillo ha colore giallo dorato e note di mela e pera, tipiche della varietà. Al palato è fresco, con piacevole acidità e buona longevità, ideale con primi e secondi marinari, dal tonno al pesce spada, e formaggi di media stagionatura.
Nella linea “Colori di Sicilia”, il Catarratto è ottenuto dalle uve omonime di uno storico vitigno siciliano: un bianco paglierino fruttato e floreale dai sentori di pesca e ananas e sfumature floreali di gelsomino e zagara. Al gusto è delicatamente agrumato e sapido. Accompagna pesce e frutti di mare, carni bianche, verdure grigliate, formaggi morbidi e di media stagionatura.
Il Frappato è un rosso di media struttura in purezza. Colore rubino e riflessi violacei, al naso ha sentori di frutti rossi (fragola, melograno) e sfumature floreali di rosa. Al palato è fragrante, morbido, bilanciato, ottimo con verdure grigliate, salumi ma anche zuppe di pesce e guazzetti.
Occhipinti, Vittoria (RG)
Una cantina che ha portato il Frappato ad alti livelli è Occhipinti, l’azienda della produttrice Arianna Occhipinti, di Vittoria (RG). Una storia aziendale cominciata da una folgorazione al suo primo Vinitaly, quando era adolescente, in compagnia del padre e dello zio produttore (Giusto Occhipinti, di cantina Cos), tanto da decidere, l’anno successivo, di studiare Enologia e Viticoltura all’Università di Milano con il professor Attilio Scienza. I primi passi da produttrice li muoverà, nel 2004 con l’affitto di 1 ettaro di vigna e il primo vino imbottigliato con l’aiuto di un’azienda di Caltagirone. Da subito la Occhipinti approccia il vitigno Frappato esaltandone il tannino, oltre alla parte fragrante ed elegante di questa varietà a bacca rossa. Due anni dopo compra un terreno con un casale abbandonato e realizza una piccola cantina, in zona Fossa di Lupo, approfittando di un progetto pubblico d’insediamento dei giovani in agricoltura. Negli anni successivi affitta parcelle in contrade storiche che, successivamente, acquista fino ad arrivare — oggi — ad una proprietà distribuita su nove contrade: otto a Vittoria e una sui monti Iblei, a Chiaramonte Gulfi (dove produce un cru da uve Grillo), per 40 ettari totali di vigne bio e bio-dinamiche e 160-170.000 bottiglie l’anno in dieci etichette.
Sono vini “di contrada” — dalle uve dei singoli cru — e vini prodotti da vari blend di uve, tutti comunque ottenuti con la fermentazione spontanea, «grazie ad una popolazione di lieviti autoctoni performanti», sottolinea.
Grazie alla presenza di calcare bianco, il territorio di questo paese simbolo dell’enologia siciliana ha suoli con un alto potenziale qualitativo. Con la Docg Cerasuolo di Vittoria, la Occhipinti produce ad esempio un rosso classico da un uvaggio di Frappato e Nero d’Avola al 50%, affinato 4 anni in botte grande, ma anche un “Cerasuolo” vecchia maniera precedente alla Docg (oggi non consentito), con un 70% di Frappato e un 30% di Nero d’Avola; dalle uve di cinque contrade storiche (4 sabbiose, 1 calcarea).
Di recente Arianna ha realizzato una nuova cantina, con tetto giardino e archivio storico delle annate, in contrada Bombolieri, dove conserva un sistema di coltivazione ad alberello di Frappato e Nero d’Avola: «una forma di allevamento che storicamente ha sempre caratterizzato la produzione del Cerasuolo di Vittoria» spiega Arianna Occhipinti. «Sono alberelli nati con una distanza l’uno dall’altro di 1,25 m per 1,25 m, che noi leghiamo con stecchi di legno di castagno per proteggere con le foglie i grappoli dall’insolazione, che facciamo crescere nella parte bassa della pianta. La distanza tra le viti consente inoltre ai venti dominanti, lo scirocco e il maestrale, di entrare tra i filari e di asciugare l’umidità assicurandoci uve sane».
Massimiliano Rella
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