Toscana e salumi, diciamocelo pure, non sono proprio i Promessi sposi. O, meglio — e preciso che sono toscano, quindi mi rincresce ammetterlo — le eccellenze ci sono, eccome se ci sono, e certi prodotti sono davvero interessanti. Però su salumi ed insaccati, rispetto ad Emilia e Lombardia, ahimè, non siamo a quel livello. È una questione di storia, prima ancora che di gusto: laddove la Pianura Padana ha costruito nei secoli una vera e propria cultura industriale e artigianale del salume, la Toscana è rimasta più legata ad una dimensione contadina, domestica, spesso meno codificata e meno “raccontata”. Eppure, proprio in questa apparente marginalità, si nascondono prodotti identitari, profondamente radicati nei territori. Della tradizione toscana a me, ad esempio, piace molto la spalla, la soppressata (o coppa di testa per i non avvezzi), le salsicce ammazzafegato maremmane, il buristo — quel salame di sangue che ancora oggi divide e affascina — e il lardo di Colonnata, naturalmente, che ha saputo conquistare anche i palati più lontani. C’è però un prodotto di cui quasi non si sente mai parlare, che è a mio avviso piuttosto particolare e, proprio per questo, interessante. Un prodotto leggermente simile al più blasonato salame cotto piacentino e che viene da un posticino famoso più per i filati che per i “filetti”: la mortadella di Prato.
Un nome che inganna, una storia che sorprende
Chi sente nominare “mortadella” pensa inevitabilmente a Bologna: grande pezzatura, grana fine, profumo delicato e pistacchi — a volte — a punteggiare il rosa uniforme. La mortadella di Prato, invece, gioca un’altra partita. Intanto è più piccola, più rustica, meno “perfetta” alla vista. Ma, soprattutto, è un salume cotto che porta con sé una personalità aromatica decisamente più marcata. Le sue origini affondano nel Medioevo, quando Prato era un centro mercantile vivace e aperto agli scambi. È proprio grazie a questi contatti che entrano nella ricetta spezie allora preziose, come cannella, noce moscata, chiodi di garofano e coriandolo. Non è un dettaglio: è l’elemento che la distingue nettamente da qualsiasi altra mortadella italiana.
Tecnica produttiva: tra tradizione e precisione
Dal punto di vista tecnico, la mortadella di Prato si inserisce nella categoria dei salumi cotti, ma con alcune peculiarità importanti. La materia prima è costituita da carni suine selezionate — prevalentemente spalla e rifilature magre — a cui si aggiungono cubetti di grasso ben visibili. La macinatura è medio-grossa, lontana dalla fine emulsione della mortadella bolognese. Questo conferisce al prodotto una texture più consistente, quasi “masticabile”, che restituisce chiaramente la struttura della carne. L’impasto viene poi aromatizzato con una miscela di spezie che rappresenta la vera firma del prodotto. A queste si aggiungono aglio e, elemento distintivo non sempre presente in altri salumi cotti, l’alchermes: un liquore dolce e speziato che contribuisce sia al profilo aromatico sia al caratteristico colore leggermente più scuro. Dopo l’insacco — generalmente in budello naturale o artificiale — segue una fase di cottura lenta, tradizionalmente in stufa o in acqua calda, che può durare diverse ore a temperature controllate. Il risultato è un salume compatto, profumato, con una shelf life relativamente contenuta rispetto ai grandi salumi industriali.
Profilo sensoriale: identità forte, senza compromessi
Al taglio, la mortadella di Prato si presenta con un colore che vira dal rosa intenso al rosso brunito. Il profumo è immediatamente riconoscibile: speziato, caldo, con note dolci che si intrecciano a sentori più pungenti. In bocca sorprende per equilibrio: la componente grassa è ben presente ma non invadente, mentre le spezie emergono con decisione senza risultare eccessive. L’alchermes lascia una traccia appena percepibile, quasi una firma elegante che accompagna il finale. È un salume che non cerca di piacere a tutti e forse proprio per questo merita attenzione. Ha una personalità precisa, che richiede un consumatore curioso, disposto a uscire dai binari più battuti.
Posizionamento commerciale: nicchia di valore
Sul piano commerciale, la mortadella di Prato vive una condizione interessante. Non è un prodotto di largo consumo, né potrebbe esserlo senza perdere la sua identità. Si colloca piuttosto in una nicchia di qualità, spesso legata a produzioni artigianali o semi-artigianali. Negli ultimi anni ha ottenuto anche un riconoscimento ufficiale importante con la certificazione IGP, che ha contribuito a definirne il Disciplinare e a proteggerne il nome. Questo ha aperto nuove opportunità, soprattutto nei canali specializzati: gastronomie di fascia alta, enoteche, ristorazione attenta alla valorizzazione dei prodotti territoriali. Il suo punto di forza, in un mercato sempre più affollato, è proprio la diversità. In un banco salumi dominato da prodotti standardizzati, la mortadella di Prato rappresenta una proposta distintiva, capace di incuriosire e fidelizzare.
Consumo e abbinamenti: tradizione e nuove idee
Tradizionalmente viene consumata a fette, magari accompagnata da pane toscano sciocco, che ne esalta la sapidità e le note speziate. Ma le sue caratteristiche la rendono adatta anche a utilizzi più creativi. Si presta bene, ad esempio, a essere protagonista in taglieri gourmet, abbinata a formaggi stagionati o a mostarde non troppo invasive. Interessante anche l’accostamento con vini rossi di media struttura, o con bianchi aromatici che sappiano dialogare con il suo profilo speziato. In cucina può diventare ingrediente di ricette contemporanee: cubettata in ripieni, inserita in preparazioni calde, oppure utilizzata per dare carattere a piatti apparentemente semplici.
Una piccola eccellenza da riscoprire
In un panorama come quello italiano, dove la competizione tra salumi è altissima e spesso dominata da grandi nomi, la mortadella di Prato rappresenta una voce fuori dal coro. Non ha la notorietà di altri prodotti, né probabilmente la cerca. Ma possiede qualcosa che oggi è sempre più raro: un’identità autentica, non costruita, legata a un territorio e a una storia precisa. Forse la Toscana, sui salumi, non sarà “al livello” di altre regioni — o almeno così ci piace dire con un pizzico di autoironia. Prodotti come questo dimostrano che la qualità non è solo una questione di classifiche. È anche, e soprattutto, una questione di carattere.
Edoardo Meroni
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